UNIVERSITA' E SCORCIATOIE: A MESSINA SEI ISCRITTO ALLA CISL? AVRAI 60 CREDITI… Le lauree facili concesse ai giornalisti!

15 Dicembre 2008 Inchieste/Giudiziaria

Non sazia d’aver dato i natali a un eroe dell’antica Roma (Attilio Regolo), a un mito del cinema (Vittorio De Sica), a una cantante di Sanremo (Anna Tatangelo), l’antica Sora voleva di più. Ed è diventata la «Harvard ciociara» dei giornalisti italiani. L’ateneo di chi, non avendo avuto il tempo di prendersi la laurea prima, può finalmente recuperare quel pezzo di carta accantonato in gioventù. Certo, la scorciatoia passata con lo slogan «Laureare l’esperienza» e varata prima da una legge del ’99 (centrosinistra) ritoccata da un decreto del 2004 (centrodestra) per riconoscere la dote di preparazione e competenze accumulata da questa o quella figura professionale permettendo a gente già inserita nel lavoro di conquistare l’agognato alloro, non riguarda solo i giornalisti. Anzi. Decine di Università, come è noto, si precipitarono ad approfittare delle nuove norme per accumulare studenti. «Avevamo la fila alla porta di gente che voleva laurearsi e ci proponeva mille o duemila iscritti a botta», ha raccontato ad esempio Francesco Paravati, responsabile del marketing della «Uninettuno»: «Il delegato di un gruppo di agenti di custodia arrivò a dirci: la laurea ci serve solo per passare di grado. Non daremo fastidio a nessuno, non faremo danni usandola. Le altre ci riconoscono cento, centodieci crediti… Perché voi no?». E infatti così era l’andazzo, all’inizio. Al punto che per accaparrarsi nuove matricole qualche ateneo arrivò a proporre a ragionieri o guardie forestali, vigili del fuoco o poliziotti (prima che Mussi imponesse un tetto di 60 su 180: tetto peraltro aggirato da alcune università con la scusa dei diritti acquisiti) una quantità di «crediti» folle. Un esempio? La convenzione di Siena coi carabinieri. Convenzione che permetteva ai marescialli che avevano seguito un certo corso interno di vedersi riconoscere fino a 124 «crediti formativi». Solo 24 meno dei 148 necessari ad avere la laurea triennale in Scienza dell’amministrazione: tre tesine e il maresciallo era dottore. Fatto sta che, all’apparire della scorciatoia, anche l’Ordine dei Giornalisti si diede da fare. Per carità, comprensibile: al di là delle forzature assurde poi corrette da Mussi, il riconoscimento formale delle professionalità era un principio europeo. Il modo con cui venne condotta l’operazione, però, si tirò addosso un sacco di critiche anche interne. A partire da quelle del presidente dell’Ordine della Lombardia Franco Abruzzo, che rivendica di avere contestato subito un po’ tutto l’impianto. Funzionava così: 10 crediti ai direttori responsabili, 8 a capiredattori, capiservizio e responsabili degli uffici stampa, 6 ai divulgatori scientifici, 4 ai redattori, agli editorialisti e agli opinionisti. Uno schemino ridicolo. Che assegnava ai capiservizi dei giornalini di quartiere, paradossalmente, più punti che a fuoriclasse come Bocca o Pansa. Di più: i crediti si potevano moltiplicare per il numero di anni di servizio, fino a un massimo di 80 per i professionisti e 60 per i pubblicisti. Di più ancora: nei «casi di eccellenza delle conoscenze e delle abilità professionali certificate» (da chi? boh…) potevano essere aumentati del 20% ancora. Arrivando a un totale di 96 per i professionisti e 72 per i pubblicisti. Rileggiamo un’Ansa del 22 settembre 2004. «I giornalisti professionisti e pubblicisti in possesso del titolo di scuola media superiore potranno accedere fino al terzo anno di laurea in alcune facoltà italiane». Quali? Inizialmente, la già citata Università di Chieti, quella di Cassino e Sora, la barese «Lum Jean Monnet» di Casamassima (unico esempio mondiale, forse, di ateneo nato dentro un ipermercato, «Baricentro»), la Lumsa di Roma. E le Università