BARCELLONA P.G. E IL 'SISTEMA'…: Su tutti gli appalti pubblici la tangente del 3 per cento

17 dicembre 2009 Mondo News

La regola del 3%. Tanto si doveva pagare alla mafia barcellonese per poter continuare a lavorare negli appalti pubblici lungo tutta la fascia tirrenica. Ma il “Sistema”, ecco il nome dell’operazione, ai primi dell’anno fu coraggiosamente svelato dall’imprenditore barcellonese Maurizio Sebastiano Marchetta, un architetto molto noto a Barcellona che è stato tra l’altro anche vice presidente del consiglio comunale. Dal pomeriggio del 22 gennaio 2009 Marchetta, divenuto per sua scelta testimone di giustizia, cominciò a raccontare davanti al sostituto della Distrettuale antimafia Giuseppe Verzera, al capo della Mobile Marco Giambra e al vice questore Giuseppe Anzalone, tutto quello che era stato costretto a subire per poter concorrere, aggiudicarsi ed eseguire alcuni appalti in Sicilia. Dopo le sue rivelazioni, che ebbero del clamoroso se rapportate a un territorio chiuso e omertoso come quello mafioso barcellonese, furono il sostituto della Dda Giuseppe Verzera e il collega della Procura di Barcellona Francesco Massara a formalizzare una serie di richieste d’arresto, che nel febbraio scorso portarono alla notifica di tre ordinanze di custodia cautelare in carcere da parte del gip di Messina Antonino Genovese per Carmelo Bisognano, capo del clan dei “Mazzarroti” e ritenuto il referente del clan mafioso dei barcellonesi per il territorio di Mazzarrà Sant’Andrea, che all’epoca era stato da poco scarcerato; Carmelo D’Amico, che era stato arrestato un mese prima perché indicato come uno dei boss del clan dei barcellonesi; e Pietro Nicola Mazzagatti, ritenuto il capo del gruppo mafioso di Santa Lucia del Mela. Il gip Genovese non accolse, invece, la richiesta di misura cautelare in carcere presentata dalla Procura per altri tre indagati: Vincenzo Licata, agrigentino, ritenuto esponente di spicco delle organizzazioni mafiose di Agrigento, l’agrigentino Domenico Mortellaro, e l’acese Alfio Giuseppe Castro, ritenuto dalla Dda personaggio di primo piano della “famiglia” Santapaola. La lista dei capi d’imputazione di questa inchiesta è lunga, ci sono ben undici casi, 8 d’estorsione e 3 di tentata estorsione, di cui devono rispondere a vario titolo gli indagati, tutti aggravati dall’art. 7 del D.L 152/91, vale a dire l’aver agevolato le relative associazioni mafiose di appartenenza. E raccontano per filo e per segno cosa fu costretto a subire l’imprenditore Marchetta in un vasto arco di tempo tra la metà degli anni ’90 e il 2008 nei suoi cantieri di Savoca, Tortorici, Canicattì, Gualtieri Sicaminò, Barcellona, Caronia, Floresta, Militello Val di Catania e Scordia. Ecco solo qualche esempio. Tra il giugno del 1995 e l’aprile del ’96 Licata e Mortellaro avrebbero costretto Marchetta e la sua impresa, la “Co.Ge.Mar. srl” di Barcellona, a non presentare alcuna offerta per l’appalto dei lavori di ristrutturazione e normalizzazione del collettore fognario di Barcellona. D’Amico e Mazzagatti nel 1998 si sarebbero fatti consegnare a più riprese – una tranche fu di 10 milioni di lire –, il 3 per cento dell’appalto (l’importo era di 3 miliardi e 380 milioni di lire) per i lavori di consolidamento di una frazione dell’abitato di Gualtieri Sicaminò. D’Amico tra il 2000 e il 2001 avrebbe costretto Marchetta a versare a più riprese – due furono di 10 milioni di lire – il 3 per cento dell’appalto (l’importo era di 2 miliardi e 138 milioni di lire), per la ristrutturazione della rete idrica interna di Barcellona. Bisognano si sarebbe fatto consegnare tra il 2000 e il 2001 il “pizzo”, in più tranches con una da 5 milioni di lire, per l’appalto della rete idrica di distribuzione a Caronia. Bisognano e D’Amico si sarebbero fatti consegnare tra il 2001 e il 2004 a più riprese sempre il “solito” 3 per cento dell’appalto (l’importo era di 4 miliardi e 700 milioni di lire) per i lavori di completamento della strada esterna di collegamento dell’abitato con la Statale 116 nel comune di Floresta. (n.a.)