CATANIA: Morto in carcere a 19 anni, la madre non si rassegna: «Non è stato suicidio». L'associazione Antigone presenta un esposto alla procura sulle troppe stranezze del caso. «Inchiesta frettolosa»

4 gennaio 2011 Mondo News

CATANIA – Per i magistrati la morte di Carmelo Castro è un caso chiuso, ma la madre non si rassegna e con lei l’associazione Antigone che ora ha ufficialmente presentato un’istanza alla Procura di Catania per chiedere di riaprire le indagini. Carmelo Castro è morto in carcere il 28 marzo del 2009, a soli 19 anni. Era stato arrestato per aver fatto il palo in una rapina. Tre giorni dopo aver varcato il portone del carcere di Piazza Lanza si è suicidato legando un lenzuolo allo spigolo della sua branda. Cosi è stato scritto nella relazione di servizio e questo ha confermato anche il gip Alfredo Gari che ha già respinto una prima richiesta di riapertura delle indagini presentata dalla famiglia del ragazzo.

LA MADRE – Ma la madre Grazia La Venia non si stanca di ripetere: «Mio figlio non può essersi suicidato, non era in grado nemmeno di allacciarsi le scarpe da solo, figuriamoci attaccare un lenzuolo alla branda e impiccarsi». Al suo fianco ora si schiera l’associazione Antigone che nell’esposto alla Procura si sofferma sulle troppe stranezze di questa vicenda e sull’inchiesta condotta in modo a dir poco frettoloso. «Nel corso delle indagini preliminari non è stato disposto il sequestro della cella, né del lenzuolo con il quale Castro si sarebbe impiccato –si legge nell’esposto- a questo, si aggiunga che non è stato sentito nessuno del personale di polizia penitenziaria intervenuto, né il detenuto che avrebbe portato il pranzo a Castro e che sarebbe l’ultima persona ad averlo visto ancora da vivo».

I DUBBI – La denuncia riprende molti dei dubbi già sollevati dal legale della famiglia Castro. «Come può una persona che muore impiccandosi presentare delle ipostasi, cioè addensamenti di sangue alla schiena, e non agli arti inferiori? –si chiede l’avvocato Vito Pirrone – e ancora come può chi sta per suicidarsi consumare un pasto abbondante come risulta dall’autopsia e tra l’altro in un contesto in cui non si capisce quando sia stato distribuito il vitto ai detenuti? Perché un detenuto suicida viene trasportato in ospedale a bordo di un’auto di servizio e non in ambulanza?». L’associazione Antigone arriva addirittura a chiedere la riesumazione del cadavere per accertare, se ancora possibile, eventuali tracce del «pestaggio a cui secondo la denuncia della famiglia sarebbe stato sottoposto nella caserma dei carabinieri e che sono visibili dalla stessa foto segnaletica».

LE FREQUENTAZIONI – Nell’esposto si ricostruisce anche il contesto delle frequentazioni del giovane. Un gruppo di pregiudicati del suo paesino, Santa Maria di Licodia, con i quali si era reso responsabile della rapina per la quale è stato arrestato. Gli stessi che pare non lo volessero assolutamente fare uscire dal giro e che per questo lo avrebbe anche minacciato e picchiato. Particolari raccontati dallo stesso Castro ai carabinieri dopo l’arresto «da tempo vivo in una condizione di assoluta paura –fece mettere a verbale quel giorno – poiché a seguito dell’arresto di Vincenzo Pellegriti, detto u chiovu, molti dei soggetti pericolosi che lo stesso serviva hanno iniziato a pensare a me come il suo naturale successore. Tale scelta da parte di questi individui forse è stata dettata dal fatto che i medesimi vedevano nel sottoscritto un ragazzo che era rientrato dalla Germania e che quindi non aveva particolari legami con alcuno e contestualmente non era particolarmente in vista alle forze dell’ordine». Sempre in quella occasione Castro precisava: «Il mio stato di soggezione ad altri soggetti del gruppo deriva dal fatto che gli stessi mi hanno spesso picchiato. Ricordo, in particolare, che meno di un mese fa gli stessi mi fratturarono il naso perché mi rifiutavo di aiutarli in alcune scorribande ed altri reati che gli stessi avevano progettato di compiere». Che questi retroscena possano avere un nesso con la misteriosa morte in carcere è tutto da verificare ma, secondo l’associazione Antigone, nuove e più approfondite indagini potrebbero servire a fugare definitivamente ogni dubbio sulla morte di un ragazzo di appena 19 anni. Alfio Sciacca – corriere.it