8 Giugno 2008 Senza categoria

L`INFILTRATO SPECIALE di A. Cinquegrani e R. Pennarola

Quando la notizia venne battuta per la prima volta dalle agenzie, non pochi addetti ai lavori stavano per saltare sulla sedia: lui, Renato Farina, l`agente Betulla dei servizi segreti militari, sarebbe stato candidato alla Camera col Popolo delle Liberta` di Silvio Berlusconi. Non pochi sono andati a rileggersi le motivazioni con cui Farina il 29 marzo 2007 era stato radiato dall`Ordine dei giornalisti: «Il comportamento di Farina – si legge nel provvedimento – resta incompatibile con tutte le norme deontologiche della professione giornalistica ed ha provocato un gravissimo discredito per l`intera categoria. E non solo in relazione alla vicenda Abu Omar e ai rapporti con Pio Pompa. E` Farina che, nelle sue difese, rivela e rivendica un ruolo in una trattativa con Milosevic, ruolo che autorevoli membri del governo dell`epoca negano abbia mai avuto. E` Farina che fa riferimento a suoi rapporti con un servizio ultrasegreto statunitense (una Cia parallela agli ordini diretti di Condoleezza Rice). E` Farina che dichiara ai magistrati di aver accettato dai servizi all`incirca 30 mila euro». Oggi l`onorevole Renato Farina siede in Parlamento. Per la precisione, e` membro della commissione Cultura, Scienza e Istruzione, nonche` della commissione Agricoltura. Ed impartisce lezioni di correttezza istituzionale a deputati di lungo corso: «Mi ha molto colpito – dichiara in aula il 13 maggio scorso – la dichiarazione del vicepresidente del Senato, Emma Bonino, contro il Papa, accusato di mancanza di carita` e di mistificazione. Ritengo molto grave che tutto cio` non abbia trovato alcuna risposta da parte di alcun membro del partito che l`ha posta come capolista e che l`ha messa a rappresentare una istituzione come il Senato. Credo che una tale offesa non vada passata sotto silenzio». Come e perche` un Silvio Berlusconi riconvertito all`understatement piu` assoluto gia` durante la campagna elettorale ha varato la candidatura di un personaggio screditato che piu` non si puo`, quale Renato Farina? Bastera` ricordare che l`ex giornalista, nell`ambito del processo per il sequestro di Abu Omar (conclusosi per Farina con una condanna a sei mesi, ottenuta grazie al patteggiamento), ha riconosciuto le accuse di favoreggiamento mosse a suo carico ed ammesso di essere stato per anni a libro paga del Sismi. Dice un esperto come Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa al Senato e docente di strategia militare: «da quando esiste questo Paese, sono stati sempre i Servizi a dettare la linea ai governi e non certo il contrario, come si vorrebbe far credere». Trait d`union nel rapporto fra il Cavaliere e Betulla potrebbe essere proprio il numero uno dei Servizi Militari Nicolo` Pollari, che fu chiamato al vertice del Sismi da Berlusconi in persona durante il suo precedente premierato. Poco tempo dopo il braccio destro di Pollari, Pio Pompa, avrebbe intrapreso un`attivita` di spionaggio ai danni di magistrati e e giornalisti considerati `comunisti`, la famosa centrale di via Nazionale «da cui partivano – come ha scritto Marco Travaglio, uno dei `sorvegliati` di Pompa – i dossier-bufala per screditare e `disarticolare` magistrati perbene, giornalisti perbene, politici perbene, comprensibilmente invisi al governo Berlusconi». La storia di Renato Farina, che oggi legifera in nome e per conto degli italiani, la dice lunga sul livello di infiltrazioni e di inquinamenti che, soprattutto grazie all`attivita` dei servizi segreti, e` in atto gia` da tempo nel Paese. Un`altra vicenda che vi raccontiamo in queste pagine mostra fino a che punto si sia spinta la presenza di `infiltrati speciali` non solo nei livelli istituzionali, ma perfino nelle strutture deputate al contrasto dei poteri mafiosi. E ancora una volta a reggere le fila del meccanismo perverso erano due giornalisti: Guglielmo Sasinini (arrestato nell`ambito delle inchieste sugli spionaggi illeciti di casa Telecom) ma soprattutto il suo collega e sodale Francesco Silvestri. Per anni corrispondente – come Sasinini – di Famiglia