L'INTERVISTA – Il giudice Di Landro: nessuno fermerà il nuovo corso. «La 'ndrangheta ha agito perché è stata messa sotto pressione. Ma è certo che non ci faremo intimidire». «La prova che a Reggio è successo un fatto storico che ha superato i confini calabrese, l'ho avuta al Teatro antico durante il concerto di Massimo Ranieri quando la gente ha applaudito in maniera spontanea»

3 gennaio 2011 Mondo News

Lo definisce “annus horribilis”. Il 2010 è alle spalle, ma il dott. Salvatore Di Landro non può dimenticare i tormentati dodici mesi appena trascorsi che, a suo giudizio, «hanno cambiato la storia di Reggio». Oggi è l’anniversario di quell’alba drammatica del 3 gennaio allorquando un ordigno rudimentale, contenuto in un bombola di gas, venne fatto esplodere davanti al portone della Procura generale in via Cimino: era il primo segnale di un attacco concentrico di una ‘ndrangheta nervosa nei confronti dello stesso dott. Di Landro e successivamente dell’intera Magistratura reggina. Adesso davanti a quel portone ci sono i militari dell’Esercito chiamati a proteggere, con discrezione, le zone sensibili, tra cui anche la casa del Procuratore generale, oggetto il 26 agosto di un altro attentato esplosivo. Di questo anno che ha cambiato la vita al dott. Di Landro, ne parliamo a mente fredda con lo stesso protagonista che ha concesso a “Gazzetta del Sud” un’intervista esclusiva a tutto campo. Senza peli sulla lingua, il dott. Di Landro risponde a tutte le domande, lanciando pure alcune significative frecciate.

Al sorgere del 2011 niente è più come prima nella Magistratura calabrese.

«Sono d’accordo. Si può parlare di autentico momento storico. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle l’azione dirompente tra Magistratura e Forze di Polizia da una parte e criminalità organizzata dall’altra. Le bombe e le minacce non ci hanno fermati. Anzi si è realizzata, come non mai nel passato, una perfetta sinergia all’interno della Magistratura tra gli uffici requirenti e quelli giudicanti. Mi riferisco in particolare ai rapporti tra le due Procure e l’ufficio del Gip-Gup. Incisiva, inoltre, e apprezzabile sotto tutti i punti di vista l’azione delle Forze dell’Ordine. L’impegno comune ci ha consentito di dare risposte alla città e alla Calabria contro la criminalià organizzata. Questo, lo ribadisco, è un dato storico».

Avete posto all’attenzione nazionale il “caso Reggio” caratterizzato soprattutto dalla carenza degli organici.

«Indubbiamente. La ‘ndrangheta non si può combattere con le parole ma con uomini e mezzi. Governo e Csm si sono messi in moto, anche se ancora bisogna avere di più. Qui si combatte una quotidiana battaglia contro l’organizzazione criminale più potente del mondo. Siamo di fronte anche ad una situazione nuova…».

Quale signor Procuratore generale?

«Mai in passato la criminalità organizzata aveva attaccato in maniera così violenta la Magistratura. Si tratta di un attacco anomalo, al di fuori delle regole della ‘ndrangheta, che di solito non superava certi limiti. A me hanno tentato di intimidirmi in tutti i modi, il 26 agosto mi hanno messo persino la bomba sotto casa, direi quasi sotto il letto».

Si è dato una spiegazione di tutto questo?

«Partiamo dai fatti: l’azione di Magistratura e Forze di Polizia ha mirato al cuore della ‘ndrangheta con la cattura dei latitanti, l’aggressione ai patrimoni, le grande inchieste che hanno sconvolto tutti i clan del Reggino. È partito, insomma, un nuovo corso della Giustizia che la mafia non può tollerare».

La risposta delle istituzioni e della società politica è stata corale?

«Distinguiamo. Lo Stato e il governo hanno fatto la loro parte. Sono stato colmato di solidarietà di colleghi, di buona parte della politica, dei rappresentanti delle istituzioni, del governatore Scopelliti che la sera della bomba sotto casa era in viaggio per Cosenza ed ha fatto subito ritorno a Reggio, di migliaia e migliaia di cittadini, soprattutto da parte dei più umili. Addirittura in seguito agli attentati alla mia persona è nato il movimento spontaneo “Reggio non tace”. Ottima la risposta della Chiesa. Il mio caso è stato talmente eclatante che ha largamente superato i confini della Calabria. A pensarci sono davvero ancora commosso dell’episodio di Taormina quando Massimo Ranieri, durante il suo concerto, ha semplicemente detto “c’è in mezzo a noi il dott. Di Landro”. Non ha aggiunto altro. E si è levato un applauso spontaneo che mi è rimasto dentro il cuore».

