L'INTERVISTA AD ANTONIO DI PIETRO: «Non ho nessuna preclusione pregiudiziale nei confronti del Ponte, ma una volta realizzato a cosa servirà»?

8 gennaio 2011 Cronaca di Messina

Il governo Lombardo avrà vita breve. E in quel che rimane di questa vita, il Pd dovrà decidere in fretta da che parte stare, dando ascolto «a quello che il popolo chiede». Il leader di Italia dei Valori Antonio Di Pietro è fermamente convinto del fatto che in Sicilia presto le carte verranno rimescolate. E nel giorno in cui raccoglie l’appello fatto da Pierluigi Bersani su una coalizione riformista a livello nazionale, chiede maggiore chiarezza sulle strategie regionali. Nella sua due giorni a Messina, che culminerà oggi con la manifestazione organizzata a Barcellona Pozzo di Gotto in memoria del giornalista Beppe Alfano ucciso dalla mafia diciotto anni fa, Di Pietro fa visita alla redazione della “Gazzetta del Sud”. E non può fare a meno di parlare di Domenico Scilipoti, l’uomo che più di ogni altro ha fatto discutere di sè in chiusura di 2010 in occasione del voto di fiducia al premier Silvio Berlusconi, fino a pochi mesi fa uno dei punti di riferimento di Idv in Sicilia e nella provincia di Messina. «Non mi rimprovero nulla», dice Di Pietro, affiancato dal deputato Leoluca Orlando, dal senatore Fabio Giambrone, segretario regionale di Idv, e da Salvatore Mammola, segretario cittadino. Non si rimprovera nulla perché «nel costruire questo partito abbiamo candidato migliaia di persone e solo in una decina di casi abbiamo sbagliato scelta. Se si potesse capire prima l’animo umano, tutto sarebbe più facile. Detto questo, credo che basti dare un’occhiata alle rassegne stampa precedenti al dicembre scorso, per constatare che ciò che diceva Scilipoti era l’esatto contrario di quanto sostiene oggi. È lui ad aver tradito la sua storia politica. Ma a differenza di quanto dice il Vangelo, non gli auguro di trovare sulla sua strada un albero di ulivi come Giuda, piuttosto di ritrovare serenità e dignità per ripensare all’offesa e alla delusione che ha provocato in chi ha creduto in lui. Purtroppo verrà ricordato nella storia di questo territorio come colui che si è venduto per trenta denari. Politicamente parlando, fino a prova contraria». Scilipoti è un capitolo chiuso. Il prossimo potrebbe riguardare nuove elezioni in Sicilia, dunque diventa quasi urgente sciogliere ogni nodo sul tema delle alleanze. E se a livello nazionale Di Pietro ribadisce che «l’obiettivo è creare un’alternativa al modello piduista di Berlusconi», sulle strategie regionali cede il pallino a Orlando: «Due anni fa – ricorda – girammo nei comizi insieme al Pd sostenendo un’alternativa al sistema Lombardo, diverso da quello Cuffaro solo perché meno folkloristico. Proprio perché crediamo in un’alleanza col Pd, riteniamo sia un danno essere entrati a far parte di questo sistema. Finché il Pd rimarrà nel governo Lombardo, qualsiasi alleanza sarà impossibile. È una situazione inaccettabile, come la si può spiegare agli elettori? È lo stesso popolo del Pd ad essere contrario, la nostra proposta è: organizziamo un referendum regionale, come coalizione, sull’uscita del Pd dal governo. Va fatta una scelta di coerenza, ma va fatta presto. Prima che sia Lombardo a “licenziare” il Pd per tornare ad allearsi con il Pdl». Idv, in questo senso, si sta organizzando: «Continuiamo a sottoporci ad esami – dice metaforicamente Di Pietro – e a fare “ginnastica” ogni giorno per essere pronti. E salassi alla Scilipoti ci danno una mano per crescere». Di Pietro oggi sarà a Barcellona per