"Fermiamo le Olimpiadi", cresce la protesta nel mondo

16 marzo 2008 Mondo News

La Cina annuncia che la fiaccola olimpica passerà  in Tibet, come previsto, ma c´è chi comincia a chiedere a gran voce il boicottaggio dei Giochi. Gli esuli tibetani lo avevano detto già  due anni fa, quando fu reso noto il percorso del simbolo delle Olimpiadi: «Far passare la torcia nel nostro Paese è un affronto». Il Comitato Olimpico Internazionale non volle neanche incontrare i rappresentati tibetani e ieri, di fronte al massacro a Lhasa, ancora una volta il presidente Jacques Rogge ha rimarcato la separazione dell´evento sportivo dall´attualità  politica. «Il boicottaggio delle Olimpiadi non risolverebbe nulla e danneggerebbe solo gli atleti innocenti – ha detto – ostacolerebbe la preparazione di qualcosa che merita di essere organizzato». È stato l´attore americano Richard Gere, sostenitore della causa tibetana da oltre venti anni, a riaccendere la discussione sul boicottaggio. Venerdì, Unione Europea e Stati Uniti avevano già  dato un segnale chiaro in proposito, escludendo di disertare i Giochi per protesta, ma l´ultimatum del governo cinese ai manifestanti tibetani fa temere un bagno di sangue ancor peggiore di quello in corso. «Se la Cina non reagirà  in maniera opportuna, se non riconosceranno quanto sta accadendo e non permetteranno il libero accesso ai mezzi di comunicazione – ha detto Richard Gere – credo che si dovrà  assolutamente boicottare. Sarebbe disonorevole andare avanti come se niente fosse». È la voce di un attivista – Gere ha fondato l´International Campaign for Tibet – , mentre i politici vanno avanti con le esortazioni al governo cinese. La cancelliera tedesca Angela Merkel, che aveva fatto infuriare la Cina ricevendo lo scorso settembre il Dalai Lama, si dice «preoccupata» e auspica un «dialogo pacifico e diretto» unica via per arrivare a una «soluzione duratura della questione tibetana». È la linea della Ue, dei governi, anche dei candidati democratici alla Casa Bianca. Barack Obama ha sostenuto che le Olimpiadi sono un´ottima occasione per Pechino per dimostrare i progressi fatti in materia di diritti umani: «Gli eventi del Tibet di questi ultimi giorni mostrano purtroppo un altro volto del Paese». Nessun accenno ai Giochi per Hillary Clinton, che ha fatto appello al governo cinese perché «prevenga ulteriori escalation del conflitto e cerchi urgentemente una soluzione con mezzi pacifici». Se le proteste dei governi sono caute, si fa invece sentire la piazza. A Washington circa 200 persone sono andate sotto l´ambasciata cinese e avvolti nelle bandiere tibetane hanno urlato «Vergogna!» e chiesto che gli Stati Uniti boicottino i Giochi. Manifestazioni simili a Sidney, in Australia, e in molte città  europee. Tacciono, è normale, gli atleti, anche quelli che non hanno esitato in passato a prendere posizione a favore del rispetto dei diritti umani. Chi da quattro anni a questa parte non pensa ad altro che alla gara olimpica e alla medaglia d´oro non ha niente altro in testa. E forse hanno ragione a volere una chance per salire su un podio a Pechino. Le immagini rimaste nella mente di tutti sono quelle di Tommie Smith e John Carlos con il pugno guantato di nero a Città  del Messico nel 1968, non quelle di un podio in cui manca un grande atleta, rimasto a casa per un boicottaggio.