Cristiana, Silvestri e` stato al tempo stesso collaboratore di lungo corso del periodico siciliano Narcomafie, che fa capo al gruppo Libera di don Luigi Ciotti. Su Narcomafie Silvestri pubblicava articoli scritti a quattro mani con Stefano Caselli, figlio dell`allora procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli. Una storia che, grazie ai collegamenti provati di Sasinini e Silvestri col generale del Sisde Mario Mori, va terribilmente ad incrociarsi con quella mancata perquisizione del covo di Toto` Riina dal quale sono spariti nomi, cognomi e trame degli ultimi trent`anni della storia d`Italia. BENEMERITA NELLA BUFERA Partiamo dalla Sicilia, perche` e` qui che sono ancora aperte vicende giudiziarie emblematiche del torbido potere d`inquinamento di Servizi e infiltrati. Il 16 giugno inizia a Palermo il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinnu, accusati di favoreggiamento aggravato: non avrebbero arrestato il boss Bernardo Provenzano, nel 1995, pur avendone tutte le possibilita` (lo stesso Mori ha per ora `schivato` un altro macigno pesantissimo, il non aver controllato per ben due settimane il covo di Toto` Riina dopo la cattura, consentendone una perfetta `ripulitura`, carte bollenti comprese). La Cassazione, invece, a breve dovra` pronunciarsi sul ricorso presentato dalla procura di Caltanissetta in merito al proscioglimento – deciso in un baleno ad aprile dal gip Paolo Scotto – del colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangio`li, anche lui accusato di favoreggiamento (per Cosa Nostra) e furto aggravato (l`agenda rossa di Paolo Borsellino, contenente con ogni probabilita` i segreti sulla strage di Capaci). Nel mezzo di questa bolgia giudiziaria, storie di frequentazioni a rischio, verbalizzazioni al calor bianco, delatori, depistatori, uomini dei servizi piu` o meno deviati, protagonisti di altri misteri di casa nostra (vedi il caso Moro), spioni, giornalisti prezzolati, insospettabili. Ciliegina sulla torta, di nuovo loro, gli 007 di marca Telecom. Insomma, un pasticciaccio che piu` brutto non si puo`. Una ragnatela di fili e trame attravero cui e` possibile leggere svariate storie del nostro paese. Mentre sullo sfondo si agitano ancora i brandelli di un`inchiesta mai nata. O meglio nata e poi piu` volte quasi affogata: quella sui mandanti occulti degli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 16 anni fa. Cerchiamo di mettere insieme i tasselli d`un mosaico fatto di sangue e complicita`. provenzano e i carabinieri Cominciamo con un verbale d`interrogatorio rimasto finora inedito, grazie al quale possiamo avere informazioni utili sia sul mistero del covo di Riina che su Provenzano. 8 novembre 2002. A parlare davanti all`ex procuratore di Palermo Piero Grasso e a diversi altri inquirenti (Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato, Domenico Gozzo, Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo) e` uno dei collaboratori di giustizia di maggior peso, Antonino Giuffre`. Su Provenzano: «Per anni e` girata la voce, a Catania, che Provenzano fosse confidente dei Carabinieri e che, in particolare, i contatti fossero tenuti direttamente dalla moglie. Ricordo che tra gli altri fu Eugenio Galea a parlarmene direttamente, in termini piuttosto espliciti. Io naturalmente mi guardai bene dal riferire questa voce a Provenzano. Intanto la voce comincio` a circolare anche a Palermo, e io ne parlai con Marciano` Giovanni, Domenico e Raffaele Ganci. Una volta, tempo dopo, Provenzano mi chiese: `Ninuzzo, ma tu ci credi che io sono sbirro?`, spiegandomi che circolava questa voce; io naturalmente gli dissi di no ma debbo dire che nel tempo cominciai a nutrire dei dubbi nel merito». Cosi` continua Giuffre`. «Circa la mancata perquisizione della casa di Toto` Riina, subito dopo il suo arresto, in effetti ricordo che venne commentata con Provenzano l`anomalia del ritardo della perquisizione e della possibilita` concessa a Riina di ripulire il tutto. Ritengo che il discorso sia stato pilotato a tavolino. Ritengo che Riina tenesse a casa le carte p