ricordare Beppe Alfano, modello di antimafia come Pippo Fava, per rimanere nel mondo del giornalismo, o Piersanti Mattarella, presidente della Regione ucciso da Cosa Nostra. Intanto a Messina, nei giorni scorsi, due molotov sono state lanciate contro una parete del palazzo di Giustizia. Passano gli anni, ma secondo Di Pietro «oggi come allora il metodo della mafia è sempre lo stesso: comprare e intimidire. In passato fulgidi esempi di coraggio e senso del dovere come Alfano, Fava, Mattarella e altri hanno indicato cosa e come fare per combattere la mafia. Mi auguro che non ci sia bisogno di altri eroi, perché soprattutto oggi non può essere il singolo atto di eroismo a contrastare la malavita organizzata. Oggi la mafia è ancor più presente, non solo in Sicilia ma anche a Piazza Affari, nel mondo globale. I colpi di fucile diventano compravendita, delegittimazione, lobby massonica deviata. Mi fa piacere, per questo, ricordare una persona che ha anteposto a tutto le proprie idee e la libertà di pensiero». Di fronte a tutto questo fa male pensare all’esistenza di una trattativa tra mafia e Stato. «Una cosa è certa – sostiene Di Pietro – al di là delle risultanze e delle definizioni processuali: c’è stata una compartecipazione di esponenti delle istituzioni che non hanno reso possibile capire come sono andate certe cose. Alcune sentenze parlano già chiaro, proprio in questi giorni ce ne stiamo occupando come commissione antimafia. Il punto è: fino a che punto è avvenuta questa penetrazione? Perché mafia e Stato si parlavano?». Orlando è ancora più duro: «Alla fine degli anni ’80 non si parlava di accordi: la mafia era il volto dello Stato e viceversa. Pensiamo a Ciancimino: lì non c’era accordo, c’era un’identificazione personale. Si è iniziato a parlare di accordo quando nei palazzi sono arrivate le prime resistenze al sistema. Vogliamo ancora credere che fosse possibile uccidere Mattarella senza una copertura politica? Sono convinto di no, anche se non ne ho le prove. Nel mio ultimo colloquio con Rocco Chinnici lui mi disse: pensiamo le stesse cose, lei le può dire, io no, perché ho bisogno delle prove. Lei, però, continui a dirle. Pochi giorni dopo lo uccisero con una bomba». Di Pietro da Messina era passato pochi mesi fa, in occasione del primo anniversario dell’alluvione del 1. ottobre, quando preannunciò un’interrogazione di fuoco: «Ufficialmente non rispondono – spiega oggi – ufficiosamente dicono che non ci sono fondi, smentendo le vendite di fumo del Governo e l’informazione di regime. Il problema è semplice: c’è un salvadanaio, rispetto al quale ci sono delle priorità. Evidentemente per il Governo è più importante acquistare 9 miliardi di aerei per fare la guerra o appoggiare la Fiat nel realizzare stabilimenti all’estero piuttosto che difendere i nostri». Priorità. Un discorso che sfocia nell’argomento Ponte sullo Stretto. «Ribadisco: non ho nessuna preclusione pregiudiziale nei confronti del Ponte. Mi chiedo, però: una volta realizzato, a cosa servirà se circondato dal nulla? In una realtà come la Sicilia in cui non ci sono fondi, bisognerebbe prima pensare a rimettere a posto le mille Giampilieri che stanno crollando o a rivedere il sistema idrico che lascia ancora a secco intere zone». La chiacchierata con Di Pietro la chiudiamo rinvangando quello che oggi appare quasi come un paradosso: fu Berlusconi, nel ’94, il primo a proporre all’allora pm di entrare in politica. Di Pietro ci pensa ogni tanto? «No, assolutamente. Berlusconi compra o ricatta. Con me non è riuscito a fare né l’una né l’altra cosa».