Italia-Libia: le tante ombre della cooperazione anti-immigrazione

15 maggio 2008 Mondo News

ROMA – “Con la Libia la collaborazione c`è ed è molto intensa`. Le parole sono del ministro dell`Interno Roberto Maroni annunciando l`incontro di oggi con l`ambasciatore della Libia in Italia. Al centro dei colloqui la cooperazione italo libica per il contrasto all`immigrazione nelle acque del Canale di Sicilia. Una cooperazione dalla storia lunga e dalle tante ombre. Inizia tutto nel 2003, quando il governo Berlusconi, giocando d`anticipo sulla revoca delle sanzioni internazionali contro la Libia, sigla un accordo segreto con Qaddafi per il contrasto dell`immigrazione clandestina, sospendendo di fatto l`embargo sugli equipaggiamenti militari per la lotta all`emigrazione, all`indomani dell`impegno di Tripoli a versare rimborsi milionari per le famiglie delle 440 vittime degli attentati terroristici sui voli Pan Am 103 e Uta 722 del 1988 e 1989. L`Italia  spedisce oltre mare 100 gommoni, sei fuoristrada, tre pullman, 40 visori notturni, 50 macchine fotografiche subacquee, 500 mute da sub, 150 binocoli, 12 mila coperte di lana, 6.000 materassi e cuscini, 50 navigatori satellitari, 1.000 tende da campo e 500 giubbotti di salvataggio. Ma anche 1.000 sacchi per cadaveri. Coperte e materassi servono ai centri di detenzione per migranti che nascono in tutto il Paese. Secondo il rapporto `Fuga da Tripoli` di Fortress Europe, basato sulle testimonianze di rifugiati eritrei detenuti in Libia, ne esistono almeno 20: a Ajdabiya, Binghazi, Ghat, Gharyan, Ghudamis, aj-Jmayl, Juwazat, Khums, Kufrah, Marj, Misratah, Qatrun, Sabratah, Sabha, Sirt, Surman, Tripoli, (almeno due centri: Janzur e Fellah), Zawiyah, Zuwarah. Dal 2003 al 2006 hanno ospitato almeno 198.000 immigrati in via di espulsione, secondo Human Rights Watch. Non sempre si tratta di vere carceri. Spesso sono vecchi magazzini adibiti alla funzione detentiva e sorvegliati dalla polizia. Le testimonianze raccolte parlano di arresti in mare, sulla rotta per la Sicilia, ma anche di retate della polizia nei campi e negli squat abitati da immigrati piuttosto che nei locali lungo la costa dove vengono nascosti dai passeurs il giorno della partenza. Le testimonianze parlano di detenzioni durate mesi e in alcuni casi anni, senza nessun processo, in condizioni di sovraffollamento, fino a 60 o 70 persone in celle di sei metri per otto con un unico bagno. Le donne ` secondo il rapporto di Fortress Europe – sono sistematicamente vittime di violenze sessuali da parte della polizia. E gli uomini sono spesso vittime di pestaggi sia al momento dell`arresto sia durante la detenzione, per i motivi più futili. Tra migranti economici e rifugiati non viene applicata nessuna differenza di trattamento. La Libia dopotutto non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Per tutti, uomini, donne e bambini ` sostiene il rapporto di Fortress Europe -, la prospettiva dopo mesi di detenzione è il rimpatrio o l`accompagnamento alla frontiera sud, nel cuore del Sahara dove chi non ha i soldi per corrompere la polizia viene abbandonato nel deserto. (gdg)