iu` compromettenti, quelle sui rapporti con persone `terze` rispetto a Cosa Nostra. Questi erano fatti, non chiacchiere. Di tali fatti parlai anche con Benedetto Spera, Carlo Greco, Pietro Aglieri, e tutti erano d`accordo con questa ricostruzione. Lo scopo della cattura era molteplice: da un parte Riina era diventato `ingombrante`, e dunque sacrificarlo poteva servire per salvare Cosa Nostra; dall`altra Bagarella si impossessa delle carte, penso tramite la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, per neutralizzare i danni che poteva fare a personalita` esterne, vicine a Cosa Nostra. (…) Nella casa di Riina vi erano le carte che contavano, i documenti sui contatti, le prove `carte alla mano`. Cose concrete. E queste cose non necessitavano certo di camions per essere portate via. Per questo ritengo sia stata Ninetta Bagarella, che e` a conoscenza di vari `segreti`, a portarle via, mentre altri hanno fatto il lavoro `grosso`, portando via mobili ed altro. I documenti, ora, li avra` Matteo Messina Denaro». Ovvero il nuovo super boss di Cosa Nostra. Si tratta di un verbale `riassuntivo` delle dichiarazioni di Giuffre`. Ancora piu` espliciti i passaggi desunti dalla trascrizione integrale dell`interrogatorio (e sempre riferiti al covo), in perfetto dialetto siciliano. Il boss-collaboratore parla di «discursu pilotato in altre… in alte sfere», «pecche` non l`arristaru dintra, se ne vanno… e certo ca nuantri ce la facevamo e non fuori», «vi pigghiate a Riina e vi nni iti, mentre nni sistemanu i cose». Per spiegarsi meglio, ecco alcuni passaggi. «Nel momento in cui ci danno il tempo ai familiari di andarsene, di ripulire tutto, mi consenta, abbiamo ben capito un pochino tutti che il discorso era… tutto il discorso e` stato perfettamente pilotato». «Automaticamente gia` nel momento in cui io entro dentro la casa di Riina e mi impossesso, io ho un`arma gia` di ricatto nelle mani e per quanto riguarda Cosa Nostra e per quanto riguarda principalmente tutte le attivita` esterne politiche imprenditoriali e via dicendo. Ci potevano stare (nel covo, ndr) delle tracce, degli appunti che potevano portate agli stessi… perfettamente… cioe` a funzionari dello Stato, a ministri… cioe` a discorsi, a discorsi ben in alto, cioe` fatti e non chiacchiere, percio` c`era interesse, mi permetto di dire, un piano ben preciso». In un`udienza del 22 ottobre 2005, Giuffre` conferma i pesanti sospetti; e ricorda il sospiro di sollievo di Provenzano alla notizia che «nel covo non era stato ritrovato nulla». Ma a parlare del covo non c`e` solo Giuffre`. Ecco cosa verbalizza un altro pezzo da novanta di Cosa Nostra, Giovanni Brusca: «C`erano documenti, appunti, conteggi, atti notarili». E riferisce di un incontro con un altro uomo di rispetto, Michelangelo La Barbera, che gli confida di «aver ripulito per bene il covo, bruciando biancheria, corredi e quant`altro, e di aver conservato argenteria, quadri e altro materiale in un garage». Ancora piu` circostanziata la testimonianza di Giusy Vitale, sorella di Vito, che per anni ha lavorato spalla a spalla con lo stesso Brusca. «Mio fratello ha lasciato intendere – sottolinea – che c`erano delle cose che se venivano trovate… addirittura mi ha fatto capire come se… saltava anche lo Stato in aria… succedeva un finimondo». E rammenta di aver sentito parlare il fratello con Brusca e altri mafiosi di «documenti che valevano piu` dell`oro», che «c`erano cose molto scottanti», che «succedeva un grande casino se veniva scoperto». EXCUSATIO NON PETITA… Ma la piu` clamorosa ammissione arriva nientemeno che da uno dei protagonisti della mancata perquisizione, il capitano Sergio De Caprio, al secolo `Ultimo`, braccio destro del generale Mori. Tirato in ballo nel libro `C`era una volta la mafia` di Attilo Bolzoni e Saverio Lodato, Ultimo pensa bene di querelare i due giornalisti. Ecco cosa dichiara in aula: «leggendo il libro viene presentata in maniera sistematica la presenza di accordi illeciti tra carabinieri e grandissimi personaggi mafiosi come Provenzano. Si dice chiaramente che non si e` voluto perquisire il covo perche` c`era un fanto… un archivio. Il patto e`: Riina e` stato preso