17 Febbraio 2008 Giudiziaria

INCHIESTA DELL`ESPRESSO: L`ANTIMAFIA ROSSA DI VERGOGNA…

Sul sito di Confindustria c`è un dettagliato curriculum del vicepresidente Ettore Artioli. Una scheda in cui si spiega che è nato a Palermo nel 1960. Che è presidente di un gruppo di aziende attive in vari settori, da quello immobiliare alla ristorazione. E che in passato, tra le altre cariche, è stato leader di Confindustria Sicilia e membro dell`Agenzia provinciale energia e ambiente di Agrigento. Manca giusto un particolare: incredibile, vista la delega di Artioli per il Mezzogiorno. Non c`è traccia del suo attuale legame affaristico con Giuseppe Costanzo, ex presidente di Confindustria Sicilia, e Fabio Cascio Ingurgio, ex capo degli industriali palermitani. Due personaggi dal profilo inquietante: non soltanto indicati nel 2005 dai magistrati come soci di Francesco Paolo Bontate, figlio del capomafia Stefano e condannato per traffico di droga, ma anche già  indagati nel 2006 per truffa, falso in bilancio e riciclaggio. I documenti parlano chiaro. Artioli è amministratore unico e socio (al 33,33 per cento tramite la Attilio Artioli e C., dove è socio accomandatario e rappresentante dell`impresa) di Costanzo (33,33) e Cascio (33,33) nella Uniholding srl, costituita il 19 marzo 2001 per la «gestione delle società  di controllo finanziario». Ed è anche amministratore unico e socio (51 per cento, sempre tramite la Attilio Artioli e C.) di Costanzo (24,5) e Cascio (4,5) nella Eurowall srl, costituita il 17 novembre 2000, dedicata alla «locazione di beni immobili» e partecipata al 20 per cento dalla Eurosidi srl, nella quale compare ancora Cascio al 35 per cento. Rapporti questi che stridono con l`immagine pubblica di Artioli, sempre agguerrito contro Cosa nostra, e con la politica generale di Confindustria, schierata da tempo contro la subalternità  alla mafia. Più volte Luca Cordero di Montezemolo e Ivan Lo Bello, leader siciliano degli industriali, hanno spronato gli imprenditori a denunciare, a ribellarsi al racket. E qualche audace li ha seguiti, con il sostegno delle istituzioni. Difficile, dunque, affrontare il caso Artioli. Difficile spiegare come un vertice di Confindustria sia rimasto in società  con persone legate a un Bontate (condannato per traffico di stupefacenti), nonché indagate per il riciclaggio di denaro sporco. Fatti che sconcertano. E incrociano un tema scomodo: la trasparenza dell`antimafia e la sua versione double face. Da un lato attiva sul fronte della legalità , dall`altro oppressa da troppe ombre. «Una questione delicata», riconosce Lo Bello: «Molti applaudono la guerra al racket e seguono le nostre mosse. Il dubbio è che qualcuno lo faccia per controllarci. La Sicilia, non dimentichiamolo, è una terra complessa: c`è la mafia dello scontro duro, e c`è quella più sofisticata». Come dire: la prudenza è un dovere, in terra di mafia. Soprattutto quando si ricoprono ruoli pubblici e si parla di legalità . «Allora, più che mai, è difficile capire chi hai davanti», dicono gli imprenditori. «Indispensabile è verificare la ragnatela delle società , dei contatti occulti. Ma anche i legami familiari, che riservano imbarazzanti sorprese». L`esempio più recente è dell`8 gennaio scorso, quando Confindustria, Confcommercio e Confartigianato hanno siglato a Palermo un decalogo antiracket. Alla cerimonia hanno partecipato il presidente della commissione parlamentare Antimafia Francesco Forgione, il questore di Palermo Giuseppe Caruso e i comandanti provinciali dei Carabinieri e della Finanza. Tutti impegnati nella lotta a Cosa nostra, e qualcuno turbato dalle parentele di Nunzio Reina, presidente locale di Confartigianato. Il quale è sposato con Giuseppa Spadaro, figlia del mafioso Vincenzo Spadaro e nipote del boss Tommaso Spadaro, a sua volta padre del Francesco Spadaro condannato a 16 anni per il pizzo all`Antica focacceria San Francesco. Lo stesso Reina, bisogna aggiungere, è stato eletto il 21 gennaio vicepresidente della Camera di commercio palermitana. E nove giorni dopo si è dimesso, per improvvisi e non specificati «motivi personali». «Tutto è