L'INTERVISTA AL VESCOVO 'MESSINESE' DI AGRIGENTO – Monsignor Franco Montenegro: la mia città trovi la forza di reagire. «Troppo individualismo in questa società, si pensi agli ultimi. Messina deve vivere del suo mare»

3 gennaio 2011 Cronaca di Messina

Chi ha vissuto al suo fianco le tante esperienze a Messina non può dimenticare la sua capacità di guardare sempre agli umili. Non a caso, nella splendida notte di Capodanno, quando sugli schermi di piazza Duomo che proiettavano le immagini dei messinesi illustri, la sua immagine è stata tra le più applaudite. Monsignor Franco Montenegro oggi e da due anni è il vescovo di Agrigento: arcidiocesi di circa 450 mila persone con cinque zone pastorali, quindici vicariati, 194 parrocchie, 165 chiese parrocchiali. Territorio di confine, perché «più al sud del Sud». Il tono è sempre lo stesso. Pacato, conciliante. È stato l’uomo della carità (presidente della Caritas italiana per cinque anni, dal 2003 al 2008), ma quando è stato necessario alzare la voce lo ha fatto. Anche se lui non vuole vestire panni che non sono quelli del prete. «Il vescovo ha il compito di descrivere la realtà che vede e provare a scuotere le coscienze. Non ho mai gridato, ho sempre detto con forza ciò in cui credo». Negli ultimi due anni è tornato solo tre volte a Messina, visto l’impegno pressante nella comunità di Agrigento. «È vero: per i funerali delle vittime di Giampilieri, per un incontro sulla legalità a Provinciale e per portare mia madre al cimitero, morta lo scorso novembre». Ma la città non l’ha dimenticato. L’immagine del Capodanno e gli applausi strappano un sorriso. «È una cosa che mi fa piacere – commenta – già solo per essere stato inserito tra le persone che fanno parlare bene di Messina. Ma non ho fatto nulla di straordinario e lo dico con grande sincerità: ho semplicemente svolto il mio ruolo, ciò che fanno tanti altri preti e uomini al servizio del prossimo e quindi di Cristo». Agrigento e Messina: lontane territorialmente, ma con le stesse ferite sanguinanti. «Ma sono quelle di tutto il Sud e in particolare della Sicilia, che come piace dire a me è più a sud del Sud. E più giù vai, più grandi sono i problemi e difficili le soluzioni da trovare. Messina è più a sud della Calabria, Agrigento più a sud di Messina. Siamo gli ultimi della fila e gli ultimi della fila solitamente non interessano mai a nessuno. Non c’è lavoro, la criminalità spesso soffoca l’economia». Da Messina vanno via 250 persone al mese, più di otto al giorno. Un’emorragia che talvolta rallenta ma non si arresta. «E ad Agrigento è la stessa cosa. Ma se non si cambia la prospettiva sarà sempre peggio. O la politica riparte dagli ultimi o c’è poca speranza di crescita. Messina ha una serie di risorse naturali e umane che vanno sfruttate, va data la possibilità ai giovani di crescere e di costruirsi un futuro. Ma la nostra società troppe volte vive di individualismi, e l’individualismo si lega all’indifferenza nei confronti di chi ti circonda e magari è in difficoltà. Se non risolviamo i problemi di chi sta peggio presto andremo incontro a problemi molto più seri». Esattamente un anno fa Montenegro alzò la voce, contro i politici, non salendo sull’altare per celebrare i funerali di Marianna e Chiara Bellavia, le due sorelline di Favara morte nel crollo della palazzina in cui vivevano con i genitori e il fratellino. Aveva denunciato lo stato del dissesto del suo territorio già quando a Giampilieri il fango aveva spezzato la vita di 37 persone. Trentasette suoi fratelli. Un caso nazionale, che Montenegro, come suo costume, spiega con estrema semplicità. «Quando per anni denunci lo stato di degrado, l’abbandono in cui versano intere comunità, e ricevi promesse che poi non vengono mantenute, non puoi celebrare funerali che si trasformano in semplici riti di occasione. Perché un funerale non può essere questo. In quella occasione ho detto ai miei sacerdoti di salire tutti sull’altare e celebrare loro i funerali, io ho preferito restare al fianco della gente, al fianco di chi aveva perso i propri cari. Mi è sembrata la cosa più giusta da fare». Sempre lo scorso anno la provocazione del cartello posto sul presepe con la scritta: «I re magi non arriveranno perché respinti alla frontiera, insieme agli altri immigrati». Il suo modo di rivolgersi agli ultimi. Qualche mese prima a Messina era, invece, arrivata la forte presa di posizione dell’arcivescovo Calogero La Piana che aveva parlato della cappa “massonica” che soffoca la città, impedendole di crescere. Il potere nelle mani di pochi. «Ha detto ciò che sentiva di dire in quel momento. Non un attacco, ma la constatazione di una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Messina, lo ripeto, è una città dalle grandi potenzialità, ma che fa una grande difficoltà a reagire e preferisce invece rassegnarsi. È una città di mare, del suo mare deve anche vivere. Da anni Messina ha perso molte delle ricchezze che aveva, che sono state trasferite a Palermo e Catania, impoverendosi sempre di più. Messina è la porta della Sicilia, non può essere trattata come una città minore. Auguro che il 2011 sia un anno di speranza: la speranza non è illusione, deve essere provocazione, voglia di ottenere ciò che si vuole». Il 2010 è stato anche l’anno della morte della cara madre. Un dolore che non si cancella. «Il dolore per la scomparsa di una persona cara come una mamma non scompare mai. Ma bisogna continuare il percorso che si è intrapreso con quella persona. Ciò che hai condiviso devi portartelo dentro e deve aiutarti ad andare avanti. Vale per un genitore, così come per un figlio». MAURO CUCE’ – GDS

La scheda

Monsignor Francesco Montenegro è nato a Messina il 22 maggio 1946. Ha compiuto gli studi ginnasiali, liceali e quelli filosofici e teologici nel Seminario Arcivescovile “S. Pio X” di Messina. Ha ricevuto l’ordinazione presbiterale l’8 agosto 1969; dal 1969 al 1971 ha esercitato il ministero sacerdotale in una zona periferica della città; dal 1971 al 1978 è stato segretario particolare degli arcivescovi Francesco Fasola e Ignazio Cannavò. È stato negli anni 1978-1987 parroco S. Clemente in Messina, dal 1988 direttore della Caritas diocesana, delegato regionale della Caritas e rappresentante regionale alla Caritas nazionale.