L`INCHIESTA: Morire di carcere in Italia

6 maggio 2008 Inchieste/Giudiziaria

Dall`inizio dell`anno più di trenta detenuti sono morti nei penitenziari italiani. Di questi, undici si sono suicidati. Sono i dati raccolti nell`ambito del monitoraggio “Morire di carcere”, consultabile sul sito internet www.ristretti.it. Aggiornate al mese di aprile, queste stime si basano su informazioni raccolte dai giornali e agenzie di stampa, ma più spesso da comunicazioni di volontari e parenti dei detenuti. Informazioni faticosamente costruite, non ufficiali, né certamente complete. I decessi dei detenuti tendono a sfuggire all`attenzione pubblica e, non di rado, vengono trascurate più o meno distrattamente dalle autorità  competenti. Sandro di Niso è morto in cella all`età  di 35 anni, secondo il medico legale, per “errore” mentre si drogava. E` svenuto con la testa in un sacchetto di plastica senza riuscire a riprendersi dopo aver sniffato gas da un fornelletto per riscaldare le vivande. Una pratica usuale tra i tossicodipendenti internati. Orazio I. è morto nel reparto di isolamento del carcere di Frosinone per arresto cardiaco. Lo stesso è accaduto nel carcere di Regina Coeli a Stefano M. , deceduto nella notte tra il 22 e il 23 aprile. Entrambi erano in condizioni di invalidità  psichica grave. Aldo Bianzino è stato trovato morto nella sua cella di isolamento del carcere di Perugia: un`inchiesta in corso sta verificando le responsabilità  della morte, che pare essere stata causata da un pestaggio da parte dei carcerieri. Overdose, scioperi della fame, violenze, pestaggi, malattie curate male o non curate affatto, stati di degenza mentale e fisica: così si muore nelle prigioni italiane per “cause naturali”. Oppure ci si impicca con un lenzuolo. I decessi in carcere sono per buona parte suicidi, quelli che Adriano Sofri ha descritto come la “forma di evasione più diffusa e subdola”: un terzo dei 1.200 casi di decesso rilevati dal dossier “Morire di carcere” dal 2000 ad oggi. L`apparato medico sanitario e le strutture assistenziali che si occupano dei detenuti lasciano molto a desiderare, così come le indagini giudiziarie che dovrebbero chiarire le circostanze di morte nelle prigioni. Spesso messi a tacere o soffocati dall`indifferenza dei media, questi decessi rivelano la presenza di realtà  taciute e responsabilità  mancate, di chi è colpevole direttamente o comunque non fa abbastanza per impedirle. In base al Decreto Legislativo 230/99, i diritti di assistenza sanitaria e cure mediche dei detenuti avrebbero dovuto essere equiparati a quelli dei cittadini in stato di libertà , passando dalla responsabilità  del ministero di Giustizia a quello della Sanità . Tuttavia in nove anni poco è cambiato e il numero dei decessi per cause di salute sono aumentati progressivamente. “I cittadini privati della libertà  sono sotto la responsabilità  e la tutela dello Stato ancora di più dei cittadini in libertà “, spiega il sottosegretario di Stato alla Giustizia per le carceri, Luigi Manconi. Le morti classificate per `cause naturali`, spesso per arresto cardiaco, sottintendono situazioni in cui i soggetti in questione verserebbero in condizioni psico-fisiche tali, da concludere che il carcere forse non è il luogo dove dovrebbero trovarsi: “il numero dei soggetti che teoricamente sarebbero `adatti` alla vita in carcere è ridottissimo: si tratta dei soggetti di comprovata pericolosità  sociale. Tutti gli altri, che soffrono di squilibri psichici o patologie fisico mentali più o meno gravi, e più in generale tutti coloro che non recherebbero danno alla società , non dovrebbero essere internati in istituti di detenzione. Nei fatti il sistema penitenziario accoglie molte più persone di quante possa prendersi cura.” Manconi smentisce tuttavia la trascuratezza nelle indagini giudiziarie per chiarire le morti in circostanze controverse, rilevando una volontà  precisa delle autorità  in tal senso. A tal proposito porta in esempio la vicenda di Bianzino: “in questo caso specifico, che ho seguito personalmente, le indagini non sono state né frettolose né superficiali. Anche se l`esito non è prevedibile, e le responsabilità  penali sono ancora da definire, si evidenziano una serie di comportamenti superficiali e sbrigativi. Questi sono dati di fatto, per fare luce sui quali, gli uffici amministrativi e giudiziari competenti hanno avviato una inchiesta seria”.

Barbara Carcone