LA RIFLESSIONE: Fini e Veltroni mistificano gli anni 70

20 maggio 2008 Inchieste/Giudiziaria

Cancellare l`odio. Usando lo strumento più semplice, più rozzo: la rimozione di un decennio. Di un decennio di storia. Gli anni 70. Ridotti ad una lunga serie di attentati, di assassinii. Di «caccia al nemico». Certo, l`occasione per riflettere non era forse quella più opportuna. Ieri all`Auditorium di Roma – quello dove si celebrano i fasti del Festival del cinema, che anche Alemanno è intenzionato a perpetrare – c`erano Veltroni e il neopresidente della Camera, Fini. Intervenuti a presentare un libro: “La notte brucia ancora”. Scritto da Giampaolo Mattei, quel bambino che vide morire due suoi fratelli nel rogo della propria abitazione. Nel rogo di Primavalle, nell`aprile del `73. Quando un gruppetto di militanti dell`ultrasinistra diede fuoco alla porta di una piccola casa popolare, per «punire» una famiglia di «fascisti». Un libro strano, atipico. Dove un dramma, una ferita ancora aperta non dà  spazio a nessun luogo comune. Un libro che ne ha per tutti: per chi sapeva e non ha detto nulla, per chi voltava lo sguardo dall`altra parte. Per chi incitava alla violenza, a destra come a sinistra. Per chi ancora continua «ad usare i tanti ragazzi morti di quegli anni» per fini inconffessabili. Questo era il libro. Ma il dibattito è andato da un`altra parte. Verso la ricostruzione di una «memoria condivisa» su quegli anni. Obiettivo raggiunto. Il decennio che va dalla Fiat alla Fiat – dai primi scioperi dell`autunno caldo `69 alla sconfitta dei 35 giorni – è più o meno lo stesso nelle parole dei due leader politici. Veltroni paragona addirittura quella stagione alla Shoa, alimentata dall`odio verso chiunque la pensasse diversamente. Anni terribili, dove si usciva di casa e non si sapeva se si tornava. Fini concede qualcosa: e dice che davvero erano anni orrendi, in cui «si giustificava» qualsiasi cosa pur di battere chi stava dall`altra parte. E lui ammette che nel suo partito, l`Msi, si facevano «spallucce» davanti alle denunce sui crimini di un Pinochet. Perché almeno quel dittatore «aveva bloccato il comunismo». Fini mette un limite alla rilettura di quegli anni, comunque. E dice che probabilmente ci sarebbe stata guerra civile vera se nel suo partito non ci fosse stata una figura come Almirante. Uomo senza odio, lo definisce. Veltroni invece va avanti come ha cominciato: e dice che quel rischio – il rischio dell`odio – non è mai sconfitto una volta per tutte. Ci vuole poco, insomma, a passare da slogan come «dieci, cento mille Nassyria» ad una nuova stagione di piombo. Tutte e due ora chiedono verità  su quegli anni. Considerati come un blocco omogeneo. Anzi, se c`è uno che fa un distinguo è Fini: e invita a non mettere sullo stesso piano gli omicidi politici, i tanti ragazzi morti con lo stragismo. Con le bombe sui treni, alla stazione di Bologna. Sul quale ancora troppo poco è stato accertato in sede giudiziaria. Troppe «influenze internazionali sono state sottovalutate». Ma sono dettagli. Quel che conta è che i due sono d`accordo sul «grosso» della questione. I più grandi movimenti sociali del dopoguerra, l`irrisione, la trasgressione verso qualsiasi istituzione. Il rifiuto della delega, anche quella ai partiti di sinistra, la scelta dell`autorappresentazione, l`antiautoritarismo, la ribellione fino anche – certo – al nichilismo autodistruttivo. Tutto qui diventa solo una sequenza di sparatorie. In strada. E per rifiutare quelle sparatorie, si cancella tutto il resto. Si dimentica tutto. Quello che è stato l`altro ieri, quello che avviene oggi. Nessuno infatti da quella tribunetta se l`è sentita di parlare di Verona, della morte di Nicola. Assassinato da tre suoi coetanei con le svastiche, ucciso non in nome di un`ideologia folle. Ma solo perché viveva, si vestiva in modo diverso dai suoi assassini. Una morte che esce dagli schemi degli anni 70. Dai loro schemi degli anni 70. Ma forse basterà  aspettare: fra un po` ci sarà  una lettura comune anche su quest`inizio secolo. Stefano Bocconetti