MAFIA E APPALTI A BARCELLONA P.G., IL PM CHIEDE TRE RINVII A GIUDIZIO: Hanno scelto invece l'abbreviato i boss D'Amico e Bisognano, l'acese Castro. Giudizio il 22 febbraio

17 dicembre 2009 Mondo News

La mafiosità e la mafia nascosta. Le mazzette del 3 per cento per gli appalti pubblici. Il tentativo di demolire il pilastro dell’accusa da parte degli imputati. La dura requisitoria del pm. La ferma opposizione degli avvocati per la costituzione di parte civile del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto. La tensione d’aula palpabile per un processo-chiave sulla famiglia mafiosa barcellonese e i suoi addentellati geografici lungo la zona tirrenica, i cosiddetti sottogruppi. È stata tutto questo ieri mattina la lunga udienza preliminare dell’operazione “Sistema”, che è il frutto delle coraggiose dichiarazioni dell’imprenditore barcellonese Maurizio Marchetta, divenuto testimone di giustizia. Un’udienza preliminare gestita dal gup Maria Angela Nastasi e che ieri si è in pratica divisa in due tronconi. Il giudice infatti ha accolto la richiesta di ammissione al rito abbreviato presentata da Carmelo D’Amico, ritenuto uno dei “reggenti” della famiglia mafiosa dei Barcellonesi, di Carmelo Bisognano, reggente del clan di Mazzarroti, e dell’acese Alfio Giuseppe Castro, elemento di spicco del clan Santapaola di Catania. Sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e illecita gestione degli appalti. In prima battuta i tre avevano chiesto l’accesso al rito abbreviato “condizionato” ad una serie di atti, tra cui la testimonianza del “reggente” del gruppo barcellonese Salvatore “Sem” Di Salvo, ma il gup Nastasi aveva rigettato le richieste. I tre avevano quindi optato per il rito abbreviato “secco”. Per questo troncone il gup ha rinviato tutti al 22 febbraio del 2010. Hanno invece scelto il rito ordinario gli agrigentini Vincenzo Licata e Domenico Mortellaro, ritenuti organici alla “famiglia” Di Gati di Agrigento, e Pietro Nicola Mazzagatti, il boss del sottogruppo mafioso degli “Scozzesi” di Santa Lucia del Mela. In questo caso si sono registrati gli interventi dell’accusa e dei difensori, poi l’udienza è stata aggiornata a lunedì prossimo per la decisione. Altro passaggio importante dell’udienza di ieri l’accoglimento da parte del gup Nastasi di due richieste di costituzione di parte civile nei confronti di tutti e sei gli imputati: il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, rappresentato dall’avvocato Pinuccio Calabrò, e soprattutto l’imprenditore e vittima del racket Maurzio Marchetta, rappresentato dall’avvocato Roberta Biondo. Per i tre imputati che hanno scelto il rito ordinario ieri si sono quindi consumati i passaggi dell’accusa e della difesa. Il sostituto della Dda Giuseppe Verzera nel corso della sua requisitoria ha ricostruito tutta l’inchiesta “Sistema”, sgombrando il campo anche dalle accuse contenute nel memoriale depositato da uno degli imputati, Carmelo D’Amico, che ieri ha anche rilasciato dichiarazioni spontanee proprio sulla falsariga del memoriale e sempre sullo stesso concetto: il tentativo di “demolizione” la credibilità di Marchetta. Le “accuse” del memoriale – ha spiegato il pm Verzera –, sono state riportate proprio a Marchetta nel corso dei suoi interrogatori e sono state puntualmente da lui smentite; a cominciare dai rapporti con Salvatore “Sem” Di Salvo che quando arrivò Marchetta alla “Co.Ge.Mar.” era già assunto da due mesi circa. Le successive telefonate – tutte a senso unico ha spiegato il pm –, contenute anche nell’informativa dell’operazione antimafia “Omega-Obelisco”, in cui fu coinvolto e poi scagionato Marchetta, furono in pratica costantemente “subite” dall’imprenditore, che era ben consapevole della caratura criminale del Di Salvo. Ed ancora: se uno si “accosca” deve pur ricevere un vantaggio, mentre Marchetta non ha mai avuto alcun tipo di ricaduta ammesso che si sia mai “accoscato”, ha detto ancora il pm Verzera. Il collegio di difesa è composto in questo processo dagli avvocati Giuseppe Lo Presti, Tommaso Calderone, Giuseppe Perdichizzi, Giovanni Aricò, Fabrizio Cosentino, Carlo Autru Ryolo, Salvatore Silvestro e Enzo Trantino. Nell’indagine gestita dal sostituto della Dda Giuseppe Verzera e del collega della Procura di Barcellona Francesco Massara, e su cui hanno lavorato per mesi i carabinieri del Ros, spicca anche la figura di Alfio Giuseppe Castro, considerata di primo piano per i collegamenti del clan dei “mazzarroti” con i gruppi mafiosi etnei. E Castro, detto “Pippo”, un 58enne nato ad Acireale, nel dicembre del 2008 proprio davanti ai magistrati Verzera e Massara, raccontò la sua verità nel corso di un lungo interrogatorio nel carcere di Rebibbia, a Roma, un “faccia a faccia” poi trasfuso in un verbale di parecchie pagine. Tra quelle pagine ci sono gli interessi mafiosi nelle discariche di Mazzarrà e Tripi, le imposizioni della “famiglia” barcellonese nei subappalti e nelle forniture dei materiali delle società controllate dal gruppo criminale, tra Mazzarrà S. Andrea, Terme Vigliatore, Barcellona, Furnari, Tripi, Falcone, Monforte San Giorgio, Merì, Pace del Mela, Novara di Sicilia. Nuccio Anselmo – GDS