LA CLAMOROSA INCHIESTA: PROCESSO MARE NOSTRUM, SPESI PIU' DI UN MILIONE DI EURO PER DIFENDERE I PADRINI E I KILLER CHE INSANGUINARONO MESSINA E PROVINCIA!

7 Gennaio 2009 Inchieste/Giudiziaria

Prendete il maxiprocesso Mare nostrum di Messina, uno dei più lunghi e complessi della storia giudiziaria coi 271 imputati e 26 ergastoli: a oltre due anni dalla sentenza non si sa ancora quanto sia costato all’erario difendere i 31 imputati che hanno chiesto e ottenuto l’ammissione al gratuito patrocinio. Per completare il quadro, mancano ancora diverse decine di fascicoli e al momento la cifra corrisposta ai legali ammonta a 920 mila euro, con singole parcelle che in un paio di casi sfiorano quota 100 mila. Alla fine, dunque, lo Stato avrà speso più di un milione di euro per difendere imputati accusati di essere padrini, gregari, affiliati e killer delle cosche mafiose che fra il 1984 e il 1987 hanno insanguinato le province di Messina e Catania con 39 omicidi, 45 ferimenti più una serie di estorsioni e attentati. Mare nostrum, tuttavia, è solo uno dei tanti abusi di un istituto pensato per assicurare il diritto all’assistenza difensiva anche ai meno abbienti e divenuto, col tempo, lo strumento con cui le organizzazioni criminali riescono a farsi beffe dell’autorità giudiziaria anche quando vengono portate alla sbarra. L’espediente più diffuso ruota intorno alle confische: lo Stato sequestra il patrimonio dei mafiosi? Allora deve anche pagare loro l’avvocato, perché privati dei loro possedimenti, i boss diventano poveri e pretendono (e quasi sempre ottengono) il beneficio del gratuito patrocinio. Per la legge basta un’autocertificazione che attesti un reddito inferiore a 9.23 euro. E il traffico di droga come le estorsioni non lasciano tracce nel 740. Il giudice ha solo dieci giorni di tempo per decidere, pena la nullità del processo, e gli accertamenti, con un controllo sulla dichiarazione dei redditi, consentono all’80-90 per cento di chi ne fa richiesta l’accesso al gratuito patrocinio. Così nel 2007 lo Stato ha speso 103 milioni per 123 mila persone. E si tratta di dati incompleti, perché in ambito civile solo una metà degli uffici giudiziari ha inviato i dati al ministero. Tutti soldi spesi per garantire gli indigenti? Certo che no: una maggioranza di poveri veri (che comprende comunque una buona quota di evasori comuni) c’è; ma ad approfittare dell’istituto è sempre più la criminalità organizzata. E il denaro pubblico rischia di diventare una fonte di autofinanziamento, come ha documentato nel 2004 l’inchiesta Twister della Direzione nazionale antimafia di Catanzaro su alcune cosche del cosentino. “Nelle intercettazioni l’assistito diceva al difensore: ‘Io ti nomino e tu mi dai parte dei soldi’. Rintracciammo perfino un accredito bancario del ministero che, dopo essere stato incassato, era stato in parte girato dal legale”, ricorda l’ex pm della Direzione distrettuale Eugenio Facciola, oggi sostituto procuratore a Paola: “Capimmo che si trattava di un fenomeno consolidato e anche se è l’unico caso accertato, non è escluso che funzioni così in molte realtà, anche fuori dalla Calabria”. Peraltro la ‘ndrangheta ha spesso sfruttato il gratuito patrocinio: il colpo più grosso è stato il maxiprocesso Galassia istruito contro più di 150 affiliati alle cosche della Sibaritide e del crotonese, celebrato a fine anni ’90; in due anni di dibattimento lo Stato ha sborsato 7 miliardi di lire solo per il primo grado, più altri 215 mila euro tra appello e Cassazione. Il fenomeno, comunque, va ben oltre le cosche calabre: la Direzione investigativa antimafia esamina in media 2.500 istanze l’anno. Gli ultimi in ordine di tempo, nella primavera scorsa, sono stati una decina di esponenti del clan Capriati di Bari vecchia. Prima, fra il 2002 e il 2007, in 24 procedimenti celebrati davanti alla Corte d’Assise, per gli imputati di associazione di stampo mafioso incapienti il tribunale di Palermo ha speso 890 mila euro. Per difendere anche boss condannati al carcere a vita come Giuseppe Agrigento, Domenico Ganci e Antonino Madonia. Quest’ultimo, assieme a Leoluca Bagarella, ha ricevuto l’ultima notifica del pagamento effettuato in favore del suo avvocato appena due anni fa, il 28 settembre 2006, nel carcere di Novara: 9.365 euro. Colpiti da un’offensiva giudiziaria senza precedenti e da un numero crescente di confische, anche i casalesi hanno intrapreso questa strada. Nel processo-simbolo contro Gomorra, lo Spartacus 1, il gratuito patrocinio è stato concesso a 20 imputati. In appello se ne sono aggiunti altri due. “Si tratta per lo più di seconde file, perché fino a qualche anno fa per la camorra era un disonore farsi pagare l’avvocato. Infatti, a eccezione di un ergastolo, comminato ad Alfredo Zara, e tre condanne a 25, 26 e 30 anni, la maggior parte delle pene per i beneficiari sono relativamente contenute, da tre a 12 anni di reclusione”, afferma Raffaello Magi, il giudice a latere che scrisse le 3.200 pagine della sentenza e firmò le liquidazioni dei difensori. Il conteggio finale, anche in questo caso, è notevole: 906.460 euro. Ma i conti in tasca ormai se li sono fatti anche le prime file, assicura il pm della Dda di Napoli Francesco Curcio: “Negli ultimi anni hanno beneficiato del patrocinio in procedimenti paralleli anche esponenti di vertice, gli ex capi-zona dell’Agro aversano Francesco Biondino e Vincenzo Zagaria, e vecchi affiliati come Luigi De Rosa, Giorgio Marano e Luigi Costanzo”. Per rendersene conto basta seguire la curva dei costi del gratuito patrocinio nei processi penali a Santa Maria Capua Vetere, dove negli ultimi dieci anni è stato necessario aprire due nuove sezioni in Assise per affrontare la crescente mole di lavoro: 133 mila euro nella seconda metà del 2003, 416 mila nel 2004, 654 mila nel 2005. Per effetto del decreto Bersani, che modifica le modalità dei pagamenti, nel 2006 e 2007 l’importo scende a 557 mila e 455 mila. Si tratta però di un semplice rallentamento nella liquidazione delle pratiche: nei primi sei mesi del 2008, il parziale è tornato a crescere, con 292 mila euro. Per porre riparo allo scandalo di uno Stato che paga l’avvocato ai clan, un emendamento al pacchetto sicurezza esclude dal patrocinio i condannati per associazione mafiosa e traffico di droga. Un cavallo di battaglia della Commissione antimafia, presentato dall’ex presidente Giuseppe Lumia, che tuttavia è stato paradossalmente contestato in Senato da un altro ex presidente, Roberto Centaro (Pdl), per la disparità di trattamento che si sarebbe creata fra i detenuti. Il governo aveva perfino dato parere negativo, ma davanti al clamore suscitato, alla fine l’approvazione è stata unanime. di PAOLO FANTUZZI

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