IL PROCESSO: Venerdì prossimo 21 gennaio, i supremi giudici della Cassazione della Seconda sezione penale dovranno decidere se confermare o meno, nei confronti di Cuffaro, e di altri 10 imputati, la condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio

19 gennaio 2011 Mondo News

Mentre deputati e senatori sono impegnati a parlare di Ruby, di bunga bunga, di telefonate hard e festini a base di sesso, c’è un senatore che sta in disparte e che prega. È l’ex Governatore siciliano Salvatore Cuffaro, oggi senatore del Pid, dopo avere lasciato l’Udc di Casini, che attende, tra poco più di quarantotto ore, la sentenza dei giudici della Corte di Cassazione. Un verdetto atteso che potrebbe cambiare la sua vita. Il processo è quello delle cosiddette ‘talpè della Dda di Palermo, finito in primo grado con la condanna a cinque anni per favoreggiamento. I giudici d’appello, il 23 gennaio di appena un anno fa, aumentarono invece la pena a sette anni con l’aggravante di Cosa nostra. Una tegola per Cuffaro che si è sempre dichiarato innocente. Da allora, fatta eccezione per il seggio a Palazzo Madama, Cuffaro si è sempre tenuto in disparte e non ha più partecipato a nessun incontro politico. Venerdì prossimo, 21 gennaio, i supremi giudici della Cassazione della Seconda sezione penale dovranno decidere se confermare o meno, nei confronti di Cuffaro, e di altri 10 imputati, la condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio. Insieme a Cuffaro hanno presentato ricorso, contro la sentenza di primo grado emessa un anno fa dalla Corte di Appello di Palermo, anche gli altri dieci coimputati tra i quali l’ex manager della sanità privata Michele Aiello, ritenuto prestanome del capomafia di Corleone, il boss Bernardo Provenzano e condannato in secondo grado a 15 anni e mezzo di carcere. Dopo la condanna venne subito arrestato. Otto anni furono inflitti, invece, al maresciallo del Ros dei Carabinieri, Giorgio Riolo, condannato in primo grado a sette anni di reclusione. Per lui i giudici d’appello hanno riconosciuto il reato di concorso esterno in associaizone mafiosa. Per gli altri otto imputati, sono rimaste invariate le condanne inflitte in primo grado, il 18 gennaio 2008 dal Tribunale di Palermo: 6 mesi ad Antonella Buttitta, ex collaboratrice del pm antimafia Nico Gozzo oggi Procuratore aggiunto di Caltanissetta; 4 anni e mezzo al radiologo Aldo Carcione, un anno all’ex Presidente del Consiglio comunale di Bagheria (Palermo) Roberto Rotondo, 3 anni a Giacomo Venezia, funzionario di Polizia, nove mesi a Michele Giambruno, 4 anni e 6 mesi a Lorenzo Iannì, nove mesi a Salvatore Prestigiacomo, due anni ad Angelo Calaciura. In appello fu dichiarata la prescrizione della condanna a due anni per corruzione, per morte dell’imputata, nei confronti di Adriana La Barbera. Salvatore Cuffaro è imputato, nel frattempo, in un altro processo che si celebra sempre a Palermo con il rito abbreviato, per concorso esterno in associazione mafiosa. Al termine della requisitoria, i pm Antonino Di Matteo e Francesco del Bene, hanno chiesto al gup Vittorio Anania, la condnana a dieci anni di carcere. Ma proprio nell’ultima udienza dle processo, che si è celebrata appena due giorni fa, i suoi legali, Antonino Mormino, Oreste Dominioni, Marcello Montalbano e Nino Caleca, hanno cgiesto il non luogo a procedersi per il ‘ne bis in idem, o i subordine, l’assoluzione del politico. Secondo i legali, Cuffaro sarebbe già stato rprocessato per gli stessi capi dimputazione nel processo per le cosiddette ‘talpè della Procura di Palermo. Il gup del tribunale di Palermo, Vittorio Anania, ha deciso di recente di acquisire agli atti del processo contro l’ex governatore Cuffaro la sentenza di secondo grado contro il senatore. La