per strada perche` in cambio gli hanno dato la possibilita` di nascondere questo archivio, che l`avrebbe preso Provenzano per poter ricattare 3000 perso… grosse personalita`». Precisa Caterina Malavenda, legale dei due giornalisti: «Bolzoni e Lodato nel libro non scrivono di cifre precise, e` stato proprio Di Caprio nel corso della deposizione a parlare dei 3000 nomi di quel misterioso archivio segreto». La classica `escusatio non petita`, un autogol in piena regola. Un maxi archivio da 3000 nomi, fonte di chissa` quali torbide manovre e strategie di ricatti, e` ancora in giro. Sara` mai accessibile, privacy permettendo? Eppure quel covo non venne perquisito, ne` controllato. Nulla di nulla, per la bellezza di quindici, interminabili giorni. «Perche` i militari erano `stressati, sfiniti dopo tanti giorni di appostamento», e` stata al processo la massima trincea difensiva eretta da Mori. «Perche` Riina portava tutto nel suo borsello», quindi il covo non poteva contenere segreti, la Maginot di De Caprio. E poi il generale pro il suo capitano: «Se Ultimo con il mio avallo decise di non proseguire l`osservazione, si ritenne che tale decisione era perfettamente coerente con quanto deciso». Tra i protagonisti di quella torbida vicenda senza colpevoli (tutti assolti), un altro vertice della Benemerita, il generale Domenico Cagnazzo, a quel tempo comandante della Regione militare dei carabinieri di Palermo. Sarebbe stato lui – secondo alcune ricostruzioni – a svelare in anticipo ai cronisti l`ubicazione del covo. Nel corso della verbalizzazione in aula – in cui scarica la colpa sull`addetto stampa – Cagnazzo involontariamente fornisce una pista (secondo il copione Ultimo, evidentemente). Ecco cosa dichiara: «Io per principio, per forma mentis, non avrei mai dato l`ordine a Ripollino (l`addetto stampa, ndr) di riferire dove fosse il covo… quel povero ragazzo si sara` confuso… anche perche` si trattava del rispetto dei patti con i colleghi del Ros e con i magistrati». Di quali patti, di quali accordi segreti si tratta? Nessuno l`ha mai chiesto al generale. Il quale, nel frattempo, ha altre gatte da pelare. E` infatti inquisito dalla procura di Napoli per un brutta storia di munnezza e affari (lungo l`asse camorra-massoneria), che vede coinvolti anche alcuni magistrati e un avvocato-imprenditore, Cipriano Chianese, che tra un viaggio a Villa Wanda – magione aretina del venerabile Licio Gelli, spesso frequentata dal capo dei Casalesi Francesco Bidognetti – e l`altro, trovava il tempo per regali da milioni (di vecchie lire) a toghe del tribunale di Santa Maria Capua Vetere e vertici dei Cc, come Cagnazzo. L`ARRIVO DI CASELLI Un giorno che passa comunque alla storia, quel 15 gennaio 1993. Viene assicurato alla giustizia il boss dei boss, Toto` Riina. E sbarca a Palermo il nuovo procuratore capo, Giancarlo Caselli. Lodi ed encomi all`indirizzo del ministro degli Interni, Nicola Mancino, tanto sicuro nell`operazione da annunciarla 48 ore prima. Ennesimo rischio autogol, oppure certezza estrema nei propri mezzi? A rivelare il `dettaglio` (sfuggito a tutti) e` stato lo stesso Riina, nel corso di un`udienza processuale del 10 marzo 2003 e riguardante un fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma. Il boss sostiene di essere stato `venduto` e si chiede perche` non sia mai stato ascoltato il figlio di Vito Ciancimino, a proposito dei rapporti con Mori e il capitano De Donno: di quella `trattativa` mafia- Stato portata avanti dal generale in sella al suo Ros. A tre anni da quel fatidico ‘93, il procuratore Caselli si ritrova faccia a faccia con un pentito che conta, e che, sprattutto, racconta. Da infiltrato. E` la storia di Luigi Ilardo, che la Voce ha ricostruito nel numero di maggio, a proposito della mancata cattura di Provenzano e del processo a carico di Mori e Obinnu che comincia il 16 giugno
