23 Febbraio 2008 Giudiziaria

Uno sguardo indiscreto dal ponte di Alfio Caruso

La semplice ipotesi di una vittoria berlusconiana ha subito rilanciato in Sicilia il ponte sullo Stretto. Il Pus (partito unico siciliano) vi vede un`occasione unica di garantirsi dalle basse fortune di Cosa Nostra e di poter sfruttare quanto incautamente De Gasperi nel `46 concesse con la più folle delle autonomie. L`Eterno Paradosso Siciliano fa sì che a Messina, direttamente interessata, si scenda in piazza per fermare l`opera più inutile e costosa nella storia italiana e a Catania, cui il ponte nulla darebbe, ci si batta per costruirlo. Al padrone della città , l`onorevole Lombardo, parlandone in televisione è addirittura accresciuto il riporto capelluto, che già  di suo va da Marsala a Teano. Eppure quanto sta emergendo sugli interessi coagulatisi intorno al ponte, fino al giorno in cui Di Pietro non lo mise in sonno, dovrebbe consigliare un pizzico di prudenza. La società  capofila del consorzio vincitore è l`Impregilo, della quale le cronache si stanno molto occupando per i problemi sorti in Campania sul fronte degli inceneritori. Proprio sugli ottimi rapporti con l`Impregilo puntavano i dirigenti della Calcestruzzi per inserirsi nell`affare. Finché gli inquirenti non l`hanno fermata, la Calcestruzzi ha imperato nell`Isola quasi in regime monopolio – l`80 per cento del mercato era suo – grazie alla protezione delle cosche mafiose. I magistrati della procura di Caltanissetta sostengono che, per procurarsi i fondi neri da versare ai boss il suo prodotto avesse fino al 30 per cento in meno di conglomerato cementizio. Da settimane i periti esaminano viadotti, ponti, palazzi, strade, dighe. Esiste il diffuso timore che molti lavori andranno rifatti per non mettere a rischio l`incolumità  pubblica. Se la Calcestruzzi avesse usato gli stessi metodi nei suoi interventi sul ponte – avevano anche aperto un ufficio a Messina in vista dei futuri affidamenti – quali sarebbero state le conseguenze per i milioni di clienti previsti? Gli ingegneri e i geologi giapponesi, incaricati per primi di studiare il piano di fattibilità  della struttura di 3666 metri a campata unica, si ritirarono affermando che non esistesse la certezza di edificare un ponte in grado di resistere alle bizze del mare. E con il 30 per cento in meno di calcestruzzo? Operazioni recenti condotte dalla Dia e dall`Fbi hanno raccontato che alcune grandi «famiglie» mafiose americane – i Rizzuto, i Cuntrera, i Caruana, i Bonanno – già  nel 2005 avevano pronti 5 miliardi di dollari da investire nel ponte sullo Stretto. Irreprensibili ingegneri e finanzieri sono finiti in galera, ma i 5 miliardi sono sempre pronti come sono pronte le `ndrine della piana di Gioia Tauro, che furono convinte dagli emissari d`Oltreoceano a chiudere la faida, perdurante dal `91, per concentrarsi sul «miglior affare di tutti i tempi». E che sia tale lo dicono le cifre. I 4 miliardi scarsi di euro previsti sino a tre anni addietro sono più che raddoppiati a causa del prezzo raggiunto dall`acciaio. Pensate quale sviluppo si potrebbe dare con un decimo di questa somma alle agonizzanti ferrovie siciliane (ricordiamolo: per coprire i 250 chilometri da Palermo a Catania servono, quando va bene, sei ore con cambio a Messina). La Fit Cisl denuncia che a giugno 2007 erano 6500 i chilometri in meno percorsi dai treni nell`Isola, il 30 per cento della distanza annuale; che ogni mese saltano circa 16 corse per l`indisponibilità  di locomotive o per la scarsa manutenzione dei binari. D`altronde dei 1387 chilometri di strada ferrata soltanto 146 sono a doppio binario. Peccato che a nessuno dei politici pronti a riempirsi la bocca con il ponte ultima occasione della Sicilia importi di far somigliare l`Isola alla Lombardia anziché al Bangladesh. Infatti l`atto conclusivo di Cuffaro è stato di prorogare fino al 2019 le concessioni per il trasporto pubblico, dominato dalla sua famiglia. Un regalo in dispregio al Piano di settore impostato, ma non realizzato e sulla base di un regolamento della Comunità  Europa non ancora entrato in vigore. Non a caso il Commissario dello Stato lo ha subito impugnato. La colpa però non è di Cuffaro, bensì dei siciliani che lo votano.