MESSINA – LA SENTENZA PER LA MORTE DI ALESSANDRO RICCINA: Dalla tragedia di Villa Dante emergono le colpe della burocrazia comunale. 'La condotta colposa attribuita agli imputati, peraltro, è figlia di una organizzazione intrinsecamente inefficiente perché strutturata secondo competenze tanto parcellizzate e diffuse quanto incerte'

25 gennaio 2011 Cronaca di Messina

Gli ultimi sette quadrati di ferro della ringhiera erano desolamente vuoti. Mancava il vetro. Faceva caldo quel pomeriggio a villa Dante. Alessandro dopo aver giocato con tre compagnetti a nascondersi e rincorrersi s’era stancato un po’. Appoggiato su quel pericoloso limitare voleva riprender fiato per continuare a correre e volare, la scuola era appena iniziata e di compiti non se parlava ancora. E così stava seduto su uno di quei quadrati di ferro senza vetro. Poi «improvvisamente aveva perso l’equilibrio, cadendo nell’intercapedine». Il pomeriggio era finito con quel volo di un angelo che giocava ma non aveva ancora le ali, quattro metri più giù in un buio sottoscala vicino alla piscina mai riempita di villa Dante, i compagnetti vicini e disperati che gridavano il suo nome e lui non rispondeva. Non rispondeva perché mancava un banale pezzo di vetro in uno di quei quadrati di ferro della ringhiera. Alessandro Riccina il 30 settembre del 2005, quattro giorni dopo quella caduta, morì a 12 anni per quel volo nel corridoio d’accesso ai locali tecnici delle piscina e delle palestra, un cunicolo stretto e mal protetto. Battè con violenza il capo, un impatto che si rivelò fatale. Per quella tragedia sono stati condannati in primo grado dal giudice monocratico Alfredo Sicuro per omicidio colposo a un anno di reclusione e con pena sospesa il dirigente del Dipartimento sport del Comune dell’epoca, Giacomo Leotta, e il funzionario dello stesso settore Francesco Fagioli. Secondo l’accusa nelle rispettive qualifiche – profilo omissivo e mancato controllo –, causarono la morte del ragazzino perché mancava la «lastra posta sulla ringhiera delimitativa del corridoio». In particolare il dirigente Leotta non provvide a controllare l’operato dei suoi dipendenti, e Fagioli non programmò un intervento di riparazione o manutenzione anche a fronte di una nota scritta dell’allora questore Santi Giuffré, che segnalava «la rottura dei pannelli e la situazione di pericolo che ne derivava». Adesso su questa sentenza, decisa nel gennaio dello scorso anno, ci sono nero su bianco le motivazioni del giudice, depositate appena un paio di giorni fa. E vale la pena di darci un’occhiata soprattutto perché il pressappochismo di quella tragedia non venga più ripetuto. Ecco il passaggio emblematico scritto dal giudice Sicuro: «La condotta colposa attribuita agli imputati, peraltro, è figlia di una organizzazione intrinsecamente inefficiente perché strutturata secondo competenze tanto parcellizzate e diffuse quanto incerte. Da qui la permanente deresponsabilizzazione di funzionari e dirigenti i quali, muovendosi tra le maglie di una normativa secondaria astrusa e farraginosa, riescono agevolmente a palleggiarsi vicendevolmente attribuzioni e, se del caso, colpe. In questo contesto, come avvenuto nel caso in esame, invece di occuparsi dei problemi, la burocrazia comunale non trova di meglio che destreggiarsi nell’analisi delle competenze all’unico scopo di evitare di affrontare realmente le questioni che, nell’interesse e a tutela dei cittadini, sarebbe teoricamente chiamata a risolvere. È questa la chiave di lettura di una vicenda nella quale una nota quasi profetica che segnala un pericolo per l’incolumità pubblica circola per mesi negli uffici comunali e viene presa in considerazione fugacemente solo per ritenere che sono altri a doversi occupare di rimuovere il pericolo. Gli imputati Leotta e Fagioli – scrive il giudice Sicuro –, con il comportamento accertato nel presente procedimento, non hanno fatto altro che adeguarsi a tale metodo di lavoro, del tutto coerente con l’apparato burocratico del comune di Messina quale emerso dal presente giudizio». La cosa assurda di questa storia è infatti una: molto tempo prima che Alessandro cadesse, e cioé nell’agosto del 2005, un poliziotto di quartiere aveva segnalato la mancanza dei vetri e la successiva nota inviata dall’allora questore Santi Giuffrè era stata oggetto di un classico rimpallo di responsabilità e competenze tra il dipartimento Viabilità e arredo urbano e il dipartimento Sport e tempo libero, facendo sì che «una nota in cui si segnala un pericolo per la pubblica incolumità circoli tra l’ufficio protocollo e i vari dipartimenti per quasi due mesi senza che venga assunta alcuna iniziativa». E chissà se oggi, nel gennaio del 2011, gli ultimi sette quadrati di ferro della ringhiera ci sono ancora e hanno il vetro. (n.a.)