. L`incontro si svolge a Roma. Sono presenti, con Caselli, il procuratore capo di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, e l`onnipresente Mori. Ad organizzare il summit, il colonnello dei carabinieri Michele Riccio – per anni collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa -, autore di un paziente, lungo lavoro per arrivare alla cattura di Provenzano tramite la collaborazione di Ilardo. «Quando lo portai a Roma da Mori – racconta Riccio – Ilardo gli disse: in certi fatti la mafia non c`entra, la responsabilita` e` delle istituzioni e voi lo sapete. Io raggelai». Esattamente otto giorni dopo quell`incontro, Ilardo viene ucciso a pochi metri dalla sua abitazione di Catania. Piu` volte Riccio ha cercato di trasmettere a Mori la `sostanza` dei minuziosi racconti di Ilardo: in particolare i rapporti con la politica, intessuti negli anni dallo stesso Ilardo e da Cosa Nostra piu` in generale. Un muro di gomma: «tu non ti devi preoccupare di queste cose, pensa a Ilardo`, l`immancabile, solita risposta di Mori, Obinnu e C. (o meglio, Cc). Cosi` scrive nel 2006 Riccio sulle colonne del battagliero periodico Antimafia Duemila: «Ilardo aveva fatto la sua scelta e avrebbe voluto parlare ai magistrati di delitti eccellenti quali quelli di Mattarella, Insalaco e La Torre, indicando quei mandanti esterni a Cosa Nostra. Ma non fece in tempo, come non fece in tempo Salvo Lima a raggiungere l`Hotel Palace dove stava organizzando il ricevimento di Andreotti». E ancora: «Ilardo non doveva parlare di mafia», «e` stato tradito da uno di noi, continuita` e garante di quella parte delle Istituzioni che temeva le conseguenze della sua collaborazione con la giustizia». E due anni fa, la prima archiviazione, firmata dal sostituto procuratore capo Antonino De Matteo (lo stesso che oggi ha ottenuto il rinvio a giudizio e quindi il processo del 16 giugno), era pesante come un macigno per lo stesso Mori. Si parlava, infatti, di «un contesto di obiettiva e preoccupante opacita`», per poi definire «oggettivamente grave e inspiegabile» la circostanza che i vertici del Ros, capeggiato da Mori, non abbiano informato la magistratura palermitana sulla concreta `pista Ilardo` (e soprattutto il cruciale incontro fra Ilardo e Provenzano nel casolare di Mezzo Juso, a un tiro di schioppo da Corleone). Parole che fanno il paio con quelle altrettanto, se non addirittura piu` gravi, pronunciate dalle toghe per `assolvere` Mori e Ultimo nel processo sul covo. un bonaventura per amico Ma passiamo in rassegna amici e sodali del generale ed ex numero uno del Sisde, Mario Mori. Partendo da un verbale di interrogatorio. A parlare e` un ispettore del D.a.p. (Direzione Amministrazione Penitenziaria), Nicola Cristella, sentito il 13 maggio 2003 dai magistrati Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze nell`ambito dell`inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del 1993-1994 (Firenze, Roma: un`indagine archiviata, more solito, anni fa e miracolosamente riesumata da poche settimane dopo l`ennesimo esposto dei familiari delle vittime). Cristella ha svolto funzioni di capo-scorta di un magistrato da novanta, Francesco Di Maggio, a partire dal 1992, quando assunse l`incarico di vice direttore generale del Dap. «Quanto alle frequentazioni che il consigliere Di Maggio aveva in quel periodo anche in relazione al suo ruolo istituzionale – verbalizza Cristella – rammento che frequentava il maggiore Bonaventura del Sisde, l`attuale comandante del Ros generale Ganzer, il colonnello Ragosta della Polizia Penitenziaria con cui erano molto amici. La abituale frequentazione con Bonaventura era accompagnata anche dalla presenza di un`altra persona con cui si vedevano spesso a cena tutte e tre, quasi tutte le sere; questa persona veniva all`appuntamento in motorino e se non ricordo male si tratta di un civile all`epoca anch`egli nei servizi segreti (…) Un`altra persona con cui il consigliere aveva una qualche frequentazione era il giornalista di Famiglia Cristiana Sasinini». Ma ecco una nota in calce al verbale. «In sede di rilettura – scrivono gli inquirenti – l`ispettore Cristella precisa che la persona identificata precedentemente come commensale abituale del consigliere Di Maggio e del maggiore Bonaventura era il colonnello Mori del Ros. L`ispettore precisa che a questo punto e` un po` piu` incerto sul fatto di chi dei