ALDA MERINI: IL POETA SULLA NAVE DEI FOLLI

3 Novembre 2008 Culture

«Cari genitori, io sto bene…», «vi ringrazio tutti…», «…parti subito, vienimi a trovare», «cara famiglia, giuro di non disubbidirvi più…». Leggo qualche frase dalle lettere ritrovate a Volterra, e la cosa più commovente è la fiducia: quella dei pazienti che scrivono ai loro cari e quella dei parenti che scrivono ai pazienti. Gabbati tutti e due, con quelle lettere mai consegnate. Io sono stata una paziente e ricordo le volte che vedevo passare un uomo vicino all´inferriata e gli affidavo un biglietto. Figuriamoci se lo consegnava, ma non importa. Contava di più la speranza che un giorno potesse venire lì un amico. Erano balle, ma importanti. Per questo è una sconcezza che le lettere siano finite in un cassetto, e questo è un libro che è giusto pubblicare.

* * *

Amavamo talmente i nostri cari che non dicevamo mai niente del dolore, degli elettroshock. Inventavamo la vita dentro il manicomio e a loro dicevamo che la vita è bella, come nel film di Benigni. Per non scandalizzare i figli, e neppure gli adulti. Per risparmiargli le preoccupazioni e i dolori: può sembrare strano ma sei tu, rinchiuso, che hai pietà per loro. Lo stesso con le visite: aspettavo mio marito per giorni e quando lo vedevo dimenticavo tutto quello che avevo patito nella giornata, e allora qual era la verità, la mia gioia di vederlo o il mio terrore dell´attimo prima? C´è un aspetto trionfale, in quell´amore che ci teneva in vita, la speranza che «prima o poi lui mi risponderà, prima o poi mi verrà a prendere».

* * *

Mio marito è l´uomo che mi ha fatto rinchiudere, per gelosia. Ma credo che non sapesse di mandarmi alla tortura, aveva creduto ai medici. Quando anni dopo è morto di cancro, non avevamo i soldi per curarlo e allora ho messo mano al mio libro Terra Santa. Lui, poveretto, mi correggeva le bozze e ogni tanto alzava gli occhi dai fogli per dire: «Davvero ti ho fatto passare tutto questo?». Del resto l´autore del nostro disastro è sempre il padre, il marito, il fratello. Subirlo è la forma più grande di amore, perciò si perdona. Non voglio descriverlo come un essere abietto, era anche una persona positiva, con una materialità che mi ha aiutato, perché il poeta, se non lo tiri giù, vola via. Gli do una colpa, grande: mandarmi in manicomio è stato un tentato omicidio, però colposo.

* * *

Ai medici è più difficile perdonare. Uno non diventa matto di colpo, posto che il poeta è naturalmente un malinconico, ma è anche un meditativo e uno scrupoloso osservatore delle cose, un cronista come Dante, o come gli apostoli, che erano poeti di strada e raccoglievano storie. L´ho fatto anch´io. In quei momenti non puoi scrivere poesia, non hai niente da dire. Ma ho imparato a guardare nella mia anima e in quella degli altri. Il manicomio è un posto pieno di attori mancati, che recitano con grande naturalezza. Il malato sa sempre di chi è la colpa, ma non lo dice perché al colpevole vuole bene. Allora si crea una favola e va ad abitarci per salvarsi la vita. E ci resta finché non lo tiri fuori con una sberla.

* * *

Sberla metaforica, dico, non elettroshock. Quelle sono cento sberle insieme, ti si spaccano i denti, ti svegli coi capelli ricci e non ricordi nulla. Siccome il manicomio è un´Hilarotragoedia, avrebbe detto Manganelli, e i matti sono anche divertenti, a volte dicevamo ai dottori: «Perché il numero sette non ha fatto la terapia?». Il numero sette non ricordava niente, gli infermieri non ci facevano tanto caso e così ne faceva due. Guarire è un´altra cosa, come ho scritto del mestiere di poeta, «è un improbo recupero di forze per avvertire un po´ di eternità». Certo, da certe esperienze puoi anche tirare fuori una grande forza. Però sconsiglio di passare di lì.

* * *

Più avanti ho conosciuto un altro aspetto del manicomio, quando un dottore, il mio Dottor G. a cui ho scritto tante lettere che ho poi pubblicato in un libro, mi difendeva dalle torture e mi metteva davanti una macchina da scrivere perché mettessi sulla carta i miei pensieri. Regolarmente succedeva un miracolo, quando tornavo in manicomio sparivano tutti i sintomi. Ritrovavo tutti e quando si spalancavano le porte erano le porte dell´Eden. Mi accoglievano a braccia aperte, in un certo senso era già cominciato il mio successo.

* * *

Ci sono molti equivoci su poesia e follia, e sul poeta e il dolore. C´è gente fuori di testa che pensa che la poesia sia una terapia, invece è una vocazione. Il poeta nasce felice. Sono gli altri che gli procurano il dolore. Non parlo solo del manicomio, ma di dolori come la passione quando diventa un abisso. Come per Teresa Raquin, come per Madame Bovary, una schiera di donne di cui credo di far parte, che vogliono essere amate senza essere strumentalizzate. Io sono stata strumentalizzata tanto. Ma tutto alla fine diventa ricordo. E noi sulla beatitudine dei nostri ricordi ci addormentiamo. Testo raccolto da Maurizio Bono

Care lettrici, cari lettori,
vi scrivo per chiedervi di sostenere il lavoro che quotidianamente vi offriamo, anche a costo di grandi sacrifici personali. Sostenere stampalibera.it significa infatti permettere a questa testata giornalistica, che vi accompagna da oltre 10 anni e che continuate a dimostrare di apprezzare sempre più, di crescere con il supporto di collaboratori retribuiti per migliorare la qualità della nostra informazione libera ed indipendente e di lavorare con tranquillità, coraggio e senza mai dover subire i ricatti della politica. In questi ultimi anni il sito è cresciuto molto. E non finiremo mai di ringraziarvi uno ad uno. Purtroppo però i ricavi della pubblicità, sempre di meno a causa della chiusura definitiva, cagionata dalla pandemia, di molte attività già in crisi, non sono sufficienti a coprire i costi. In un momento in cui quasi tutti i siti e i giornali si assomigliano abbiamo il dovere di fare di più con nuove storie, inchieste e notizie. Ed è anche per questo che vi chiediamo un piccolo ma importante contributo economico. Grazie.


Enrico Di Giacomo

 

 

E’ possibile sostenere stampalibera.it donando tramite bonifico al seguente IBAN: IT36P0760105138282454882455

oppure tramite PayPal cliccando su Donazione