IL TERREMOTO DELLO STRETTO: La tragedia del 1908 attraverso l`occhio della cinepresa. Il ruolo degli… jettatori!

23 Ottobre 2008 Culture

A Messina e a Reggio Calabria la fredda e livida alba del 28 dicembre del 1908 si posò su un paesaggio tragicamente sconvolto. Due fiorenti città , separate dal mare, ma accomunate dal medesimo tragico destino, divennero, d`un sol colpo, un immenso cimitero, mentre i pochi superstiti, quasi ectoplasmi sputati dalle tenebre della morte alla luce incerta di una nuova vita, si aggiravano, spauriti ed inebetiti, tra le macerie ancora fumanti, in mezzo ai simulacri di quelli che erano stati gli edifici pubblici, i monumenti, le case. Il catastrofico avvenimento fu l`evento "mediatico" di quell`inizio-Novecento, tanto da attirare l`attenzione mondiale di giornalisti, reporter, fotografi ed anche dei primi operatori cinematografici. In effetti, tutte le principali case di produzione cinematografica italiane ed europee ` ma anche americane ` mandarono sui luoghi del disastro i loro operatori, che realizzarono veri e propri reportage, molti dei quali purtroppo andati perduti. Attraverso alcuni di questi filmati, seguiti con religioso silenzio da numerosissimi spettatori, il "terremoto calabro-siculo" (come veniva chiamato, correttamente, all`epoca) è stato ricordato ` in occasione del centenario ` nell`ambito di due prestigiose manifestazioni: il festival del "Cinema ritrovato" di Bologna e le "Giornate del cinema muto" di Pordenone. Il programma di Bologna (2 luglio 2008) comprendeva "Tremblement de terre de Messine" (Pathà©, 1909), "L`orfanella di Messina" (Ambrosio, 1909) e "Cocò e il terremoto" (una comica del 1910 realizzata dalla Cines). Il programma di Pordenone (ancora più ricco) includeva, oltre ai filmati di Bologna, anche "Tremblement de terre in Italie" (che ` secondo l`identificazione dello scrivente ` riguarda Palmi) e il bellissimo "Messina che risorge" (Cines, 1910). Di Messina abbiamo visto immagini del porto e del Corso Vittorio Emanuele, resti consistenti della Palazzata, il Teatro Vittorio Emanuele, la fontana d`Orione, ed ancora le case sventrate, in equilibrio instabile, che sembrano sorreggersi l`un con l`altra nella sventura, o che impudicamente si fanno frugare nella loro intimità , cadaveri e soprattutto soffocanti montagne di macerie che ingombrano le strade, segnando con la loro presenza la profonda ferita inferta dalla natura alla sventurata città . Ma a queste immagini di morte e di distruzione si contrappongono anche quelle di una vita che, lentamente, riprende il suo corso: ed ecco la gente che si aggira, inquieta, per le strade o che cuoce il cibo in un grande pentolone; la messa celebrata all`aperto; le baracche che sostituiscono il Duomo e il Municipio distrutti o che diventano luogo di aggregazione (con i primi teatri e cinematografi Peloro e Trinacria); la vigile sorveglianza dei soldati e dei carabinieri; il faticoso lavoro degli operai intenti a sgombrare le macerie; perfino le persone che guardano fisso in macchina: il loro sguardo, triste e spaurito, supera di colpo la barriera del tempo e penetra nel nostro animo, come un inespresso ma pregnante grido di dolore che lacera le nostre coscienze. Per non dimenticare! Nino Genovese

1908, il ruolo degli... jettatori. La credenza popolare attribuì a costoro la rovina di Messina

