RITORNA LO SCEMPIO DELLO STRETTO: SONO 12,7 I MILIARDI IN ATTESA DEL CIPE. L'INTERVISTA A VINCENZO CONSOLO: 'La prima vera grande opera da fare in Sicilia è la lotta alla mafia'

22 Novembre 2008 Culture Mondo News

In tempo di crisi il centrodestra si inventa un new deal all'italiana. «Si tratta di utilizzare decine di miliardi che per opere pubbliche e Mezzogiorno sono stanziati ma non erogati - sostiene il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri - che possono rappresentare una spinta positiva per fronteggiare i rischi della recessione». Quando la notte è fonda tutti i gatti sono grigi. Anche quel gran pezzo di gatto mammone addormentato che è il Ponte sullo Stretto. Ecco allora ricicciare fuori il rifinanziamento delle infrastrutture (utili, futili, dannose, non importa) tutte ritornate in auge in attesa che il Comitato interministeriale per la programmazione economica decida di sbloccare 16 miliardi di euro, di cui 12,7 di Fas (fondi per le aree sottoutilizzate) da destinare alle "grandi opere". Il Cipe avrebbe dovuto decidere ieri ma all'ultimo minuto ha fatto slittare la seduta di una settimana, a venerdì 28 novembre, dopo la riunione del Consiglio dei ministri di mercoledì 26 in cui il governo dovrebbe "perfezionare" il pacchetto anticrisi comprensivo degli aiuti alle famiglie e alle imprese. Di quei 12,7 miliardi, 7,3 andranno a strade e ferrovie, 5,4 nella disponibilità del Ministero dello Sviluppo economico, hanno chiarito Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi nel vertice di mercoledì scorso a Palazzo Chigi al quale hanno partecipato il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola, delle Infrastrutture Altero Matteoli, dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, degli Affari regionali Raffaele Fitto, e il sottosegratario con delega al Cipe Gianfranco Micciché. Insomma, il piano per le "grandi opere" è pronto per un rilancio su vasta scala. E, guarda caso, sotto gli atti del Comitato per la programmazione economica ci sono proprie le firme di Micciché in veste di segretario e di Tremonti in veste di vicepresidente. Ad esempio sotto quella del 30 settembre recante il titolo "Programma Grandi Opere: Ponte sullo Stretto di Messina", in cui si legge che «il Comitato, su proposta del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha deliberato la reiterazione del vincolo preordinato all'esproprio per le aree interessate alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina». Ci risiamo. Il governo, adducendo misure anticrisi, è ripartito con i suoi programmi faraonici destinati a sventrare l'Italia, "non prioritari" per la stessa Unione europea, il cui solo scopo è quello di spartire denaro pubblico ai grandi costruttori, alle società general contractor, ai soliti noti rimasti attaccati alla mammella pubblica. Assieme al Ponte (2,200 miliardi, 700 milioni solo per gli espropri) il ministro Matteoli ha annunciato nove grandi opere «di serie A»: l'eterna Salerno-Reggio Calabria (2,700 miliardi per «60 chilometri da ammodernare»); la BreBeMi (1,580); la Pedemontana Lombarda (4,115); la Brescia-Padova (1,650); la Parma-La Spezia (1,800); due miliardi per «il recupero di siti industriali inquinati»; il resto per telecomunicazioni ed energia, per promuovere il risparmio energetico ma anche i consorzi di sviluppo degli impianti nucleari. Tutto concordato al tavolo di confronto con Confindustria, Confcommercio, Confartigianato e con l'Abi, l'associazione italiana banche e banchieri che, assieme alla Cassa depositi e prestiti (presidente appena nominato Franco Bassanini), dovrebbe garantire l'erogazione dei fondi e i flussi di finanziamento, passando dalle vecchie modalità di trasferimento agli Enti locali al ricorso a nuovi strumenti finanziari come i private equity, benché non godano per ora di buona salute. E siamo sempre fermi al filone autostradale: primaria "vena aurifera" degli appalti pubblici italiani. Non si parla ancora invece di quello ferroviario, Tav o corridoi europei che siano. Per il ministro Matteoli con ogni evidenza non «di serie A». Gemma Contin - Liberazione

INTERVISTA A VINCENZO CONSOLO «Il ponte di Messina come le brioche della regina Maria Antonietta...»