due, se cioe` Bonaventura o Mori, venisse all`appuntamento in motorino». Mezzi di trasporto a parte, dalla testimonianza emergono con evidenza gli stretti rapporti fra Mori, Bonaventura e Sasinini, tutti uniti nell`amicizia con Di Maggio. E` il caso, a questo punto, di dettagliare i profili di Bonaventura e Sasinini, attraverso cui entriamo in quel milieu di 007 e spioni che fanno da sfondo ad una serie di casi: dai misteri targati Telecom fino al `suicidio` di Adamo Bove (altra inchiesta `archiviata`: a quando la riapertura?), passando per le allegre intercettazoni dei Servizi di Nicolo` Pollari e Pio Pompa ed una sfilza di sigle di `security` pronte a intercettare chiunque e dovunque (e non solo). Eccoci ad Umberto Bonaventura. Trovato morto in circostanze misteriose all`interno della sua abitazione romana nel 2002, alla vigilia di una scottante testimonianza sulla vicenda Mitrokin (popolata, a sua volta, da altri faccendieri e barbe finte, per fare un sol nome il pataccaro napoletano Mario Scaramella, legato al Sismi di casa Pollari e imparentato con il capo degli ispettori del ministero di Grazia e Giustizia Arcibaldo Miller: il fratello, Pietro Scaramella, ha infatti sposato Cristina Miller, figlia del superispettore di via Arenula). Nel pedigree di Bonaventura spicca, su tutte, un`indagine: quella su un altro covo eccellente, quello di via Montenevoso. Qui era custodito il famoso `memoriale Moro`. Trovata una copia, mai l`originale. Ebbene, il sospettato numero uno per quella misteriosa sparizione fu proprio Bonaventura. Una sparizione benedetta da molti: soprattutto da chi, in questi trent`anni, ha potuto dormire sonni tranquilli, come il ministro degli Interni dell`epoca Francesco Cossiga (accusato oggi senza mezzi termini dal suo consulente americano, Steve Pieczenik, di «non aver voluto la liberazione di Moro») e la dozzina di componenti del `comitato di crisi` creato porprio dopo il rapimento, tutti (tranne uno) rigorosamente piduisti. Quei sospetti, per incanto, si trasformano in una medaglia. Bonaventura a inizio anni ‘80 diventa il super esperto di terrorismo – internazionale e di casa nostra – e passa a capeggiare il nucleo investigativo contro le Brigate rosse. Al suo fianco, due rampanti carabinieri: Marco Mancini e Giuliano Tavaroli, che nel 2006 sarebbero balzati agli onori delle cronache per il maxi spionaggio Telecom e il rapimento dell`imam Abu Omar), rispettivamente numero due del Sismi e generale manager security del colosso di Marco Tronchetti Provera. DA MORO A MORI E con Guglielmo Sasinini restiamo in orbita Servizi e Security. Una vita una storia, la sua, capace di spaziare dagli uffici del Sismi alle cappelle vaticane, stoppata un anno fa dall`inchiesta della magistratura sugli affari Telecom (e` stato arrestato, cosi` come Tavaroli e un altro big del settore, Emanuele Cipriani). `Da Moro a Mori`, cosi` alcuni colleghi di Famiglia Cristiana descrivono il suo itinerario professionale. Quasi dieci anni fa, nel 1999, la sua compagna viene aggredita nella sua abitazione milanese. Un avvertimento? In una cronaca della Padania, si parla di «un giornalista sotto scorta da cinque anni, esperto di terrorismo islamico». «Sasinini – continuava il quotidiano leghista – fu l`unico a pubblicare due lettere scritte da Moro durante la prigionia al nipote. Allora si credette che fosse in possesso dell`intero memoriale». Quello scomparso a via Montenevoso e per il quale i sospetti conducevano all`amico Bonaventura. Congedato dalla rivista cattolica, ora Sasinini fa il columnist sulle colonne di Libero (il cui ex vice direttore Renato Farina, alias Betulla per gli amici dei Servizi, radiato dall
