SFRUTTAMENTO ROSSOBIANCOVERDE: Petrolio, colpo grosso di Eni in Congo

20 maggio 2008 Mondo News

POINTE noire (congo) – L´Eni, stavolta, ha fatto un colpo grosso. Il giacimento individuato nel cuore dell´Africa, per cui l´amministratore delegato Paolo Scaroni ha appena firmato una concessione di esplorazione con il governo della Repubblica del Congo, potrebbe, infatti, contenere greggio sufficiente a raddoppiare le riserve dell´azienda nel mondo. Forse, nelle ipotesi più ottimistiche, da cui peraltro l´azienda si tiene per ora lontana, anche molto di più. Il petrolio di Tchikatanga, tuttavia, non è il greggio tradizionale dei pozzi arabi o del Mare del Nord. Si tratta di quello che i tecnici chiamano “petrolio non convenzionale”: sabbie cariche di bitume, da cui estrarre il greggio è, in linea di principio, più costoso e difficile di quanto avvenga con i pozzi tradizionali. Le riserve individuate, però, sono massicce. La concessione di Tchikatanga copre un´area di quasi 1.800 chilometri quadrati nella foresta, non lontano dalla costa atlantica. L´Eni, per ora, ne ha esplorato solo una porzione di 100 chilometri e qui ha individuato petrolio per un ammontare che oscilla fra i 500 milioni e i 2,5 miliardi di barili. Scaroni si è affannato, ieri, a spiegare che niente garantisce che il resto della concessione contenga petrolio nella stessa misura. Se ne saprà  di più fra un anno, quando sarà  stata allargata l´area di esplorazione. Tuttavia, anche se nessuno all´Eni intende spingersi a fare previsioni, appare realistico che le riserve complessive siano sufficienti a far fare un salto verso l´alto alla quantità  di greggio nel portafoglio mondiale dell´Eni, valutabile oggi in 3-4 miliardi di barili. L´altra svolta significativa che sottolinea Scaroni è che questo petrolio non convenzionale scoperto dall´Eni sono le prime sabbie bituminose individuate nel continente africano. Finora, questo tipo di pozzi era stato scoperto solo in Venezuela, lungo l´Orinoco, in Canada e in Russia. Scaroni la definisce «una nuova frontiera nell´eplorazione del petrolio» e non esita a sottolineare che, sotto questo profilo, Tchikatanga è una scoperta «di risonanza mondiale». Estrarre petrolio dal bitume delle sabbie è molto diverso da lavorare nei pozzi normali. Anziché pompare greggio da grandi profondità , bisogna scavare le sabbie e poi cuocerle, per farne uscire il petrolio. Il fattore positivo è che, su questi pozzi non convenzionali, l´entità  delle riserve e quelle del petrolio estraibile coincidono, mentre, nei pozzi normali, solo una parte (normalmente fino al 50-60%) del greggio presente può essere estratto. Il fattore negativo è che la procedura è più costosa e la lavorazione richiede maggiore energia. Inoltre, queste vere e proprie miniere a cielo aperto comportano una devastazione ambientale: l´Eni si è infatti già  impegnata a ripristinare il terreno e la vegetazione compromessi nell´estrazione. Tutto ciò, comunque, alza i costi, anche se questo, con i prezzi attuali del greggio sul mercato, non è la prima preoccupazione. Lavorare il petrolio bituminoso venezuelano costa 15-18 dollari a barile, trattare le sabbie del Canada 60 dollari. Il petrolio di Tchikatanga si colloca assai più vicino, come costi, a quello venezuelano. I tecnici dell´Eni valutano un costo di estrazione di 20-25 dollari, quasi un terzo del bitume del Canada e anche del greggio delle piattaforme off shore che estraggono il petrolio dalle profondità  dell´oceano. Inoltre, a fine trattamento, assicura Claudio De Scalzi, numero due dell´esplorazione Eni, il petrolio di Tchikatanga avrebbe caratteristiche paragonabili al resto del tradizionale petrolio africano, come quello dell´Angola. Perché questi costi relativamente bassi? Anzitutto, le sabbie bituminose individuate si trovano praticamente in superficie, a non più di 70 metri di profondità . In secondo luogo, il giacimento non è lontano dalla costa e non richiede grossi costi di trasporto. Infine, l´energia necessaria alla lavorazione delle sabbie proverrà  da una nuova, vicina, centrale a gas, che utilizzerà  come combustibile il metano che oggi brucia inutilmente sulle bocche dei pozzi tradizionali di petrolio di cui il Congo è, relativamente, ricco. Questa sorta di circolo virtuoso (utilizzare gas che, altrimenti, andrebbe sprecato) è il nocciolo della strategia, che Scaroni definisce, con qualche pudore, «matteiana» e che ha consentito all´Eni di ottenere la concessione. «Mettersi dalla parte del paese ospitante, senza guardare solo ai propri interessi», secondo la formula di Scaroni, è l´arma che, secondo l´amministratore delegato Eni, ha consentito di arrivare alla concessione, in una situazione politicamente non facile. Oltre alla centrale elettrica (ieri la prima pietra), e che sarà  capace, oltre che di raffinare le sabbie di Tchikatanga, anche di soddisfare l´80 per cento del fabbisogno di energia del Congo, l´Eni si è impegnato in un progetto per la coltivazione dell´olio di palma (per uso alimentare, ma anche per la produzione di biodiesel) e per un programma di vaccinazione di massa dei bambini. Tutto questo è servito a scavalcare la concorrenza della Total, il gigante petrolifero che ha radici profonde in un paese che, fino agli anni ‘60, è stato una colonia francese. Il giacimento scoperto in Congo, tuttavia, se conferma che di petrolio da trovare, nel mondo, ce n´è ancora, dimostra anche che è assai difficile soddisfare, con gli oli non convenzionali, la sete di petrolio del mondo. De Scalzi prevede una produzione iniziale, nel 2014, di 40 mila barili al giorno, per arrivare, a regime a 100-200 mila barili, ben lontani, quindi, dal mezzo milione di barili al giorno dei megagiacimenti che, oggi, soddisfano il grosso della domanda mondiale.