LETTURE PER RIFLETTERE: INFELICI E CONTENTI di Diego Cugia

Sto cercando la ricetta per vivere infelice e contento. La prima cosa che ho imparato da quando la sto cercando è che so tutto e non so niente. Mi spiego: sia per l`età  maturata, sia per le esperienze fatte, è raro che qualcuno o qualcosa mi stupiscano. Ogni esperienza e -letterariamente- ogni trama, sono state dagli uomini e dagli artisti tutte sperimentate nei secoli. Quel che ho imparato è che la conoscenza di un determinato problema e la ricetta conseguente, sia per risolverlo che per non affrontarlo affatto, perché saresti inevitabilmente destinato alla sconfitta, non cambia sostanzialmente nulla. Esiste un destino occulto, formatosi nel grembo materno e nei meandri del Dna, che mi induce un`eccitazione maledetta, un titillamento di viscere e fibre nervose, più forte della ragione e che mi trascina inevitabilmente dove pare a lui, in barba al libero arbitrio. Ossìa, fra me che ho avuto la fortuna di leggere parecchi libri, fare tanti viaggi, accumulare esperienze e conoscenze, e un indio della foresta amazzonica, posti entrambi di fronte allo stesso problema esistenziale, è più probabile che il primo a sbagliare sarei io, perché un sano istinto di sopravvivenza, meno logorato dalla speculazione psicologica o filosofica, direi meno `pervertito` dai bamboleggiamenti della civiltà , l`indurrebbe a proteggersi, e il mio ad autodistruggermi. Nella mia recente ricerca della ricetta per vivere infelice e contento ho quindi imparato a diffidare di me stesso. Questa scoperta, che ritengo comunque positiva, provoca tre effetti nefasti: una disistima assoluta, l`azzeramento di tutte o quasi le convinzioni precedenti, e l`agguato della depressione. I poeti che nella loro brevità  la sanno lunga, hanno espresso questa condizione esistenziale con un cenno. Ungaretti: `Si sta come/ d`autunno/ sugli alberi/ le foglie.` Se non hai la consolazione di essere un soldato, stai peggio perché senza giustificazioni. Passati i cinquant`anni, infatti, si tende a credere alle favole più che i bambini. Lo so che è disgustoso, ma che posso farci? Quel che ti accade nella primissima infanzia (forse ancora prima di nascere, nel sangue dei tuoi avi) è l`elemento decisivo. Tutto quello che noi possiamo fare, dai venti ai cento, è un rimedio. Il rimedio ha un nome: riconoscersi, possibilmente accettarsi, senza precipitare nel gorgo opposto, quello dell`autoassoluzione altrettanto spregiudicata. Di bambini cinquantenni, ma anche settantenni, ne conosco tantissimi, e il novantanove per cento di loro negherebbe anche sotto tortura di essere sostanzialmente infantile. Semplificando: tutti coloro i quali hanno goduto di un`infanzia non particolarmente disturbata, si considerano uomini fatti e signori di sé. Anche di pazzi ne ho conosciuti molti. Mai sentito un malato mentale doc, nel senso di ricoverato e sotto stretta sorveglianza, ammettere: io sono pazzo. Cito un esempio clamoroso: Silvio Berlusconi, un uomo che se non studi sua madre non capiresti mai. Questo è uno dei magnifici disguidi della vita, che rientra nella categoria cui accennavo prima, quella del `rimedio`: è paradossalmente più facile riconoscersi per chi è stato `disconosciuto` nella prima infanzia, che l`inverso. Assai simile all`evangelico `E` più facile che un cammello passi nella cruna dell`ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”. Di Freud si può dire tutto, ma non che non azzeccasse le definizioni. Quando inventò quella della `coazione a ripetere` fu un genio della linguistica più che della medicina, perché battezzò un meccanismo antico come il mondo, anche se inconsapevole ai più. Tutto quello che puoi fare è osservarlo, e questa è la terza e ultima cosa che ho imparato, l`ultimo ingrediente -per ora- della mia ricetta per vivere infelice e contento. Non puoi