1° MAGGIO: Da tre a cinque milioni giovani, donne e soli in cerca di riscatto

1 maggio 2008 Inchieste/Giudiziaria

Dell`aritmetica del lavoro precario ormai siamo in grado di dire molto grazie alle indagini periodiche Istat-Eurostat e al recente panel Isfol (Indagine Plus) che fa il punto anche sulle transizioni tra lavoro precario e lavoro stabile sulla base di un campione di 24mila interviste. Un supplemento d`indagine, invece, andrebbe svolto sulla dimensione soggettiva della condizione precaria e sull`orizzonte di senso, spesso individuale, a volte collettivo, che tanti giovani precari provano comunque ad offrirsi (lo diceva bene Lea Melandri qualche giorno fa su questo giornale) perché a 20 o 30 anni la rappresentazione “in negativo” (negazione di diritti, negazione di reddito, negazione di prospettiva) della propria condizione non può bastare a “riconoscersi”. Ed allora se non è l`azione collettiva, se non è la politica a indicare una via praticabile di fuoriuscita allora ben venga il Grande Fratello o l`aspirazione ad un riscatto individuale, qualunque esso sia. Sappiamo da tempo che giovani e donne, soprattutto se residenti nel Mezzogiorno, si concentrano maggiormente nella quota di occupazione precaria che l`Isfol stima essere tra il 13,5 ed il 17,5 del totale (dai 3 ai 5 milioni di persone circa). Secondo l`Istat nel 2006 la durata dei contratti degli occupati temporanei si attestava sui 12,8 mesi, con una differenza di genere che vede i contratti degli uomini mediamente più lunghi di un mese rispetto a quelli delle donne. Ben il 37 per cento dei lavoratori temporanei ha un contratto pari o inferiore ai sei mesi e solamente il 19,6 per cento può contare su un contratto di durata superiore ai due anni. I contratti più brevi sono presenti sia in settori tradizionalmente caratterizzati dalla presenza di lavoro stagionale sia in altri settori quali l`industria della trasformazione (41,4 per cento) e il settore trasporti e comunicazioni (44,8 per cento). Se si guarda all`orario di lavoro, in una settimana media le ore lavorate dagli occupati temporanei sono 33 contro le 38,4 degli occupati permanenti. La differenziazione di genere evidenzia un numero medio di ore lavorate dalle donne (29,7) più basso di quello riferito agli uomini (36,4). Le quote più basse di ore lavorate si riscontrano tra le donne con età compresa tra i 30 e i 49 anni (circa 28 ore in media a settimana con la conseguente decurtazione di reddito). Con riferimento all`età dei lavoratori, la maggiore incidenza di lavoratori temporanei (27,6 per cento di occupati) si registra tra i giovani di 15-29 anni mentre tra i 30 e i 39 anni si riscontrano circa 800mila persone in tale condizione. Un`analoga consistenza numerica riguarda gli occupati “over 40”. Nel complesso, i temporanei oltre i 30 anni rappresentano circa il 60 per cento del totale dei lavoratori con contratto a termine. Tra i giovani le forme di flessibilità contrattuale sono associate a condizioni di precarietà specialmente quando i livelli di scolarità sono bassi e il sostegno familiare insufficiente: oltre il 40 per cento dei giovani con contratto a termine, co.co.co o prestatori occasionali vive in famiglie dove nessun altro membro è occupato oppure, se occupato, ha un contratto a termine o di basso livello. Di questi solo il 13 per cento ha una laurea. Tra i giovani con occupazione a termine coesistono, secondo quanto riferito dall`Istat in una recente audizione parlamentare del presidente Biggieri, due tipologie differenti: quelli con alti livelli di capitale umano individuale e/o familiare (con potenzialità occupazionali e tutele maggiori per il futuro) e quelli che hanno livelli di istruzione ed esperienza lavorativa meno spendibili sul mercato.

Per quanto riguarda le transizioni, di recente l`Isfol (Panel Plus) ha stimato che in 12 mesi (tra la metà del 2005 e la metà del 2006) il 58 % degli atipici è permasto nella condizione di atipico e solo il 42% è transitato verso un lavoro stabile. Anche in riferimento all`incidenza della condizione di atipicità sul reddito atteso disponiamo, ormai, di varie stime: secondo l`Istat, a parità di altre condizioni, un lavoratore atipico ha un reddito atteso di circa il 15% inferiore rispetto ad un collega stabile. Sarebbe utile, però, non interpretare questi dati come un identikit del lavoratore precario. Nella costruzione del discorso politico sarebbe al contrario consigliabile dismettere ogni rappresentazione “esemplare” della precarietà , per differenziare e nominare fenomeni spesso distanti e migliorare la “diagnostica” rispetto al modo in cui la condizione di precarietà viene gestita, alle strategie individuali e collettive messe in atto, agli atteggiamenti rispetto al lavoro. Le strategie di vita e di relazione di una parte consistente della generazione flessibile sono sì determinate dalla condizione di instabilità lavorativa, ma pure esse si danno, esprimono dei significati, delle opzioni, e meritano, probabilmente, di essere considerate nella politicità che esprimono.

Cristina Tajani