possibile, quando si parla di potere e antimafia», dice l`avvocato Fabio Repici, parte civile nel processo per l`omicidio di Graziella Campagna, colpevole di avere letto l`agendina di un boss: «Basti pensare a cosa è successo il 10 gennaio nel tribunale di Catania. Giovanni Lembo, ex sostituto procuratore nazionale antimafia, è stato condannato a cinque anni per favoreggiamento al clan Alfano. L`ex capo dei gip di Messina, Marcello Mondello, ha avuto sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E altri due anni sono toccati al maresciallo Antonino Pinci, collaboratore di Lembo. Finalmente si è punita la finta antimafia. Ma tre quarti d`Italia non lo sa, perché la grande stampa ha sorvolato sulla notizia». Un fatto è certo: mafia e antimafia a volte s`incrociano. Come nell`antiusura, colpita per giunta dal fenomeno delle finte vittime. «Nell`arco del 2007», dice il commissario nazionale antiracket Raffaele Lauro, «abbiamo risarcito 143 persone e bocciato 176 richieste». Idem per le estorsioni: «A fronte di 161 accoglimenti ci sono stati 147 rifiuti». In pratica 323 persone si sono dichiarate vittime, ma non lo erano. Il che confonde: in Calabria (42 sì al risarcimento, 26 no) come in Sicilia (62 sì, 28 no), in Puglia (16 sì, 18 no) come in Campania (24 sì, 19 no). E si somma a un`altra questione: la limpidezza delle organizzazioni impegnate contro mafia e pizzo. A un certo punto, per esempio, sono spariti 100 mila euro dalle casse dell`associazione antiracket di Caltanissetta. Il presidente Mario Rino Biancheri si è dovuto dimettere, e il prefetto ha sciolto la struttura. Un caso limite, assicura Lauro: «Le associazioni e fondazioni iscritte alle prefetture svolgono un lavoro eccellente. E altrettanto vale per Tano Grasso, il presidente onorario della Fai, la Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane». Una figura simbolo, Grasso, nella lotta al pizzo. Fondatore nel `90 dell`Acio (l`associazione dei commercianti di Capo d`Orlando contro le estorsioni), è stato deputato del Pds, membro della commissione parlamentare Antimafia e commissario nazionale antiracket. Eppure il suo è un caso emblematico di come in Sicilia frequentazioni e amici possano essere scivolosi, anche per un paladino dell`antiracket. Attualmente, infatti, il nome di Grasso è citato a Catania negli atti di un processo scomodo. Principali accusati sono Giuseppe Gambino, ex magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Messina, e il vicequestore di Messina Mario Ceraolo Spurio, ex ispettore del commissariato di Capo d`Orlando: entrambi sotto processo per vari reati, tra i quali avere manovrato il pentito Orlando Galati Giordano contro l`imprenditore Vincenzo Sindoni (oggi sindaco di Capo d`Orlando); il tutto per favorire Luciano Milio, suo concorrente in affari. Grasso, secondo le carte dei pubblici ministeri, ha frequentato sia Ceraolo che Gambino e Milio. «Il pentito Giuseppe Cipriano», scrivono i magistrati, riferisce «di avere visto in un`occasione, a casa di Luciano Milio, il dottor Giuseppe Gambino e l`onorevole Tano Grasso». Non solo: racconta di averli visti «in più occasioni pranzare assieme presso il ristorante La Tartaruga di Capo d`Orlando». Il che sarebbe naturale e lecito, per un esponente dell`antiracket che frequenta giudici e imprenditori. Ma resta il fatto che mentre Grasso è commissario nazionale antiracket a Roma (1999-2001), nella sua squadra entra proprio Ceraolo, il quale dal 10 aprile 2000 risulta iscritto con Gambino nel registro degli indagati per «falso ideologico, falso materiale e calunnia con l`aggravante (…) per avere agevolato l`attività  di un`associazione mafiosa». Tra l`altro, Galati inizia a parlare di Ceraolo con i giudici il 24 giugno 1999, riferisce delle false accuse suggeritegli da Ceraolo contro Sindoni il 12 ottobre 2000, in un`udienza del processo Mare Nostrum, e il 25 ottobre seguente è denunciato da Ceraolo stesso per calun