richiesta, avanzata dai pm Di Matteo e Del Bene, non contrastata dalla difesa, riguardava anche 27 faldoni di tutte le intercettazioni che hanno riguardato le indagini su Cuffaro e le sentenza contro Mimmo Miceli e Antonio Borzacchelli. Tutti documenti che ora fanno parte del processo perchè «vista la condanna con l’aggravante dell’articolo 7″, cioè l’aver favorito l’organizzazione Cosa nostra, la documentazione »può assumere rilevanza«. Così il gup ha spiegato la decisione di accolgiere la richiesta dell’accusa. Nelle oltre seicento pagine delle motivazioni della sentenza di condanna sette anni per Cuffaro, depositata nello scorso maggio, si legge, tra l’altro, che il boss mafioso di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, «aveva fatto forti pressioni per convincere il Cuffaro, candidato alla Presidenza della Regione, ad inserire nelle liste del suo partito una persona di fiducia dell’associato mafioso e cioè l’avvocato dello stesso Salvatore Priola». Un nome su cui non si sarebbe trovato l’accordo virando poi su Domenico Miceli, «soggetto che assumeva un ruolo chiave e cioè quello di candidato politico espressione dell’associazione mafiosa chiamato a rappresentarne gli interessi». Perchè nel salotto del capomafia «Guttadauro dinanzi allo stesso futuro candidato rappresenta la linea politica da seguire e reclama per lo stesso e per l’organizzazione l’acquisizione di incarichi di sottogoverno nell’ipotesi di una mancata elezione poi puntualmente assegnati al Miceli». Salotto, in un lussuoso appartamento in via De Cosmi, in cui Miceli e Guttadauro, sa un certo punto smisero di parlare perchè vennero a sapere di essere intercettati. Per i magistrati da Cuffaro. Secondo i giudici di appello, che hanno aggravato la pena da cinque a sette anni di reclusione, «con la trasmissione della notizia riguardante la sottoposizione ad intercettazione di entrambi (sia Miceli che Guttadauro) Cuffaro divulgava un fatto assolutamente dirompente non soltanto per il Guttadauro ma per l’organizzazione stessa e riguardante il rapporto fiduciario venutosi a creare tra il candidato politico alle elezioni regionali e il rappresentante mafioso deputato dall’associazione ad intrattenere detti particolarissimi rapporti». Per i giudici della terza sezione della Corte d’Appello Cuffaro ha agito «con dolo diretto». In primo luogo per la qualifica della persona agevolata, Guttadauro, ma anche per «l’oggettiva funzionalità» delle notizie passate da Cuffaro. Per cui i giudici di Palermo hanno ritenuto che il senatore del Pid ha «consapevolmente prestato aiuto all’organizzazione mafiosa poichè la condotta veniva posta in essere a vantaggio di un membro dell’organizzazione che in quel preciso momento storico era colui che aveva instaurato un rapporto con esponenti politici di livello regionale e quindi aveva assunto un ruolo particolarissimo e decisivo all’interno dell’associazione conosciuto anche all’imputato, sostanzialmente del tutto paragonabile a quello di un rappresentante di vertice se non addirittura superiore quanto a rappresentatività criminale». Lo scorso 23 gennaio, lasciando subito dopo la lettura della sentenza d’appello l’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, disse ai cronisti: «So di non essere mafioso, so di non avere mai favorito la mafia. Ma questo non vuol dire che non si debbano rispettare le sentenze. Le sentenze sono espresse dalle istituzioni e vanno comunque accettate. Ne sento la pesantezza come cittadino e questo non modifica il mio percorso politico». Fino a pochi giorni fa, Cuffaro, parlando con i giornalisti aveva detto di aspettare «con rispetto qualunque decisione dei giudici della cassazione» perchè «ho sempre avuto rispetto per le istituzioni».