LE MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA DI ASSOLUZIONE – IL PRESUNTO COMITATO D'AFFARI CHE 'CONDIZIONAVA' LA DDA DI REGGIO C.: 'Le presunte condotte non trovano riscontro nei risultati processuali'

1 dicembre 2009 Mondo News

«Le finalità alla quali si è ritenuto di ricondurre le condotte poi compendiate nel capo di accusa, hanno subito un brusco ridimensionamento nell’evoluzione procedimentale della vicenda e dei suoi epiloghi, sfociati in diverse richieste di archiviazione e di assoluzione e non trova adeguato conforto in un ponderato esame delle risultanze processuali acquisite». È chiaro il giudice per le udienze preliminari Antonio Battaglia nel motivare la sentenza d’assoluzione nei confronti di sei presunti componenti di un comitato d’affari che avrebbe tentato di condizionare alcuni magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, finiti nell’aula del giudice distrettuale di Catanzaro a seguito dell’inchiesta conosciuta come “Caso Reggio” risalente al 2004. Sui sei imputati gravava l’ipotesi di concorso esterno in associazione di stampo mafioso e violenza a corpo giudiziario (quest’ultimo reato non era però contestato a Giorgio De Stefano). Si trattava dell’avvocato Paolo Romeo, di 61 anni, ex deputato del Psdi; del giornalista Francesco Gangemi, direttore de “Il Dibattito”; dell’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena; dell’avvocato Francesco Gangemi, omonimo e cugino del giornalista; di Riccardo Partinico, 51 anni, collaboratore del periodico “Il Dibattito”; dell’avvocato Giorgio De Stefano, ritenuto referente dell’omonima cosca. Ma c’è dell’altro: «È di tutta evidenza – ha scritto il giudice Battaglia nelle 81 pagine di motivazione della sentenza – che gli scopi asseritamene attribuiti alla strategia di aggressione mediatica, ricondotti, in tesi d’accusa, ad un più ampio contesto associativo di tipo mafioso, nel caso di specie, non solo non sono stati raggiunti, quanto erano astrattamente irrealizzabili». E ancora: «Non vi è traccia infatti – si legge nella sentenza – di qualsivoglia attività, attribuibile agli imputati, che avesse come obiettivo quello di ottenere il trasferimento di personale della Pubblica amministrazione o lo spostamento di detenuti o anche posti di lavoro, mentre è mera petizione di principio l’affermazione secondo la quale tra gli obiettivi dell’associazione, riconducibili alla concorrente condotta degli imputati, vi fosse quella di acquisire, in modo diretto ed anche indiretto, il controllo delle attività economiche della città, nonché il più ampio controllo della stessa attività politica». «Anche il passaggio inerente il tentativo della criminalità di contrastare l’azione giudiziaria con l’aggiustamento dei processi – aggiunge il gup – , condotto anche con il fondamentale e consapevole ausilio degli imputati è rimasto del tutto indimostrato». (g.m.)