LA SCARCERAZIONE DEL BOSS GERLANDO ALBERTI: Il presidente del tribunale di sorveglianza di bologna chiarisce la decisione. I domiciliari per «gravi condizioni di salute del detenuto»

13 dicembre 2009 Mondo News

La decisione del tribunale di sorveglianza di Bologna di concedere gli arresti domiciliari a Gerlando Alberti junior, uno dei due assassini di Graziella, è stata presa dal tribunale collegiale, formato da quattro giudici, con il parere favorevole del procuratore generale. In particolare – ha chiarito all’Ansa – il presidente del tribunale, Francesco Maisto, il provvedimento «nasce solo da una richiesta specifica e ufficiale fatta dal carcere di Parma per le gravi condizioni di salute del detenuto. E dopo non c’è stato nessun ricorso in Cassazione». Maisto ha sostenuto a tal proposito che «se la gente muore in carcere, poi si dice che il giudice sbaglia». Nessun commento dal magistrato in merito alla verifica disposta dal guardasigilli Alfano per accertare la regolarità della decisione. «Non mi stupisce – si è limitato a dire il giudice – è nei poteri del ministro». La vicenda Campagna è stata sin da sempre circondata da polemiche. Pure la messa in onda del film tv di Raiuno “La vita rubata”, come si ricorderà, fu rinviata per due volte. Il film tv narra la storia vera di Graziella, uccisa dalla mafia a 17 anni per aver trovato un biglietto che non avrebbe dovuto leggere. Protagonista dello sceneggiato, Beppe Fiorello nel ruolo del fratello della ragazza, il carabiniere Pietro Campagna, che non si è mai arreso nella ricerca della verità. Previsto nel palinsesto di Raiuno il 27 novembre e poi il 24 febbraio 2007 il film tv, prodotto per Rai Fiction dalla Albatros, con alla regia l’esordio di Graziano Diana, era stato sospeso perché si stava celebrando il processo d’appello per l’omicidio. E anche la messa in onda, il 10 marzo 2008 sull’ammiraglia Rai, aveva rischiato, fino all’ultimo, di essere rinviata in attesa dell’arringa finale del processo. La fiction ripercorre la vita di Graziella (interpretata da Larissa Volpentesta), che qui a Saponara lavorava in una tintoria per poi rimanere uccisa con cinque colpi di pistola sparati in faccia, solo per aver trovato in una camicia da lavare un biglietto che non avrebbe dovuto leggere. Così, il 12 dicembre del 1985, in una serata di pioggia, mentre la famiglia la aspettava a casa, lei non torna. Il suo corpo viene trovato, qualche giorno dopo, in campagna. La sua morte e la ricerca del perché diventa per il fratello Pietro (Beppe Fiorello) una ragione di vita. «Pietro è il portabandiera di una Sicilia che ha voglia di dire la verità, e io dopo di lui» aveva sottolineato Beppe Fiorello parlando del personaggio che interpretava. «Le lacrime di coccodrillo versate in queste ore – scrive oggi in una nota la portavoce dell’Associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli – servono solo a riempire di rabbia le vittime del terrorismo mafioso», i cui carnefici beneficiano di leggi pervase da «buonismo, sempre tese al recupero del reo e all’annullamento della giustizia per le vittime». Secondo l’associazione, il caso di Alberti ricorda quello di «Giochino Calabrò, stragista a Firenze oggi non più al 41 bis, autore di innumerevoli delitti oltre la strage di via dei Georgofili». (t.c.)