LESA MAESTA` AL PRESIDENTE SCHIFANI: `Repressione è civiltà ` di Diego Cugia

12 maggio 2008 Inchieste/Giudiziaria

La reazione del potere politico e giornalistico italiano alle considerazioni di Travaglio sulle passate frequentazioni `mafiose` del nuovo presidente del Senato, Schifani, credo sia stata obiettivamente impressionante. Un potere furibondo, pressoché unanime, che si rivolta all`unisono contro un singolo individuo, quasi fosse un mostro, uno stragista, un piromane, un pedofilo seriale, per il solo fatto che egli ha espresso un`opinione in televisione, qualunque essa sia, la più abnorme o disgustosa, dovrebbe destare allarme, perché è un sintomo grave di qualcosa che non va. Una campanella d`allarme che suona ancora più squillante, per una democrazia, quando il dissenso furente del potere contro il singolo `reo`, prescinde da quanto di vero o di falso egli abbia dichiarato, vuoi perché si tratterebbe di `fatti inconsistenti o manipolati che non hanno nemmeno la dignità  per generare sospetti` (dichiarazione dello stesso Schifani) vuoi perché il comportamento del giornalista Travaglio sarebbe stato `deprecabile` e `inescusabile` (dichiarazione del direttore generale della Rai). In sostanza colpiscono tre fenomeni: la fulmineità  e l`unanimità  della reazione (il cittadino denunziante viene a sua volta denunziato e, di fatto, reietto dalla comunità  `democratica`). Secondo: i fatti oggetto della denunzia originaria vengono rimossi, ossia parlarne è un tabù. Terzo: il massiccio ricorso all`enfasi che, come inchiostro di piovra, viene gettata contro l`aggressore e gli eventuali `simpatizzanti` per dissuaderli, un`ondata nera di enfasi controscandalistica repressiva, in luogo di una secca smentita, una precisazione, una semplice querela, scevra da tutto questo conturbante chiasso mediatico. Per caso, ieri sera una rete satellitare trasmetteva `Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto`, il film di Elio Petri che nel 1970 vinse l`Oscar come migliore film straniero. Nonostante l`avessi visto una mezza dozzina di volte, la faccia di Gian Maria Volonté mi ha impedito di cambiare canale. Quanto ci mancano le facce intelligenti. Eppure non esistono film più datati di quelli girati negli Anni Settanta, in confronto ai quali i documentari sul Ventennio dell`Istituto Luce sembrano contemporanei di Guerre Stellari. Polverosi gli atteggiamenti, per l`epoca `spregiudicati`, di Florinda Bolkan, come il suo trucco `pop`, polverosi i contestatori capelloni, polverosi i libricini rossi maoisti, come tutti gli interni del Commissariato e le pantere della polizia scattanti quanto nonnette sprint. Ma nel capo della squadra omicidi che assassina Augusta Terzi, la propria amante, la quale si prendeva gioco del suo potere statalista e gli dava del `bambino incompetente` a letto, si annidava un`attualità  dirompente che andava oltre la strepitosa interpretazione di Gian Maria Volonté. C`era la rappresentazione, direi liturgica, del `potere all`italiana`, quello di quasi quarant`anni fa, sopravvissuto a se stesso. La maschera di Volonté, il suo commissario che nonostante sia reo confesso nessuno può accusare, nemmeno lui, l`assassino, era la più diabolicamente italiana di tutte quelle di un Alberto Sordi, non più maschera democristiana era però immutabile nella sostanza, in quei ghigni intercalati a inchini, in quella sua autorevole untuosità , mentre i contestatori del `68 si erano dimostrate comparse della Storia lei era rimasta indenne, la maschera principe del carnevale del potere all`italiana. Quanto ha a che fare il caso Schifani-Travaglio con `Un indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto`? Niente altro che la verità . La bestia nera della nostra democrazia di provincia. La verità , pura e semplice, che da noi fa infinitamente più scandalo della menzogna. A meno che non sia quella del Capo, una verità  che diventa addirittura indiscutibile quando è sposata anche dall`opposizione. In tutti gli altri casi non è che una verità  senza consenso, senza `audience`, verità  impotente, irrisa, e il suo portatore una specie di untore della peste. Nel film di Petri, l`ispettore assassino pronunzia una sentenza che sembra di un`altra epoca, una battuta che nel duemilaotto dovrebbe farci sorridere, un po` è così, si capisce, ma poi ti guardi allo specchio e ti accorgi di aver indosso una smorfia amara: `Il popolo è minorenne, la città  è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà !`