OMICIDIO ECCELLENTE A MONTREAL: UCCISO IL BOSS NICK RIZZUTO, FIGLIO DI VITO. LA 'FAMIGLIA' SI INTERESSO' AI LAVORI DEL PONTE SULLO STRETTO

31 dicembre 2009 Mondo News

MONTREAL – Sei colpi di pistola esplosi in pieno giorno. Gli uomini del commando che sfrecciano all’impazzata per le vie di un popolare quartiere residenziale di Montreal. Sull’asfalto innevato, accanto ad una mercedes nera, il corpo senza vita di un uomo con un nome che incute terrore. Si chiamava Nick Rizzuto ed era il primogenito di Vito, l’indiscusso boss dei boss siculocanadese, in carcere dal 2004. Portava il nome di suo nonno, Nick senior, il vecchio padrino di uno dei più potenti clan mafiosi nordamericani. La polizia parla di regolamento di conti tra bande rivali. Gli esperti avvertono che gli equilibri sono cambiati. L’unica certezza al momento è che da ieri a Montreal la tensione è altissima. “È un omicidio senza precedenti- spiega Antonio Nicaso, uno dei massimi esperti della mafia nordamericana – Per la prima volta dal 1978, la famiglia Rizzuto è con le spalle al muro. Dopo gli arresti di Vito e degli altri vertici del clan, la mafia italiana di Montreal non ha avuto la capacità di rialzarsi e oggi paga le conseguenze del vuoto di potere. Le bande di strada ne stanno approfittando. Vogliono riprendersi quei territori lasciati incustoditi dalla mafia dei colletti bianchi, troppo preoccupati a fare affari con l’edilizia”. Secondo gli esperti, il delitto potrebbe essere legato alla serie di attentati incendiari contro i bar italiani di Montreal nel quartiere St. Michel, storica roccaforte della famiglia Rizzuto. Il giorno dopo l’ultimo degli attacchi, al Pirandello Bar Sport, uno dei locali colpiti, c’è chi giura di aver visto Nicola Rizzuto, padre di Vito e storico alleato dei Cuntrera-Caruana. Il vecchio capomafia, che indossava il classico borsalino, ha pranzato seduto al tavolo tra gli sguardi increduli dei passanti, mentre alcuni operai sostituivano le vetrine distrutte dagli attentati. Un messaggio molto chiaro secondo la polizia, come a precisare che quelle molotov, lanciate nella notte dai finestrini delle auto in corsa, non sono di Cosa Nostra. Ieri, alle 12.10, il colpo di grazia, preludio di una guerra che i Rizzuto questa volta rischiano di perdere. “Chiunque abbia ucciso Nick Rizzuto ha voluto mandare un messaggio molto forte – continua Nicaso – Colpendo gli affetti del padre, Vito Rizzuto. Nick non aveva precedenti penali, non era alla guida della famiglia. Un delitto eccellente nel momento peggiore della mafia italiana di Montreal. Le ultime operazioni della polizia hanno portato all’arresto di decine di affiliati. Le street gang invece non sono ancora state colpite e numericamente sovrastano gli altri clan”. “Montreal è nel caos, in uno stato di anarchia – aveva spiegato poche settimane fa Pierre de Champlain, autore del bestseller Mobsters, Gangsters and Men of Honour – Le organizzazioni criminali pagano l’assenza di un capo carismatico. Le gang di strada invece stanno crescendo, lentamente, dai bassifondi, al punto da poter impensierire quei settori dove la mafia ha perso il suo interesse. Stanno approfittando del vuoto lasciato da figure quali Francesco Arcadi e Vito Rizzuto in Cosa Nostra. Se ci fossero stati loro – continua de Champlain – questo non sarebbe mai successo. Alla mafia non piace questo tipo di pubblicità. Portano solo rogne e poliziotti alle calcagna”. Montreal ora ha paura. Gli inquirenti temono il peggio. Fino a pochi anni fa i Rizzuto, la cosiddetta “Sesta Famiglia”, erano a capo di un vero impero che nella sola provincia del Quebec controllava l’80% dei contratti edilizi. Furono loro i primi a capire l’importanza della “pax”. Quando la faida degli anni Novanta rischiò di mandare a monte i loro affari, s’inventarono il Consortium, un’alleanza tra le famiglie canadesi, la mafia russa, gli Hells Angels, le bande irlandesi e i cartelli colombiani per la gestione del traffico di droga. Oggi queste alleanze potrebbero non esistere più. “In circostanze normali- spiega Nicaso- la risposta dei Rizzuto ad un omicidio di questo calibro sarebbe stata più che scontata ed immediata. Oggi non lo è più. La vendetta, se ci sarà, ci dirà se i Rizzuto sono ancora in piedi”. di LORENZO TONDO – la repubblica

