Messina, quelle fiumare e colline a rischio fin dall’Ottocento: Da De Amicis a Lawrence le testimonianze arrivate fino a noi con tutta la loro forza lirica, ammonitrice e potente

11 Ottobre 2009 Culture

MESSINA – La zona devastata dal nubifragio è stata percorsa da tanti viaggiatori che nell’Ottocento e Novecento attraversavano la strada carrozzabile e la ferrovia realizzata nel 1867, dirigendosi soprattutto nella Taormina che stava aprendosi al «mito» internazionale, alla ricerca di quei panorami mozzafiato oggi feriti dal fango e dalla disperazione. Quella costa orientale della Sicilia che Edmondo De Amicis, poco prima del terribile Terremoto di Messina del 1908, raffigurava come una «successione infinita di curve, che sembra la ripetizione ritmica d’un pensiero gentile». Borghi marinari, paesi collinari, villaggi ricchi di tradizioni e storia si avvicendano in un territorio dall’equilibrio naturale sempre instabile, fragile fin dall’anno Mille quando le cronache registrano le prime frane. Un territorio incuneato, come la costa ligure, tra mare e montagna, dagli atavici problemi idrogeologici, dalla fragilità morfologica che era segnalata anche ai primi del XIX secolo dai tanti osservatori stranieri capaci di descrizioni attente e minuziose della zona, e in particolare di quelle fiumare che dalla collina scendono ripidamente a valle, verso lo Jonio adiacente a quello Stretto di Messina sempre agitato e suggestivo, con Capo Scaletta punta strategica dove la leggenda vuole che si sia fermato a predicare San Paolo e dove spicca il Castello di Federico II del 1200, protagonista di alcuni episodi durante i Vespri con protagonista la nobildonna Macalda da Scaletta. Celebre anche la dimora del Principe Ruffo, ricca di dipinti di artisti di fama internazionale, il cui soffitto a fine Settecento rappresentava per il tedesco Von Riedesel «una delle cose più belle di Sicilia». La moglie di Antonio Ruffo, Ludovica Borghese, era una delle più grandi sostenitrici di Don Bosco, per cui finanziò il tempio del Sacro Cuore a Roma. Fa impressione ammirare le due acqueforti del 1818 realizzate dal Cockburn che ritrae dal mare in successione il castello, il borgo, la batteria e le case poggiate sulle rive dello Jonio, un’ immagine suggestiva del casale di Scaletta che tre anni dopo veniva descritto dal pittore inglese Peter DeWint come punto di sosta per i viandanti, un paese di pescatori con i dintorni in cui gli «scenari pittoreschi» erano frequenti. Nel 1843, il connazionale Henry Clark Barlow, percorrendo la strada per Taormina «molto montuosa e pittoresca», la definisce «di gran lunga la parte più interessante del percorso per Catania», fiancheggiata com’era da siepi di cactus (fichi d’india) in “grandi masse” che le conferivano un aspetto “molto indiano”. Sulla destra spiccavano le montagne di calcaree «di aspetto ardito e impervio», mentre la strada veniva attraversata da numerosi corsi d’acqua che ogni tanto si «perdono nella sabbia e nella ghiaia trascinate dall’acqua già dalle colline ai piedi della valle». Barlow evidenziava con tono preoccupato come nella stagione piovosa «la strada deve diventare quasi, se non del tutto, impraticabile»: uno sguardo allarmato che sembra amaramente sovrapporsi alle grida dolorose dei tanti sopravvissuti che in queste ore cercano parenti e amici tra i vicoli impraticabili dei loro paesi. Ma è con il grande scrittore D.H. Lawrence, amante di queste zone che descrisse mirabilmente in diversi suoi scritti e racconti – soggiornando con la moglie ai primi anni Venti nella sua dimora di Fontana Vecchia a Taormina – che abbiamo dei riferimenti che illustrano con straordinario acume la precarietà naturale dell’area. «Mi domando sempre perché letti di fiume così vasti, di pallidi ciottoli, escano dal cuore delle alte, drammatiche montagne di pietra, a poche miglia dal mare». Così in Mare e Sardegna – diario del suo viaggio dal buen retiro taorminese all’isola sarda –Lawrence descriveva quegli stessi torrenti oggi invasi dalla marea mostruosa di fango, visti dal treno che nel gennaio 1921 lo portava da Taormina a Messina in una giornata freddissima e piovosa come non mai («Il cielo è tutto grigio. Lo stretto è grigio. Piove, piove in modo sempre più deprimente»). L’autore de L’amante di Lady Chatterley si meravigliava di vedere quelle fiumare così sproporzionate che dovevano accogliere «solo poche gocce d’acqua che scivolano in letti abbastanza ampi per il Reno.Ma così è». Oggi che quelle poche gocce sono diventate torrenti in piena, rileggere le parole di Lawrence aiuta a comprendere la trasformazione di quel mondo naturale iperurbanizzato che abbraccia Scaletta Zanclea, Briga, Giampilieri, Alì, Altolia, Molino, angoli di quel paesaggio «antico e classico, romantico, come se avesse conosciuto giorni remoti e fiumi più violenti e più vegetazione». Una testimonianza che arriva fino a noi con tutta la sua forza lirica, ammonitrice e potente: «Ripida, scoscesa, selvaggia, la terra sale su suoi picchi e nei precipizi, un groviglio di altezze. Ma tutte pigiate l’una sull’altra. E nei vecchi paesaggi, come nelle persone vecchie, la carne si consuma, e le ossa diventano prominenti. La roccia si leva in alto in modo fantastico. La giungla di picchi di questa vecchia Sicilia».

Sergio Di Giacomo – Corriere della Sera

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