nia. Dunque è impensabile che durante la permanenza al commissariato antiracket Grasso, e tantomeno Ceraolo, non ne siano al corrente. Altrettanto delicato, poi, è l`altro capitolo che spunta dal processo di Catania: quello dell`amicizia tra il giudice Gambino, Grasso e Ceraolo. Un rapporto che, stando ai pubblici ministeri, sarebbe stato usato per intimorire un collaboratore di giustizia. «Sul tavolo di lavoro in ufficio», testimonia l`ex pm di Patti Antonio Sangermano, «(Gambino) teneva esposta un`unica fotografia che (lo) raffigurava (con) l`onorevole Tano Grasso e il Ceraolo, in occasione della laurea di quest`ultimo». Un`immagine innocente, di per sé. Ma Gambino, racconta il pentito Cipriano, gliela mostra quando lui si appresta ad accusare Ceraolo: «Gesto dall`inequivoco significato intimidatorio», scrivono i pubblici ministeri riassumendo il racconto del pentito. Un modo per ribadire «la cordialità  dell`atteggiamento che traspariva tra il Gambino, l`onorevole Grasso e il Ceraolo». Se a questo si aggiunge che l`imprenditore Milio, il quarto uomo dei presunti pranzi di Grasso alla “Tartaruga”, è stato indagato di concorso esterno in associazione mafiosa pur essendosi proclamato vittima del racket; se si considera che la Direzione distrettuale antimafia di Messina ha accusato lo stesso Milio di favoreggiamento alla latitanza del boss Cesare Bontempo Scavo; e se si pensa che Gambino e Ceraolo hanno citato Grasso come teste a difesa, allora si capisce l`antipatico intreccio in cui si trova il presidente onorario della federazione nazionale antiracket. «La verità », dice Luigi Schifano, ex presidente dell`Acio uscito dall`associazione, «è che nell`antiracket troppi si sentono intoccabili. Ormai è diventato un mestiere senza scadenza; un ruolo che dà  visibilità  e potere». Significativo, in questo senso, è quanto accade a Terme Vigliatore, in provincia di Messina, dove fin dall`inizio a guidare l`associazione antiracket Lacai (Libera associazione commercianti artigiani imprenditori, inclusa nella federazione di cui Grasso è presidente onorario) è stato Antonino Palano. A prima vista una vittima degli estorsori, mafiosi che ha denunciato e fatto condannare. Ma anche un protagonista di storie sgradevoli. Nel 2004, l`ex deputato Nichi Vendola ha denunciato in un`interrogazione gli abusi edilizi di Palano e le coperture politiche per non eliminarli. Da parte sua, l`ex guardasigilli Roberto Castelli ha definito la vicenda (tuttora aperta) «atta a indicare quale sia il livello di illegalità  nella zona». E come se non bastasse, Palano è citato negli atti del processo Mare Nostrum, dove il mafioso Domenico Gullì elenca le imprese nell`orbita del boss Giuseppe Chiofalo: includendo, tra le altre, quella del presidente antiracket di Terme Vigliatore. Inutile stupirsi. A illustrare il lato oscuro dell`antimafia, ci ha pensato il collaboratore di giustizia Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate (20 chilometri a est di Palermo), complice di un piano per inscenare la finta guerra all`illegalità . In questa logica, ha favorito la nascita di un osservatorio permanente sulla criminalità  e il fenomeno mafioso. E, ciliegina sulla torta, ha sponsorizzato la cittadinanza onoraria al Capitano Ultimo e Raoul Bova, suo alter ego televisivo. Risultato: un pedigree antimafia in sintonia con le cosche. «Una storia terribile», commenta Angela Napoli, membro della commissione parlamentare Antimafia, «ma agevolata da un atteggiamento diffuso: nessuno punta il dito contro la finta lotta all`illegalità . È un terreno minato, meglio tacere e lasciare campo libero». L`esatto opposto di quello che fa lei, protagonista in Calabria di una polemica con la coperativa agricola Valle del Bonamico, creata nel 1995 a Locri dal vescovo Giancarlo Maria Bregantini. Una struttura cresciuta, spiega il sito Internet, per strappare alla `ndrangheta i giovani disoccupati. Ma anche una società  «che dà  lavoro ai figli dei boss», ha denunciato Angela Napoli, «nonché sede di cospicui finanziamenti, molti devoluti a rappresentanti delle cosche della `ndrangheta di Platì e di San Luca». Accuse che in Calabria hanno fatto scandalo. Durissima la replica del governatore Agazio Loiero. Altrettanto quella di Francesco Macrì, presidente regionale di Confagricoltura. Fatto