Vincenzo Consolo, siciliano di Sant'Agata di Militello, tra i maggiori scrittori italiani contemporanei, è uno degli intellettuali che, alcuni anni fa, firmò l'appello contro il ponte di Messina, di cui si torna a parlare in questi giorni perché contenuto nel pacchetto di "infrastrutture" che il governo vuole mettere in cantiere come risposta alla crisi finanziaria. E d'altra parte non avrebbe potuto essere altrimenti: Vincenzo Consolo, pur "fuggito" a Milano (dove vive e lavora da molti anni), non ha mai smesso di osservare e raccontare la sua "patria immaginaria". Da quella terra - dalla sua storia, dai suoi personaggi, dai suoi miti - Consolo ha tratto la materia per i suoi libri più fortunati ("La ferita dell'aprile", "Il sorriso dell'ignoto marinaio", "Retablo", "Nottetempo, casa per casa", con il quale ha vinto il premio Strega). «La Sicilia - ha detto una volta in un'intervista - è un'isola di eterna infelicità sociale».

Dunque, le toccherà pure il ponte sullo Stretto di Messina, non c'è scampo?

Ma certo, ci toccherà. Siamo ormai alle brioche di Maria Antonietta. Con tutti i problemi che ha non solo la Sicilia, ma questo nostro paese (i fondi per la scuola tagliati, la recessione economica, eccetera), ci ripropongono ancora una volta il ponte sullo Stretto, quello che ormai è diventato un mito. Io mi ricordo che quando ero giovane (e ormai ho abbastanza anni) a Messina vendevano già le cartoline con il ponte.

Ma perché no il ponte sullo stretto?

Intanto, si tratta di un luogo fragile. Ci sono stati almeno tre terremoti: quello del 1693, nella zona di Noto; quello del 1783, Messina-Reggio; e quest'anno è il centenario di quello del 1908, che fece 80mila morti, con distruzione completa della città. Che si tratti di un luogo fragile è testimoniato anche da un mito antichissimo: la leggenda del pescatore di Torre Faro Colapesce, che, avendo fatto una scommessa con il re, Federico II, immergendosi sotto lo Stretto vede che Messina poggia su tre colonne: una rotta, una inclinata e una intera. Ed esclama "O Messina Messina, un giorno sarai meschina". Una leggenda famosissima ripresa da molti scrittori, Cervantes nel Don Chisciotte, Schiller e altri. A parte questo, e anche a voler scongiurare il pericolo del terremoto, mi domando: a cosa serve questo ponte? Serve forse a unire, a rendere più veloci i rapporti fra la mafia siciliana, la 'ndrangheta calabrese e la camorra? E poi ci sono ragioni ambientali. I piloni distruggerebbero tutta la zona dei famosi laghi di Ganzirri. Qualche furbastro già si è comprato i terreni lì attorno, prevedendo che serviranno alla società costruttrice (tra cui c'è l'Impregilo), pronti a rinvederli a caro prezzo. Ma non basta. Andrebbero a distruggere anche il mitico luogo di Scilla. Già, Scilla e Cariddi. Il Ponte si annuncia non solo come una ferita profonda alla natura dei luoghi, ma anche come un taglio doloroso alle nostre radici culturali, che non sono solo cristiane... Infatti, Omero, nell'Odissea, a proposito di Scilla e Cariddi fa dire a Circe: «Quella non è mortale, ma una rovina immortale, terribile, imbattibile». Sempre Omero ci racconta che lo stretto di Messina era stato creato da Poseidone, lo "scuotiterra", il dio che perseguitava Ulisse, che con un colpo del suo terribile tridente separò le due terre, creando il canale. Insomma, davvero non si sente nessuna necessità di questo ponte.