dismettere mai il tuo comportamento, anche se conduce all`autodistruzione? Qui mi soccorre un altro paradigma evangelico (sono i più potenti) : la croce. In cinquanta e passa anni ho imparato questo: sottrarsi alla tua croce può rivelarsi una scorciatoia molto più nefasta del lasciarsi crocifiggere. Anche in questo caso occorre separare il miglio dalla zizzania. Quest`ultima è il masochismo, che è un altro `piacere`, nella sua esasperazione, “suicida”. No, attraversare tutte le stazioni della Via Crucis è vivere. E a questo non puoi sottrarti. Come tutti, anch`io ho pensato centoeuna volta al suicidio. Poi, per esempio, mi viene in mente il verso di un oscuro poeta americano: `Chi potrà  dire mai cosa succede quando due bambini si baciano?` Ecco, stare al mondo per sapere cosa succede quando due bambini si baciano è uno stimolo sufficiente a sopportare il peso della tua croce, almeno per me. Che di mestiere faccio il sognatore. E la mia `coazione a ripetere` è inevitabilmente questa: sognare. All`inizio di questo diario mi sono spudoratamente sfogato su un classico di noi maschi cinquantenni, una trama talmente banale che persino i commediografi e gli sceneggiatori la ripropongono sempre più raramente: l`amore di un uomo maturo per una donna più giovane. Il mio collega amazzonico cui accennavo prima, l`indio cinquantenne, immagino non si sarebbe neppure posto il problema, in un senso o nell`altro, perché il problema, o meglio il suo aspetto grottesco e puerile, è stupirsi all`ovvietà  del risultato. Esistono un`infinità  di motivi per cui una storia del genere è destinata al fallimento, di uno di essi, forse il più forte, accenna Jack nel suo pezzo `la femminilità  ha vinto`, e riguarda il minore attaccamento della donna alla figura paterna, rispetto alla proiezione opposta di noi maschi di cercare la mamma in ogni donna che amiamo. Ne consegue che una giovane donna cercherà  sempre il modello-padre, e potrà  persino amarlo, pur non essendo una `gerontologa`, ma altrettanto eternamente, ogni volta che l`avrà  ritrovato, tenterà  di distruggerlo, ed essendo, in quest`epoca, il femminile psichicamente più forte del maschile, sarà  sempre lei a uscirne più o meno indenne. La conoscenza razionale, quindi, dovrebbe convincere chiunque a sottrarsi a questa inevitabile `crocifissione`. Eppure, per potersene liberare, credo sia infine più sano attraversarla. Almeno fino al punto di domandarsi: `Che ci faccio io qui?` Solo allora, e mi riferisco al giudizio negativo di una mia vecchia amica, ci si può far legare all`albero di maestra come Ulisse. Solo adesso, non prima, hai conquistato quel frammento di libero arbitrio in cui consiste il rimedio. Che la parte più potente di te, nel mio caso di `puer aeternus` sognatore, continui a ripetersi ossessivamente, come un mantra tibetano, la sua favola a lieto fine, o alternativamente, a litania, tutte le fiabe nere speculari, questo è per la precisione `la tua croce`, che per altri bambini, più o meno onnipotenti e realizzati, o sconfitti, è una banca e il suo contrario, sei televisioni, o il non poter dire una parola, una villa alle Bahamas e via sognando o “incubando”. La mia ricetta per vivere infelice e contento è tutta qui, con una miriade di accorgimenti alchimistici sui quali sto tuttora lavorando. Piccole trasformazioni di un desiderio più grande in uno più piccolo, infinitesimali metamorfosi nel transitare una paura immobilizzante in un fremito passeggero, e per rimanere nei paragoni evangelici, quando non ti riesce di trasformare l`acqua in vino puoi sempre cercare l`alchimia di aggiungere all`acqua di rubinetto qualche bollicina. Quando noi ci raccontiamo agli altri, utilizziamo linguaggi convenzionali che non corrispondono all`essenza profonda dell`accaduto. Io stesso incorro in questo stucchevole errore, pur avendone mille volte riconosciuta e commiserata la vanità , la cui unica alternativa, il rimedio, è quello che si definiva un tempo `un dignitoso silenzio`. Nel raccontare le mie tumultuose vicende d`amore, per esempio, posso snocciolare una sequela impressionante di esempi in cui sono stato vittima delle angherie di una giovane e bella “strega”. Vero o falso che sia (ovviamente

