Ergastoli confermati per i boss che rubarono la vita di Graziella

MESSINA – I giudici della Corte d`assise d`appello hanno confermato la condanna all`ergastolo per il boss Gerlando Alberti jr e Giovanni Sutera accusati dell`omicidio della giovane Graziella Campagna, assassinata nel dicembre 1987 in un paese del messinese. La Corte ha poi derubricato da favoreggiamento aggravato a quello semplice il reato di cui rispondeva la terza imputata, Francesca Federico, e quindi i giudici hanno dichiarato prescritto il reato. In primo grado la donna era stata condanna a quattro anni. La lettura del dispositivo è avvenuta dopo circa otto ore di camera di consiglio. La vita a Graziella Campagna era stata rubata quando aveva appena 17 anni. La giovane stiratrice era stata trucidata con cinque colpi di lupara che le sfigurarono il volto il 12 dicembre 1985, sui Colli Sarrizzo, tra Messina e Villafranca Tirrena. Una esecuzione feroce che doveva neutralizzare chi avrebbe potuto compromettere una latitanza dorata, ma anche servire da lezione. Dopo 23 anni la giustizia prova oggi a farsi perdonare un`agonia così lunga, confermando l`ergastolo per i due principali imputati. Un esito cui si è arrivati anche dopo una clamorosa scarcerazione due anni fa per decorrenza dei termini. “Nonostante avessero voluto zittirla con un`arma – ha detto commosso il fratello Pietro – hanno dato voce al suo silenzio e la sua voce sarà  sempre, sempre più forte. Oggi ha vinto lei, ha vinto la giustizia”. Tre giorni prima il suo assassinio, Graziella si era confidata con la madre: “Sai che è strano, l`ingegnere Cannata non è l`ingegnere Cannata”, parlandole della “carta” che aveva trovato per caso nella tasca di una camicia e che rimandava alla vera identità  di un cliente noto come ingegner Toni Cannata. Un ritrovamento che ha significato una condanna a morte, rispetto alla quale sin da subito si è messa in moto la macchina del depistaggio. Importanti le indagini private che il fratello di Graziella, Pietro Campagna, carabiniere allora in servizio in Calabria, ha dovuto compiere per fare emergere la verità  di un omicidio che si voleva passionale a tutti i costi per coprire i veri colpevoli. Nel 1988 ci fu il rinvio a giudizio di Gerlando Alberti junior e del fedelissimo Giovanni Sutera, che a sua volta si spacciava per il geometra Gianni Lombardo. Ma nel 1990 ecco la richiesta del pm al giudice istruttore del Tribunale messinese di “non doversi procedere” per questioni procedurali. Della vicenda si tornò quindi a parlare solo nel 1996, con una puntata di `Chi l`ha visto?`, mentre anche le dichiarazioni di nove pentiti di mafia squarciarono il velo sul delitto di Graziella Campagna. Nel dicembre 1996 il Tribunale di Messina riaprì ufficialmente il caso. La ricostruzione degli inquirenti dell`epoca dice che la ragazza venne uccisa perchè il 9 dicembre 1985 aveva trovato nella tasca di un indumento lasciato in tintoria l`agendina-documento che che un`altra commessa della tintoria, Agata Cannistrà , avrebbe però strappato dalle mani di Graziella che glielo aveva mostrato, e di cui non si è più trovata traccia. Proprio la Cannistrà  e la titolare della bottega, Franca Federico, furono rinviate a giudizio e quindi condannate l`11 dicembre 2004 a due anni a testa per favoreggiamento, mentre per Alberti junior e Sutera i giudici della Corte d`Assise di Messina decisero l`ergastolo. Il boss, nipote di “`u paccare”, com`era noto quel Gerlando Alberti senior ritenuto il braccio destro di Pippo Calò, tornò però libero dopo un anno e mezzo dalla condanna, nel settembre 2006 perchè gli stessi giudici di primo grado non depositarono entro i termini le motivazioni della sentenza, determinando così la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Negli anni si è arrivati quindi al processo di appello e lo scorso novembre il presidente del Tribunale di Messina, tramite l`allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, avanzò richiesta alla Rai di non trasmettere la fiction “La vita rubata” per evitare un impatto emozionale che avrebbe potuto condizionare il clima del processo. La messa in onda era programmata, infatti, per il 27 novembre ed è slittata al 10 marzo, proprio a pochi giorni dalla sentenza d`appello di questa notte. Nella sua requisitoria, un mese fa il procuratore generale Marcello Minasi spiegò che Villafranca Tirrena a metà  degli anni `80 era una `zona francà  dove i boss di mafia, `dnrangheta e camorra vivevano la loro latitanza, dove si riunivano insieme a politici, massoni, giudici, carabinieri ed imprenditori collusi nella masseria di Don Santo Sfameni e dove si stava per impiantare una raffineria di eroina. La povera Graziella non è stata assassinata solo perchè era venuta in possesso di un`agendina, di un pizzino, o come lei lo definì un `mossu i carta` che poteva compromettere – disse Minasi – la latitanza di Alberti e Sutera, ma perchè poteva far scoprire proprio questo contesto segreto”. E se il corpo della stiratrice assassinata non è stato gettato nella vicina cisterna è “perchè il cadavere doveva essere trovato per dissuadere chiunque dalla tentazione d`infrangere il silenzio sul contenuto dello scottante documento”. Questa notte è la voce dello Stato da un`aula del tribunale a rompere quel silenzio e a dare una risposta all`attesa di giustizia.