E perché ha voluto fare un distinguo?

«Perché sono rimasto deluso di una parte della borghesia reggina che si è limitata alla solidarietà formale, continuando a… giocare a burraco. E lo stesso discorso vale per i club service. Di fronte a eventi storici, la reazione doveva essere di altro spessore».

Parliamo un pò delle indagini. Che idee si è fatto? Il boss Nino Lo Giudice si è pentito, sostenendo di essere il mandante degli attentati ai magistrati. Dopo queste sue dichiarazioni rese durante l’interrogatorio non si sono più registrati altri attacchi. Solo un fatto casuale?

«Le indagini sono di competenza della Procura di Catanzaro che deve pervenire alle conclusioni. Io posso solo dire che nella mia vita di magistrato ho svolto inchieste nei confronti di tutti i clan più pericolosi del territorio di Reggio e provincia ma, casualmente, mai mi sono occupato dei Lo Giudice. Aspetto con curiosità, da cittadino prima e da persona offesa poi, a indagine conclusa, di conoscere quali siano le ragioni che avrebbero spinto Lo Giudice ad agire. In nome di chi? Di tutta la ‘ndrangheta? Certo che da gennaio ad ottobre la città è stata messa a ferro e fuoco».

In effetti sin dal primo momento lei ha parlato del processo-Rende quale possibile “focus” degli attentati alla sua persona.

«L’ho detto con convinzione. Io non intendo affermare che i mandanti possano essere stati i Serraino o i Lo Giudice. Allora, subito dopo la prima bomba del 3 gennaio, la situazione più delicata in Procura generale riguardava il processo Rende. Mi ero insediato da appena un mese e in quel processo “ballavano” cinque ergastoli che tra l’altro sono stati confermati. Per le ragioni note, come del resto ho riferito con una relazione al Csm, ho deciso di cambiare, magari in maniera inusuale, il rappresentante della pubblicava accusa in quel processo. Ci sono stati altri episodi strani che non mi hanno convinto. Con questa decisione ho inteso dare il primo segnale del nuovo corso in Procura generale. Non posso aggiungere altro. Per il resto vediamo cosa succede e a quali conclusioni perverrà Catanzaro».

Da magistrato deve avere più che mai fiducia nella Giustizia.

«Indubbiamente. Intanto è l’indagine che deve darmi la risposta. Credo di essere stato chiaro sin dal primo momento».

Nel 2010, la città di Reggio, come lei stesso ha osservato, è stata messa a ferro e fuoco. Ma il rovescio della medaglia è altamente positivo, visti i risultati sul fronte della indagini. In fondo la ‘ndrangheta ha fatto un autogol perché il nuovo corso non si è fermato…

«Tutt’altro. Anzi c’è stato un maggiore impulso. La Procura e la Dda guidate dal dott. Pignatone hanno svolto e stanno continuando a svolgere un lavoro eccellente che trova naturale corrispondenza nella Procura generale. Dopo questo 2010 per la criminalità organizzata niente più è come prima e nessuno potrà fermare il nuovo corso».

Non possiamo concludere questa intervista senza fare riferimento però ad una caso sconcertante di questi giorni scoperto proprio da “Gazzetta del Sud”: un ergastolano, Giuseppe Belcastro, è fuori perché una sentenza della Corte d’appello è stata depositata fuori tempo massimo.

«Osservazione giusta. Cose del genere fanno male alla Giustizia. In questi casi la carenza dell’organico, che pure esiste, non può costituire un alibi. Bisogna saper fare autocritica. Chi ha sbagliato si deve assumere le proprie responsabilità. Mi auguro che nel nuovo corso fatti del genere non debbano più a ripetersi». Tonio Licordari – GDS

Ha detto

Sugli attacchi. «Mai la ‘ndrangheta aveva aggredito la Magistratura in maniera così diretta: è il segnale del nuovo corso»

Sulla solidarietà. «Corale da parte delle istituzioni, dei colleghi, degli umili. Invece la borghesia si è limitata ad un’azione formale. L’importante è che si continui a giocare a burraco…».

Taormina. «La prova che a Reggio è successo un fatto storico che ha superato i confini calabrese, l’ho avuta al Teatro antico durante il concerto di Massimo Ranieri quando la gente ha applaudito in maniera spontanea».

Sulle indagini. «Ero convinto che il “focus” poteva essere il processo Rende. Oggi posso solo dire che non ho mai indagato i Lo Giudice. Ora aspetto la fine dell’inchiesta a Catanzaro».