io tenderò a credere che sia vero) e prescindendo dal fatto, non secondario, che agli altri la mia vicenda potrà  suscitare un interesse relativo, al limite del pettegolezzo, la fanciulla in questione mi descriverà  alla sua cerchia di amici, ma soprattutto a se stessa, come un orco, e così come lei riterrà  piuttosto risibile che io la ritenga una strega (e tenderà  a sbarazzarsi di questa mia `proiezione`) così farò io stesso del suo orco, e questa coazione a ripetere e a `proiettare` nell`altro le proprie paure proseguirà  all`infinito. In realtà , credo che la questione sia assai più semplice, e quello che noi chiamiamo `amore`, e per una certa modalità  di linguaggio lo è certamente, in realtà  è cosa assai diversa: l`esperienza piacevole o dolente, di tipo affettivo, che ci ha marchiato alle origini e che noi tenderemo a ripetere fino alla morte, tranne in rari esempi di `redenzione`. Sono perle, scatti di reni del destino, ancora più sofferte per altri versi, e neanche troppo augurabili, diciamo che sono liete, dolentissime, fini. Un esempio di eccezione da “Love Story” d`accatto? Il più giovane perde “potere” per una causa accidentale che lo costringe a una “controdipendenza” dal più anziano, ed è quest`ultimo ad assurgere al ruolo di “infermiere”. A questa fatalità  del destino, comunque amara, (una sedia a rotelle, un crollo economico assoluto, una detenzione in carcere) se ne può aggiungere solo un`altra, ai limiti della fandonia o del fiabesco; casi eccezionali di dedizione profonda di un`anima all`altra (non saprei come altro definirli) che trasformano le rinunzie in dono. In tutta la vita -e solo di recente- ne ho conosciuto un caso. Ma era comunque una coppia di altri tempi. Lui novanta -un uomo eccezionale- lei meno di settanta. E` vedova inconsolabile da mesi, e piange d`amore. Lo so. Eccezioni. Ecco perché, inevitabilmente, tutti noi possiamo farci consolare o consigliare dai più intelligenti amici del pianeta, possiamo abbindolarci, sostituire frettolosamente un amore con l`altro, avanti il prossimo, ma questo ritrarci dalla croce ci perseguiterà  persino con malattie e altre somatizzazioni. Che la mia lei dica `era uno stronzo` o viceversa, che lo scrivano pure sui giornali, che lei o io abbiamo dalla nostra tutta la cerchia d`amici, il parentado e il quartiere, non servirà  assolutamente a niente. La verità  è che il mio `imprinting` fa sì che a me eccitino esattamente le `streghe` e che lei si `erotizzi` anche, ma non solo, con i padri che, dopo averli consumati, vanno giustamente uccisi. Siamo comparse di tragedie antiche, amici miei. E dato che in ogni tragedia mi piace trovare uno scampolo di frivolezza, se quella `strega` di mia madre fosse andata a letto con quell` `orco` anafettivo di suo padre, avremmo fatto prima e ci saremmo evitati tanti dispiaceri. Avendo praticato, nel bene e nel male, parecchia psicanalisi questo è il mio linguaggio. Se fossi, per esempio, buddista, ne farei una questione di karma, ma potrei ricorrere persino alla politica riconoscendo nei suoi comportamenti un razzismo coatto (è di destra) e lei nei miei un`incoerenza da comunista borghese. Noi siamo quello che siamo già  stati, questo è il punto, il dolore primario (il “peccato originale”?) è una partitura che ripetiamo all`infinito. E` sulle piccole variazioni sul tema che dobbiamo e possiamo concentrarci per trarne la nostra unica, irripetibile ricetta per vivere felici e scontenti o, se preferite, infelici e contenti.