`Ordine nazionale dei giornalisti, e` balzato a Montecitorio col PDL alle ultime politiche). Ecco il suo pensiero vergato due mesi fa, il 3 aprile 2008, proprio sulla cattura di Toto` Riina, quel 15 gennaio di 15 anni fa. «All`epoca – scrive commosso – nessuno conosceva Unico, Ultimo, Arciere, Ombra, Pirata, Vichingo, Omar e gli altri carabinieri del Ros che da mesi stavano ricostruendo le abitudini, i vizi, i rituali, i legami del capo di Cosa nostra. Quelli che il capitano Ultimo chiamava i suoi `indiani` si muovevano nei meandri siciliani come ombre. (…) Dopo mesi di lavoro investigativo gli `indiani scovarono e catturarono il capo dei macellai corleonesi, Toto` Riina. Io conoscevo bene quel gruppo di guerrieri e condivisi molte giornate con loro e soprattutto con Mario Mori, in particolare l`estenuante attesa della vigilia quando il `pacco` stava per essere consegnato». E conclude con un groppo in gola, dopo aver rammentato che in seguito «quel gruppo non ha mai avuto vita facile, dava fastidio»: «forse quel giorno del ‘93 Unico (Mori, ndr) avrebbe dovuto impartire l`ordine ai suoi ragazzi di guardare da un`altra parte, ma non lo fece e attacco` al cuore il nemico». Ma cosa ci faceva un cronista di Famiglia Cristiana fianco a fianco di Unico e Arciere quel fatidico giorno? Cosa ci faceva un tipo come Sasinini? I misteri si moltiplicano. Non solo amico dei pezzi da novanta della Benemerita, comunque, ma anche vicino a sigle storicamente in trincea contro i poteri criminali come Libera e Narcomafie. Ecco la storia. da sasinini a narcomafie Amico e collega storico di Sasinini e` Francesco Silvestri. Tutti e due redattori (Sasinini anche inviato) di Famiglia Cristiana, tutti e due collaboratori della rivista ufficiale dei carabinieri (per par condicio, la compagna di Sasinini, Katia Re, e` coautrice di un libro edito dal ministero dell`Interno per la Polizia) e, a inizio anni duemila, del perodico Narcomafie, che fa capo al gruppo Abele di don Luigi Ciotti e all`associazione Libera (in prima fila per il riutilizzo dei beni confiscati ai clan). Coautore di un articolo anche Silvestri; l`altra firma e` quella di Stefano Caselli, figlio dell`ex procuratore di Palermo, Giancarlo. Tutti e due – Sasinini e Silvestri – stretti collaboratori, `super consulenti` secondo alcuni, dell`agenzia investigativa Polis d`Istinto di Emanuele Cipriani, in grado di sfornare valanghe di dossier informativi pagati a peso d`oro dai Servizi di Pollari e Pompa. Un`attivita` d`intelligence parallela e illegale, come documentato ampiamente dalla maxi inchiesta della magistratura. Secondo le dichiarazioni di due segretarie della Polis d`Istinto, Sasinini e` stato piu` volte notato in compagnia di Tavaroli e di Adamo Bove. Risale al 2002 il primo contratto di consulenza stipulato dal tandem Sasinini-Silvestri con la societa` di Cipriani: ed e` proprio Tavaroli a favorire prima il contatto, poi il contratto. Un Tavaroli che, in quel periodo, stava per passare armi e bagagli dalle stanze riservate e `occhiute` di Tronchetti Provera targate Pirelli, in quelle, ancor piu` strategiche, di marca Telecom. Il passaggio viene formalizzato nel 2004; ed e` proprio un anno dopo che Sasinini stipulera` un altro contratto di consulenza – ovviamente ben piu` dorato – non piu` con la ruspante Polis ma direttamente con il colosso Telecom. Grazie, servizi. E grazie, massoneria. Visti gli ottimi rapporti di Cipriani direttamente con casa Gelli, in particolare con il figlio del Venerabile, Raffaello Gelli. E` lo stesso titolare della Polis ad ammettarlo: «da oltre 15 anni (la dichiarazione e` del 2006, ndr) sono amico di Raffaello Gelli e di sua moglie Marta». Tanto amico da essere per un lungo periodo ospite in un loro appartamento a Montecarlo. «I soldi che sono stati ritrovati all`estero – verbalizza l`investigatore davanti ai pm – sono tutti miei. Per quanto riguarda le mie disponibilita` presso Monaco, inizialmente indicai la domiciliazione presso l`abitazone dei signori Gelli e cio` in quanto gli stessi erano residenti a Montecarlo». E per chi non l`ha ancora capito, precisa: «I rapporti con la famiglia Gelli sono esclusivamente di amicizia». Alcuni anni fa Sasinini e Silvestri contattarono la nostra redazione. La prima telefonata, in seguito alla pubblicazione sulla Voce di un`inchiesta sul rapimento delle due Simone e sulla cifra del riscatto. Sasinini ci chiese se avevamo altri materiali; rispondemmo che i materiali erano contenuti nella nostra cover story, non c`era altro. Non ci stupi` piu` di tanto, quella richiesta, dal momento