Lei ha usato lo Stretto di Messina come metafora «di quel che riserva la vita ad un uomo nato per caso in Sicilia». E' il tema, così ricorrente nei suoi libri, del partire/tornare in Sicilia.

E' quella che Salman Rushdie chiama la «patria immaginaria», il centro ideale. A parte braccianti, manovali, contadini che sono stati costretti a partire (in America, ma anche in Tunisia), c'è stata anche una grande emigrazione intellettuale, appunto la patria immaginaria. Si possono ricordare Verga, Vittorini, Quasimodo. Ma c'è anche il percorso inverso, il viaggio di ritorno, il "nostos": lo ha inaugurato Vittorini con "Conversazione in Sicilia". Anche il ritorno è necessario: Verga diceva che la lontananza gli serviva per mettere meglio a fuoco la realtà siciliana; ma poi doveva tornare per verificare quella realtà.

Lei torna in Sicilia?

Torno spesso, ormai sono un pendolare. E provo tanto dolore per le trasformazioni, i disastri avvenuti nella mia terra. Basta pensare alle coste siciliane, che hanno subito una devastazione selvaggia. Dico solo che il penultimo presidente della regione siciliana, che risponde al nome di Totò Cuffaro, detto Vasa Vasa, aveva immaginato di costruire, oltre al ponte di Messina, un tunnel sottomarino che univa la Sicilia alla Tunisia. C'è stato pure un presidente dell'Assemblea regionale siciliana che ha progettato un parco mistico a ridosso del Tempio di Segesta, dove avrebbero messo delle statue in vetroresina di Padre Pio e Madre Teresa di Calcutta!

Ma il problema della Sicilia è la sua classe dirigente?

E' sempre stato la sua classe dirigente. Conosciamo i legami tra la mafia e il potere politico, già dal secondo dopoguerra e dalla repressione contro i contadini. Il cui simbolo massimo è stato Portella della Ginestra, dove hanno contribuito tutti a uccidere i contadini che festeggiavano il Primo maggio, attorno alla pietra di Barbato, un eroe del socialismo siciliano. Lì si unirono il banditismo di Giuliano, la mafia e i fascisti di Junio Valerio Borghese, per reprimere appunto le lotte contadine. Contadini che, con il fallimento della riforma agraria, erano costretti ad emigrare. Ho visto questa grande migrazione a Milano, quando ero studente: abitavo in piazza Sant'Ambrogio, dove c'era il centro di orientamento degli immigrati. Vedevo arrivare (erano gli anni Cinquanta) questi tram senza numero che venivano dalla stazione Centrale carichi di meridionali; i quali venivano visitati e spediti nelle fabbriche nel Belgio e nel centro Europa. Una storia che abbiamo dimenticato; oggi ce la prendiamo con i cosiddetti "extracomunitari" e facciamo queste leggi fasciste, razziste, assolutamente indecenti.

Ma insomma è sempre l'eterna lotta tra gli interessi di pochi e gli svantaggi di molti...

Saremo sempre noi, che non abbiamo portato i soldi all'estero, a pagare. Insomma, io spero davvero che il ponte non si faccia. Perché la prima vera grande opera da fare in Sicilia è la lotta alla mafia. Ci sono nuove speranze: coloro che denunciano il pizzo, i giovani di "Addio pizzo", donne combattive come Rita Borsellino. E dopo serve il rilancio dell'economia dell'isola: cominciano i licenziamenti in quelle poche industrie che ci sono.

E poi il turismo...

No, quello lo hanno ucciso. Però un assessore regionale alla cultura aveva avuto l'idea di privatizzare i siti archeologici. E immaginiamo cosa sarebbe successo. Comunque, malgrado loro qualcosa resiste.

Lei ha una visione pessimistica della Sicilia.

Pessimistica, diciamo che ho una visione realistica. Io sono scappato dalla Sicilia, perché non sono voluto andare dall'onorevole di turno. Romina Velchi

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