grosse? Quelle presenti, sia pure non in posizioni di spicco, nelle classifiche internazionali? Macché: zero. O meglio, sulle prime c’era Torino. Ma appena si insediò il nuovo rettore, Ezio Pelizzeti, prese l’accordo e lo cestinò: «Non mi pareva una cosa seria». Tra i motivi di perplessità c’era l’esistenza di una specie di «filtro» che in cambio di 222 euro di diritti di segreteria raccoglieva le domande degli aspiranti universitari e le smistava col conto dei relativi crediti. Era la «Rul international», una società di proprietà di Umberto Laurenti, capo delle relazioni esterne di Postel, controllata di Poste Italiane. Un’operazione non limpidissima, documentò allora la trasmissione Report di Milena Gabanelli. Ma la puntata più sconcertante del tormentone doveva ancora arrivare. Sganciata la «Rul», le pratiche organizzative furono infatti affidate alla «Società per la formazione e l’orientamento», costituita 25 giorni prima che l’Ordine stipulasse le convenzioni definitive con otto università. E chi c’era tra i soci? Il geometra Claudio Cintola, consigliere forzista al Municipio Soccavo Pianura di Napoli, pubblicista, ma soprattutto direttore responsabile del quotidiano on line Osservatorio Flegreo. Giornale che ha come condirettore Mimmo Falco, vicedirettore Vittorio Falco, caporedattore Luigi Falco, responsabile servizi esterni Agostino Falco, capo dei servizi con l’estero Salvatore Falco, redattori Maria Falco e Luigi Falco. Casa e bottega. Ma chi era, allora, Mimmo Falco? Era il potente vice-presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (oggi è il «vice» per la Campania) e l’uomo che più di tutti si occupava del progetto «Laureare l’esperienza». Dettaglio di contorno: pur essendo la sede della società a Roma, le pratiche andavano spedite a un ufficio di Sora e i 222 euro dovevano essere accreditati a una banca pure di Sora, dove sta la sede secondaria dell’Università di Cassino eletta a sede di un Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione inaugurato dallo stesso Falco e salutato dalle cronache come «un progetto avanguardistico e culturale» con «l’affluenza di circa 300 giornalisti». Da allora i criteri per la concessione dei crediti sono stati rivisti limitandosi a definire il «valore decrescente» in relazione alle cariche, ma lasciando intatta la piramide. La tassa dei 222 euro e la Servizi per la Formazione e l’orientamento non ci sono più. Le università convenzionate, invece, sono rimaste le stesse. Anzi, sono diventate nove: Cassino-Sora, Chieti-Pescara, la Korè di Enna, l’Università di Messina (che nel 2005 stipulò una convenzione che riconosceva 60 crediti agli iscritti Cisl), la Lumsa di Roma e poi Catania, Ferrara, Varese e Udine. E così, di quella che doveva essere una piccola-grande riforma europea per premiare le professionalità, cosa resta? Restano alcune decine di laureati nella «Harvard della Ciociaria» tra i quali lo stesso segretario della Fnsi Franco Siddi («non mi hanno proprio regalato niente: pochi crediti riconosciuti e una gran fatica per conciliare il lavoro e gli esami»), uno strascico di polemiche interne sul modo in cui la legge è stata applicata e sulle società coinvolte. Restano un po’ di iscritti che anno dopo anno hanno visto la scorciatoia farsi più stretta: degli immatricolati a Sora nel 2007-2008, quelli cui sono stati riconosciuti dei crediti sono 29 (di cui due soli con oltre 60 punti) su 135, a Scienze per la comunicazione di Catania 8 su 246, a Sociologia di Chieti 8 su 64, a Comunicazione pubblica di Ferrara uno su 73, a Tecnologie della Comunicazione di Messina addirittura nessuno su 326 immatricolati… Resta infine il dubbio che anche per i giornalisti forse, come dimostrò Report, non valeva davvero la pena di rincorrere il pezzo di carta.

Sergio Rizzo – Gian Antonio Stella

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