1 Giugno 2008 Senza categoria

"Ecco chi si arricchisce sulla fame" ma i Grandi non cambiano linea

ROMA – Non poteva esserci un momento più adatto per il vertice della Fao, in piena crisi alimentare mondiale. L´agenzia dell´Onu che combatte la fame dovrà  cercare nuove risposte contro problemi vecchi e sfide inattese, dalle emergenze climatiche all´avvento dei biocarburanti, all´esplosione dei prezzi. Ma stavolta nei negoziati a viale Aventino c´è un elemento nuovo. È la coscienza precisa che la nuova crisi è opera dell´uomo. La certezza che se le scorte alimentari sono ai minimi storici e i prezzi ai massimi livelli, la causa non è un´imprevedibile ondata di maltempo. È la scoperta che dalla sofferenza estesa c´è chi guadagna, e molto bene. «Facciamo i nomi di chi si è arricchito», dice Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid, una delle organizzazioni non governative più agguerrite. E sono nomi noti, quelli delle cinque multinazionali che controllano più dell´80 per cento del mercato dei cereali con accanto le cifre esplosive dei profitti 2007: Cargill (+36 per cento), Archer Daniels Midland (+67%), ConAgra (+30%), Bunge (+49%), Dreyfuss (+19% nel 2006). Molto bene è andata anche ai giganti produttori di sementi, erbicidi e pesticidi: Monsanto, Bayer, Dupont, Basf, Dow, Potashcorp e anche a fabbricanti di trattori come la Case New Holland. Sotto accusa ovunque è il modello produttivo iperliberista, che dà  mano libera alla speculazione finanziaria, e con l´aiuto di Fondo monetario e Banca Mondiale ha favorito la vecchia “linea” di privilegio della monocoltura per esportazioni. La parola d´ordine è “filiera corta” nello spazio e nel tempo, cioè produzione orientata per i consumi locali o d´area. «Oggi», spiega Antonio Onorati di Crocevia, «a decidere i prezzi è la grande distribuzione, catene come Auchan o Wal-Mart. Che trattano direttamente con i produttori e incassano la fetta più grande dei prezzi finali». Anche il governo italiano ha una sua ricetta per governare la globalizzazione: «Servono tre cose», dice Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo economico: «Produrre a sufficienza per tutti, anche se questo comporta ripensare la politica comunitaria Ue; far leva sull´export di tecnologia, agricola ma anche finanziaria, per esempio con strumenti come il microcredito; rivalutare la posizione sugli Ogm, senza scelte ideologiche ma garantendo la tracciabilità  e la tutela delle produzioni di alta qualità ». Secondo Urso è indispensabile «collegare la crisi alimentare con il Doha Round», il negoziato del Wto.
Quest´ultima prospettiva in realtà  è già  prevista nella bozza di documento finale preparata da esperti delle “economie agricole forti” (Ue, Usa, Canada e Brasile), che Repubblica ha potuto vedere prima ancora della discussione. Il punto più controverso è proprio il richiamo ai paesi membri del Wto perché si impegnino «a stabilire un regime agricolo internazionale più corretto e orientato al mercato, che aiuterà  le economie emergenti ad aumentare la capacità  produttiva». Per chi non ce la fa, è previsto un meccanismo di aiuti. Ma è proprio questo schema – mercato libero e assistenza – che non convince le Ong. «I paesi in via di sviluppo sono costretti a un bivio», dice ancora Onorati: «I più deboli devono ricorrere agli aiuti internazionali, che spesso sono meccanismi ideati solo per assorbire a prezzi garantiti i surplus dell´occidente. I più dinamici invece sono spinti sempre verso l´agricoltura intensiva per l´esportazione, secondo il modello iperliberista. Invece per favorire la produzione legata ai consumi locali bisogna ripensare a meccanismi protettivi». I presupposti, insomma, lasciano poco spazio all´ottimismo. La promessa del 1996, quando i leader del pianeta si impegnarono a dimezzare il numero delle persone a rischio entro il 2015, rischia di restare l´ennesima parola al vento dell´occidente. Dodici anni fa, a rischio di sopravvivenza erano 800 milioni, oggi sono 854 milioni. E se si continua a investire sui biocarburanti anziché sul pane, dice Oxfam, nel 2025 ci saranno altri 600 milioni di affamati.