sta che il nome di Pietro Schirripa, presidente della Valle del Bonamico e direttore sanitario della Asl di Vibo Valentia, è all`attenzione dei magistrati antimafia, impegnati in verifiche coperte dal segreto. Il tutto mentre a Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, la Direzione distrettuale antimafia s`interroga su un`altra realtà  di spicco: la Fraternita di Misericordia. Un`organizzazione religiosa che spesso si è schierata contro la mafia, ma in cui i pm hanno trovato un mistero: il passaggio di denaro tra l`indagato per associazione mafiosa Anselmo Francesco Cavarretta e il governatore della Fraternita Leonardo Sacco. A favore di Cavarretta, svela inoltre una registrazione, si sarebbe mosso il crotonese don Francesco Giungata, parroco della chiesa di Santa Rita, attivandosi presso l`ex prefetto Piero Mattei. «Non c`è niente da fare», dice Sonia Alfano, figlia del giornalista siciliano Beppe, ucciso da Cosa Nostra nel 1993: «Finché non si abbandonano le ipocrisie, e non si bonifica lo scandalo della finta antimafia, il malaffare avrà  partita vinta. Certo è importante, quello che Confindustria sta facendo. Il pizzo è un male del meridione, ma perché nessuno parla degli appalti, delle grandi aziende che come la Calcestruzzi fanno accordi con Cosa nostra? E ancora: perché non si analizza com`è gestito il finanziamento pubblico dalle associazioni antimafia?». Di recente, racconta, è stata contattata dai giornalisti di “Annozero”. Con loro, per la puntata del 22 novembre, si è presentata alla sede della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone. «Volevamo chiedere a Maria Falcone perché non appoggiasse la protesta contro la mancata equiparazione tra le vittime del terrorismo e quelle della mafia e del dovere. Ma non abbiamo potuto: la sede era chiusa con un catenaccio. Non solo. Tutte le volte che ho telefonato, o mi sono presentata alla fondazione, non ho trovato nessuno. Possibile? Chi verifica, lì e altrove, come si fa antimafia?». Per completezza va detto che “Annozero” non ha trasmesso il servizio, e Sonia Alfano non è stata avvertita dalla redazione: «L`ho scoperto in studio», spiega, «partecipando da ospite alla puntata». Quanto a Maria Falcone, replica che «tre pomeriggi alla settimana la sede è chiusa», e comunque la sua missione è «insegnare legalità  nelle scuole italiane, e organizzare ogni 23 maggio un convegno con politici e esperti di mafia». Iniziative che hanno un forte significato simbolico, in Sicilia e fuori, ma fanno i conti con un clima ostico, dove la confusione impera anche nelle istituzioni. Esempio tipico, il bilancio della Regione Sicilia. All`interno, infatti, si legge che le «associazioni, fondazioni e centri studi impegnati nella lotta alla mafia» ricevono 580 mila euro l`anno. Ma non è così: 77 mila 468 euro sono stanziati per il centro studi Cesare Terranova, 180 mila 759 per la Fondazione Falcone, 77 mila 468 per la Fondazione Gaetano Costa e 50 mila al Centro studi Pio La Torre. Restano invece inutilizzati 194 mila 305 euro, che giacciono nelle casse regionali. Discutibile. E paradossale, pure, in una terra sempre a caccia di finanziamenti. Ma meno stravagante di quanto è accaduto il 3 dicembre alla Regione Calabria. All`ordine del giorno c`era la costituzione della Consulta antimafia della giunta, una task force che affronta temi centrali: dal protocollo d`intesa sui beni confiscati alla `ndrangheta fino al progetto “Scuola antimafia”, per aiutare i docenti a «veicolare le migliori informazioni su legalità  e sicurezza». Questioni, si legge, gestite dal presidente della Regione Agazio Loiero con (tra gli altri) il sostituto procuratore della Dire

zione nazionale antimafia Vincenzo Macrì e con il prefetto di Reggio Calabria Francesco Antonio Musolino. Ma anche con Francesco De Grano: il dirigente generale del Dipartimento attività  produttive «responsabile dell`Apq (Accordo programma quadro) legalità  e sicurezza». Lo stesso De Grano indagato nell`indagine “Why not” sui poteri occulti calabresi e la spartizione dei fondi comunitari. Proprio come Loiero.

Riccardo Bocca – L`Espresso