L'INCHIESTA: UNA MINIERA DI VELENI NELL'EX IMPIANTO MILITARE DI CERRO al LAMBRO

2 Gennaio 2009 Inchieste/Giudiziaria

La parte militare della ex Saronio, oggi area addestrativa dell’esercito, che però non la utilizza da anni potrebbe contenere, sotto terra nascosta e mai rimossa, una miniera di veleni. Per questo Pietro Mezzi, assessore al territorio e ai parchi della Provincia, ha scritto al ministro della Difesa Ignazio La Russa chiedendogli che finalmente si faccia luce su questo mistero ambientale, restituendo i terreni alla collettività, previa bonifica. «L’impianto industriale produceva materiale chimico per usi bellici (pare gas nervino). Da anni il comune di Cerro reclama l’uso dell’area ma ancora oggi il problema non ha trovato soluzione». La “fabbrica chimica Dr. Saronio” fu costruita nel 1926 a Melegnano. Produceva materie coloranti e dava lavoro a migliaia di persone, ma ai suoi figli ha lasciato una terribile eredità: decine di casi accertati di cancro alla vescica tra gli operai, il pesante inquinamento della falda acquifera e del fiume Lambro. “Ricordo ancora i vasconi di contenimento – dice Dario Signorini, sindaco di Cerro – erano viola, pervinca, blu, i colori più terribili…”. Recentemente l’Asl ha chiuso nove pozzi e i comuni di Melegnano e Cerro hanno chiesto alla Regione dieci milioni di euro per creare una barriera idraulica contro le infiltrazioni dell’acqua contaminata nella falda. A seguire le indagini per l’Asl è stato Edoardo Baj, chimico e consulente scientifico di Legambiente. “Sappiamo abbastanza degli effetti sui terreni delle lavorazioni industriali – spiega – Nell’area del demanio militare, però, non abbiamo messo piede”. Negli anni Novanta i tecnici Asl riuscirono – sotto la stretta sorveglianza dei militari – a fare dei campionamenti superficiali che però non erano mirati: si cercavano le ammine aromatiche, le sostanze che nel resto del territorio hanno fatto danni pazzeschi, ma per il tipo di produzione che si faceva a Cerro bisognava cercare altro. Nicola Di Nuzzo, responsabile dell’ufficio bonifiche della Regione, partecipò all’ultimo sopralluogo, sette anni fa: “Non si è mai avviato un piano di caratterizzazione. È un’area potenzialmente contaminata ma qualsiasi intervento è in mano al ministero della Difesa”. Non si sa che fine abbiano fatto i prodotti chimici utilizzati dall’industria militare fascista. Giovanna Longhi, autrice nel 2000 di uno studio storico sulla Saronio, scrive che lo stabilimento, inaugurato nel 1943, “si connota immediatamente come un Ccm, un centro chimico militare, vale a dire come uno stabilimento militare destinato alla produzione di aggressivi chimici”. È possibile, però, che si sia proseguita lì una produzione già avviata nella sede di Melegnano, che nel censimento del 1937-40 figurava come “fabbrica colori e chimica offensiva”. Che tipo di armi si producevano, esattamente? Di sicuro nebbiogeno e oleum (acido solforico), “probabilmente anche fosgene e, in seguito Ddt”, ricorda Claudio Tedesi, esperto di bonifiche ambientali. Di sicuro niente di buono, se si pensa che il bombardamento di una filiale foggiana della Saronio, nel 1943, produsse una vasta contaminazione nel raggio di chilometri. Oltre sessant’anni dopo, nessuno sa dire con certezza dove e come, finita la guerra e liberata l’Italia, siano state smaltite le bombe chimiche di Cerro al Lambro. L’area oggi è piena di pozzi, vasche, canali sotterranei, cisterne piene d’acqua stagnante, resti di tubature, vecchie ciminiere cadenti. L’imponente arco di cemento sul quale svetta l’aquila imperiale, simbolo del Ventennio, è innervato da un canale che parte dal terreno e ritorna al terreno. Le pareti sono ancora annerite dai fumi di una produzione di gas che, nelle speranze del Duce, dovevano servire a ribaltare gli esiti di una guerra già persa. Mussolini aveva visitato la fabbrica di Melegnano nel 1934. Con le bombe chimiche aveva costruito l’Impero, utilizzando i gas asfissianti contro gli etiopi, e forse sperava di fare il bis. Lo storico Angelo Del Boca oggi ricorda: “La storia della guerra chimica all’italiana è stata sempre rimossa, fino al 1996 si è continuato a mentire. Poi fu un generale dell’esercito, il ministro Domenico Corcione, ad ammettere che sì, l’impiego ci fu e sistematico”. Di quel passato non ci sono che i fantasmi, ora, a Riozzo. L’ex fabbrica militare dopo la chiusura, nel 1963, è stata per anni area di addestramento per i militari. Dal 2001, però, di soldati non se ne vedono più. Dentro ci sono solo edifici fatiscenti, macerie, manichini decapitati, ferraglie, filo spinato arrugginito, taniche con la scritta “sostanza irritante” (ma è recente), pneumatici. “Quell’area non può stare lì all’infinito, va bonificata e trasformata, magari, in un polo scolastico”, dice Signorini. Mezzi, un tempo sindaco di Melegnano, spera invece che possa diventare “un parco urbano, quale simbolo del risarcimento ambientale di una ferita territoriale inferta decenni fa”.

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