che Famiglia Cristiana era da qualche mese impegnata in un filone d`inchieste su alcuni misteri italiani: in prima fila, il caso Alpi, cui il periodico cattolico dedico` un`ampia inchiesta corredata da un`intervista-denuncia del senatore dei Verdi Mauro Bulgarelli. Piu` strano ci e` parso subito il secondo approccio; stavolta a contattarci e` Sivestri, a nome di Sasinini, e ci chiede notizie su un noto imprenditore napoletano. Cominciamo a sentire puzza di bruciato e rispondiamo in modo evasivo. A luglio 2007 scoppia la bomba Servizi, il caso Pollari-Pompa. Da un paginone di Repubblica – con tanto di grafici – scopriamo che la Voce era `attenzionata` (intercettazioni; con ogni probabilita` violazione della posta elettronica, pedinamenti e chissa` cos`altro) da circa cinque anni, almeno a partire dal 2001, dall`intelligence nata dopo il terzo governo Berlusconi. La Voce viene considerata `eversiva`, al centro di `connection islamiche`, insomma un vero e proprio pericolo pubblico. L`avvocato milanese Caterina Malavenda ha presentato, per conto della Voce, un esposto-denuncia contro ignoti alla Procura di Roma. Siamo in attesa di notizie. LO SAI L`ULTIMO ? Last but not least – e` il caso di dirlo – il mitico capitano Ultimo, il Raul Bova della Benemerita, secondo una delle piu` riuscite soap dell`ultimo decennio. Sempre fedele all`Arma e al suo generale Mori, capace di condividere la difficile tesi dello `stress` per giustificare il mancato controllo del covo. Qualche piccola rimostranza, comunque, Di Caprio l`ha avanzata in merito alla mancata cattura di Provenzano, quando ha sostenuto che «non gli sono stati forniti i supporti necessari», che in sostanza avrebbe avuto bisogno di piu` mezzi e uomini. Ma non sarebbe bastato Ilardo, capace – da solo – di portare il Ros dritto dritto fino al boss, per una cattura che piu` facile non si puo`? Mistero. Oggi, dopo gli anni di fuoco siciliani, per Ultimo arriva un lavoro meno `stressante`, lontano da pizzini, lupare, bombe e agguati. Passa al Noe, il Nucleo operativo ecologico, impegnato sul fronte di frodi alimentari, abusivismi e tutto quanto fa tutela dell`ambiente contro le aggressioni di poteri criminali e non solo. Lavora sotto traccia, quasi nell`ombra, perche` il suo e` un nome `a rischio`, avendo preso parte alle operazioni bollenti Riina e Provenzano. A quanto pare agisce al Sud, in particolare a Napoli, sua citta` d`origine. Niente di eclatante. Il suo nome pero` torna a far capolino poche settimane fa quando, a pochi giorni dal voto del 13 e 14 aprile che segna il trionfo del Popolo delle Liberta` e l`affondamento della sinistra, i giornali sparano a tutta pagina l`inchiesta della procura di Potenza – autore il solito, iperdinamico John Woodcock – che vede coinvolto anche il leader dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio, cui non era stato ancora recapitato neanche un avviso di garanzia. Sergio Di Caprio e` lo 007 che avrebbe raccolto le prove della corruzione: appalti – non si sa bene quali – in cambo di viaggi all`estero e una notte in un albergo extralusso di Milano. Il tutto a favore di un parlamentare che – come i suoi colleghi – becca quasi 20 mila euro al mese, piu` benefit vari. Masochismo, idiozia? I mesi dell`investigazione su ordine di Woodcock coincidono, probabilmente, con il periodo in cui Ultimo ha lavorato fianco a fianco con l`allora commissiario straordinario ai rifiuti di Napoli Guido Bertolaso. Un commissariato che peraltro finisce nel mirino della P
rocura partenopea in questi ultimi giorni, con il terremoto giudiziario che ha travolto, fra gli altri, proprio nell`ambito delle indagini sui rifiuti, lo storico braccio destro di Bertolaso, Marta Di Gennaro. Della squadra messa su da Bertolaso per `bonificare` il settore rifiuti faceva parte, dunque, Sergio De Caprio, come lo stesso numero uno della Protezione civile ha dichiarato il 3 maggio 2007 dinanzi alla commissione d`inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Gli stessi mesi caldi dello scontro istituzionale fra Bertolaso e l`allora ministro dell`Ambiente Pecoraro Scanio. Coincidenze. Appunto.