Un «famoso iettatore», al culmine di una festa in casa di amici, s`affacciò al balcone, guatò trasognato il panorama di Messina e compiaciuto esclamò: «Quanto è bella, questa città !». Era il 27 dicembre 1908. I presenti, la previdenza non essendo mai troppa, perlomeno incrociarono le dita. Però, lo sappiamo bene, gli scongiuri non servirono a nulla. La fece più grossa tale S.V. Migneco, ferroviere col pallino della poesia. Stufo di come andavano le cose a Messina, costui compose, a modo suo, una «Nove a di Natale». «Il Telefono», giornale umoristico senza colore, la pubblicò nel numero datato 26-27 dicembre 1908. A chiusura del «sesto giorno» della novena, il Migneco recitava: «O Bambinello mio,/ Vero uomo, vero Dio./ Per amore della tua croce,/ Fa sentire la tua voce;/ Tu che sai che non sei ignoto/ Manda a tutti un terremoto». Ci risero sopra, naturalmente. Ma il terremoto sopravvenne davvero, e scompigliò migliaia e migliaia di esistenze. Le odissee allora silenziosamente vissute, che mai conosceremo, non si contano. Di molte rimane tuttavia la memoria, in libri o manoscritti. Nel maggio 1909, in appartata stanza dell`Hotel Britannique di Napoli, la nobildonna messinese Cettina Ajossa Natoli Grifeo vergò pagine commoventi. Nel 1914 le pubblicò, col titolo Le mie cinque giornate. Messina 28 dicembre 1908 - 1. gennaio 1909 (Tipografia Cimmaruta, Napoli). Quasi l`alba del 28 dicembre. «Mi svegliai di soprassalto ` ricordava Cettina Ajossa ` ebbi la sensazione di essere trasportata in aria e di ricadere sul letto. In quel punto, si aprivano le mura. Pensai di morire e istintivamente mi copersi la testa con le braccia... ». Buio fitto, nessun segno di vita dalla camera della figlia Alfrida. La signora e il marito Giovanni la chiamano: silenzio. Impossibile aprire la porta, bloccata dalle travi. Tentano da un`altra parte, in fondo a un corridoio colmo di calcinacci. Ancora una porta serrata. Giovanni riesce a spalancarla. Un urlo: «Non c`è più nulla!». Il vuoto, in luogo delle stanze. Si vedono le stelle, e là sotto, un enorme mucchio di rovine. Si calano con alcune lenzuola, cadono insieme ai ferri del balcone, si trascinano fino all`ingresso ed escono nella via Garibaldi. Scavano angosciati in una montagna di macerie. Passano cinque soldati e un tenente. Non si fermano alle preghiere di aiuto: «Noi andiamo a scavare i vivi», rispondono. Passano una guardia, un pompiere, due uomini mezzo nudi che portano un ferito. Più in là , una donna muore nel punto in cui viene adagiata; una giovane si lancia giù dal terzo piano; un vecchio in camicia corre a perdifiato; una bambina chiama disperatamente la madre... Passa un marinaio tedesco. Si ferma, va sulle macerie e grida il nome della sepolta. «Nichts, nichts», ripete addolorato. E s`allontana. Cettina e Giovanni, guidati da un loro fattore di Ganzirri, trovano rifugio su un ferry-boat. Si adattarono vicino all`entrata di una piccola sala zeppa di scampati che imploravano acqua e cibo. Una nota di costume che invita a riflettere. «Tutta quella gente ` si rammaricava la nobile Signora ` ci era sottile, ci guardava sogghignando, aveva la soddisfazione della nostra sventura... , assisteva al nostro pianto col sorriso beffardo sulle labbra. "Ora siamo tutti gli stessi", andavano ripetendo, guardandoci in faccia come una sfida». Calò la notte del lunedì e l`oscurità fu completa: nessun lume, a bordo. Continuava a piovere. Una guardia marina ferita raccontava gli orrori del maremoto. Poi qualcuno annunciò: «La città brucia». Dalla nave si vedeva la Palazzata in fiamme. Bruciavano la casa Crisafulli, la casa Ruffo, l`Hotel Trinacria. Essendo già abbattuta la facciata dell`albergo dalla parte della Marina, narrava Cettina Ajossa, «potevamo vedere in tutti i particolari quel che dell`edificio, dal lato di via Garibaldi ove abitavamo, era rimasto». Dalla Calabria, giunsero alla Signora notizie confortanti: la marchesa, sua suocera, era salva. Venerdì 1. gennaio, Cettina e Giovanni lasciarono il ferry-boat. Alla stazione, aiutati da loro cocchiere Vincenzo, s`imbarcarono a fatica su un treno per Catania. Antonio Sarica

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