“The sixth family”, i legami fra cosche Usa e Ponte sullo stretto

C’é un bel libro, da poco pubblicato in Italia dalla Curcio, che spiega in dettaglio i legami tra la ‘famiglia Usa’, che oggi guida Cosa Nostra oltre Oceano, e gli appalti per il ponte sullo stretto di Messina. Si tratta di “The Sixth Family. Vito Rizzuto e il collasso della mafia americana”, scritto dai dei giornalisti americani Adrian Humphreys e Lee Lamothe. Il tema più scottante del libro è proprio il forte interesse delle cosche Usa sul Ponte. “Il ponte di Messina era solo uno degli investimenti in cui Vito Rizzuto era coinvolto.” A parlare è Silvia Franzé, ex funzionario della DIA. E le sue non sono le uniche rivelazioni grazie alle quali “The Sixth Family”, già best seller negli Stati Uniti, può essere considerato una fonte irrinunciabile nella conoscenza dei rapporti tra mafia italiana e americana. Tra episodi noti e retroscena ancora inediti gli autori ricostruiscono tutte le tappe che hanno consacrato la famiglia Rizzuto da Cattolica Eraclea, Agrigento, ai vertici della malavita mondiale, seguendo la lunga scia di droga e sangue che ha portato il suo attuale leader, Vito, a diventare uno dei criminali più temuti e controversi dell’ultimo secolo. Dopo decenni di onorata carriera tra partite milionarie di eroina, conti cifrati ed esecuzioni spietate Rizzuto ha rivolto la sua attenzione a ‘casa’, legando il suo nome agli appalti illeciti per il ponte sullo Stretto di Messina, ma una condanna del 2007 lo ha messo fuori gioco. Cosa accadrà nel 2012, quando il John Gotti del Canada uscirà di prigione? I fatti ricostruiti in questo libro-inchiesta, vale a dire la scalata della famiglia Rizzuto e del suo attuale leader ai vertici della malavita americana, culminata con la conquista del mercato mondiale della droga (e, per quanto ci riguarda da vicino, con una pesante ingerenza negli appalti per il ponte sullo Stretto di Messina), hanno dato spunto a un vivace dibattito vivace e attento tra Angela Napoli e Francesco Bruno. In particolare, sulla scorta del bel libro inchiesta i due presentatori si sono chiesti quanto incidono le intercettazioni nelle indagini sui fatti di mafia. In disaccordo con le più recenti disposizioni di legge che ne limitano l’impiego, infatti, l’onorevole Napoli, componente dell’Antimafia, ha ribadito l’importanza cruciale delle intercettazioni: “Questo fondamentale strumento di indagine consente di scoprire legami e collusioni insospettabili. Al contrario, se ci si concentra soltanto su chi è già in odore di mafia non possono verificarsi progressi determinanti. Chi è al di sopra di ogni sospetto – un politico, un uomo d’affari, chiunque non sia un mafioso conclamato – molto difficilmente può essere raggiunto”. A proposito dei pentiti, invece, si è detta dubbiosa: “Il loro contributo può essere decisivo, certo, ma più spesso si tratta di una scelta di convenienza. Chi è stato capace di sciogliere un bambino nell’acido non può in nessun caso e a nessun titolo essere considerato “pentitò’”. Sulla stessa linea Francesco Bruno, che ha analizzato le vicende della famiglia Rizzuto, esponente di quella mafia “esportata” che è da sempre il prodotto di punta del made in Italy, evidenziando gli intrecci e le ramificazioni criminali che oggi interessano tutta la Penisola , non solo le regioni che costituiscono la culla storica di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra. ”E il vero dramma è che prima era il mafioso ad aver bisogno del politico per realizzare i suoi progetti. Oggi, sempre più spesso, è il politico ad avere bisogno del mafioso.”