PEPPINO IMPASTATO: Ma Cinisi non ha alcuna voglia di ricordare il "ragazzo dei cento passi"

8 maggio 2008 Mondo News

Non c`è più nessuna traccia a testimoniare che, in quell`appartamento di corso Umberto al numero 187, il boss Tano Badalamenti abbia trascorso parte della sua vita. Non una targhetta sul campanello, niente buca della posta. La porta d`ingresso è sbarrata, il legno delle finestre è ormai marcito. Come se don Tano da qui non fosse mai passato, come se la mafia qui non fosse mai esistita. Casa Badalamenti e casa Impastato. Cento passi esatti le separano. Quella manciata di metri che Peppino Impastato trent`anni fa percorse per sfidare «mafiopoli con la sua montagna di merda», come gridava dai microfoni di “Radio Aut”, la radio libera e autofinanziata fondata a Terrasini nel 1977. Fu tra l`8 e il 9 maggio del 1978 che, per volere del boss di Cosa nostra Gaetano Badalamenti, Peppino venne prima ucciso e poi fatto saltare in aria con una carica di tritolo sui binari della ferrovia. I carabinieriparlarono immediatamente di atto terroristico: erano quelli gli “Anni di Piombo”, le Brigate Rosse avevano ucciso il presidente della Dc, Aldo Moro. Ma Peppino militante di Democrazia Proletaria ( fu candidato alle elezioni comunali del 1978) con il terrorismo non c`entrava.Lui aveva dedicato buona parte della sua vita a lottare a fianco dei contadini e dei disoccupati, a dire a voce alta ciò che pensava e in cui credeva. Un`inchiesta partita con il piede sbagliato.Dopo la pista terroristica, arrivò quella del suicidio, tirata fuori dagli inquirenti in seguito al ritrovamento di una lettera che portava la firma del giovane Impastato. Il resto è storia di insabbiamenti, depistaggi e di una verità  che è venuta alla luce soltanto a distanza di 24 anni, quando l`11 aprile del 2002 Badalamenti è stato condannato all`ergastolo per aver ordinato quell`assassinio. A Cinisi, trent`anni dopo, è cambiato tutto per non cambiare niente. Lo dicono gli occhi di Giovanni Impastato: scuri e tristi, quasi fossero attraversati da quella notte che non basterà  una vita per cancellare. Con la stessa compostezza di trent`anni fa lotta per difendere la memoria di Peppino dall`indifferenza e dall`ingiustizia. Ma la forza di Giovanni è la stessa che ha sorretto, fino all`ultima goccia di vita, mamma Felicia, madre coraggio, lei che la mafia l`ha combattuta dentro casa. Il boss Cesare Manzella era il cognato di Luigi, suo marito, lo stesso che, invano, nel 1977 partì per gli Stati Uniti a cercare di opporsi a quanti avevano già  decretato la morte di quel figlio “strano”: morirà  in un incidente stradale nel 1977. In questi trent`anni Giovanni ha cercato di svegliare le coscienze sopite di questo piccolo paese del palermitano senza andare mai via. È qui che fa il commerciante e gestisce una pizzeria.

Giovanni Impastato, che cosa è rimasto oggi di quei “cento passi”?

Quel che resta è innanzitutto il ricordo della rottura. Perché in Sicilia le distanze, in realtà , possono essere veramente molto brevi. Appena cento passi separavano due mondi. Ma troppe volte questi passi non era importante contarli. Mio padre era un mafioso, nostro zio era il boss Cesare Manzella, noi la mafia l`abbiamo avuta in casa. Ma fu proprio dall`assassinio dello zio che Peppino cominciò a sviluppare un senso di ribellione. Ricordo che un giorno mio fratello mi disse: «Se questa è mafia io mi batterò per tutta la vita contro». Aveva 15 anni. Che cosa resta dunque di quei cento passi? Le sue battaglie».

E della Cinisi degli anni Settanta, quella di “Tano seduto”, come dai microfoni di Radio Aut suo fratello ribattezzò Badalamenti?

«Mi amareggia che non è cambiato molto. Siamo stati lasciati soli dall`Amministrazione. A livello locale le Istituzioni non hanno fatto fino in fondo il proprio dovere. Questo è il paese in cui, fino a poco tempo fa, il sindaco diceva che la mafia non è mai esistita e che noi rompevamo solo le scatole. Il dovere delle Amministrazioni è ricordare. Peppino, esponente di Democrazia Proletaria e consigliere comunale, non è mai stato ricordato a Cinisi. E poi che cosa dire della gente, quella che è rimasta indifferente nei nostri confronti? Ricordo ancora che il paese era assente alla morte di mia madre. Infine, la Chiesa. Dov`era? Per qualche sacerdote Peppino non era un buon esempio perché diceva le parolacce…».

Insomma, scuotere le coscienze qui è quasi impossibile?

«Non c`è più indignazione. E per questo motivo sono davvero molto preoccupato. Si sta tentando di legalizzare la criminalità . Oggi serve una nuova antimafia, un`antimafia sociale, che parta dal basso e non nei “salotti buoni”. Se vogliamo davvero la sconfitta definitiva di Cosa nostra, dobbiamo cominciare a porci obiettivi diversi, come le grandi battaglie sociali di un tempo, quelle di Peppino».

Ma le recenti catture dei Lo Piccolo, di Gaspare Di Maggio, ultimo boss di Cinisi, non indicano che, prima o poi, la legalità  può trionfare?

«Una nuova generazione di boss stava prendendo le redini a Cinisi ma sono stati arrestati. È una buona notizia. Ma non posso ignorare che in un paese civile non bisognerebbe aspettare un quarto di secolo per avere giustizia com`è capitato a mio fratello».

Giovanni Impastato, lei ha lottato per avere la verità  sulla morte di suo fratello Peppino. Un altro caso, quello di Graziella Campagna, è stato riaperto grazie alle indagini del fratello Piero. Il vostro coraggio è stato più forte dei tentativi di depistaggio. «Non nego che sono stati tanti i momenti in cui abbiamo avuto paura. Siamo tuttavia riusciti a tirare fuori quel poco di coraggio che ci restava per andare avanti. Perché dovevamo innanzitutto difendere la memoria di Peppino. E per farlo abbiamo dovuto buttare fuori i nostri parenti mafiosi, non solo siciliani, che continuavano dopo la sua morte a proporci ben altro. Ma non abbiamo avuto contro soltanto loro: avevamo contro anche una parte delle Istituzioni. Che fine hanno fatto coloro che hanno depistato le indagini? Tutti promossi. È questa la legalità ? I nostri punti di riferimento, in questi trent`anni, sono stati tutti uccisi, uno dopo l`altro. Il procuratore capo Gaetano Costa, il primo ad aver parlato, nella vicenda di Peppino, di omicidioi. E poi, ancora, il consigliere istruttore Rocco Chinnici che diede l`impulso definitivo all`inchiesta Due magistrati uccisi, non a caso».

Gaetano Badalamenti nel 2002 è stato condannato all`ergastolo per l`assassinio di Peppino. Qualche anno dopo è morto. Che cosa ha provato?

«Ogni persona che muore merita rispetto. Ricordo ancora un particolare, che risale al momento della conferma dell` ergastolo. Mi chiesero, per provocarmi: “Lei oggi brinderà ?”. Questo è il giorno più triste, risposi. Non conta proprio nulla un ergastolo in più o uno in meno. È un fallimento per tutti noi. Perché noi tutti, insieme, avremmo potuto fare qualcosa per evitarlo». Giovanna Cucé