MESSINA – MAFIA, RINNOVATO IL 41 BIS AL BOSS TINDARO CALABRESE. RESTITUITI I BENI SEQUESTRATI NEL 2009

25 gennaio 2011 Cronaca di Messina

Rimane in regime di “41 bis”, il provvedimento gli è stato notificato in carcere a L’Aquila il 18 gennaio scorso. È stata poi decisa a suo carico, a dicembre, la misura della Sorveglianza speciale di Ps per quattro anni. Ma i beni gli sono stati tutti restituiti, perché sostanzialmente il volume di reddito c’era. Erano contributi anche rilevanti dell’Unione Europea, redditi non tassabili. Ecco le novità sul boss dei “Mazzarroti” Tindaro Calabrese, il 37enne originario di Novara di Sicilia che tra la fine del 2003 e il gennaio del 2004 cominciò la sua ascesa al vertice del clan mafioso un tempo diretto e organizzato dal boss di Mazzarrà Sant’Andrea Carmelo Bisognano, e per farlo tolse di mezzo secondo gli atti del processo “Vivaio” nell’agosto del 2006 il suo socio Antonino “Ninì” Rottino, che però era particolarmente vicino a Bisognano. Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha disposto infatti, su richiesta della Distrettuale, il rinnovo del regime carcerario speciale, il cosiddetto carcere “duro”, provvedimento che gli è stato notificato nella casa circondariale de L’Aquila. Sul piano patrimoniale invece c’è da registrare per Calabrese un articolato provvedimento emesso dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Messina, presieduta dal giudice Katia Mangano, che ha deciso per quattro anni sorveglianza speciale di Ps a suo carico ed ha rigettato la richiesta di confisca dei suoi beni, disponendo la revoca del decreto di sequestro preventivo che era stato emesso il 10 novembre del 2009. Tornano quindi nella disponibilità economica di Calabrese e dei suoi familiari tutti i beni su cui nel novembre del 2009 erano stati apposti i sigilli. E si tratta di aziende agricole e di produzione casearia, appartamenti a Mazzarrà Sant’Andrea, autovetture, conti correnti bancari, e anche delle mandrie di bovini, ovini e caprini, circa 1.500 capi di bestiame. Valore complessivo di tutto circa un milione di euro.

In questo caso un ruolo centrale hanno giocato le documentazioni depositate nel corso del contraddittorio accusa-difesa dai legali di Calabrese, gli avvocati Tino Celi e Carmelo Occhiuto, che da sempre avevano sostenuto la liceità delle percezioni di reddito e dei lasciti ereditari registrate nel corso degli anni dal boss dei “Mazzarroti”. Proprio nel provvedimento dei giudici è ben sintetizzato il tutto: «… dalla relazione del perito dott. Corrado Taormina nominato dal Tribunale al fine di verificare quanto prospettato nella consulenza tecnica depositata dalla difesa del proposto, emerge che contrariamente a quanto ritenuto nel provvedimento di sequestro sussiste proporzione tra il valore dei redditi dichiarati da Calabrese Tindaro e dalla moglie Cammisa Viviana e l’entità del patrimonio oggetto di sequestro atteso che il Calabrese è stato beneficiario di contributi erogati a vario titolo dalla Agea (Agenzia per le erogazioni in Agricoltura) non indicati in dichiarazione in quanto non tassabili. La documentazione prodotta ha infatti confermato – scrivono i giudici –, l’erogazione di tali contributi in favore del Calabrese tramite bonifici e assegni circolari versati sul conto corrente intestato al proposto e al fratello Leonardo nell’anno 2004 per euro 14.256,20, nell’anno 2005 per euro 62.317,84, nell’anno 2006 per euro 12.331,67 ed infine nell’anno 2007 per euro 43.005,25. Tali aiuti, concessi in favore dell’azienda agricola, sono stati determinanti nel creare la liquidità che può avere consentito l’acquisto sia dell’immobile sito in Mazzarrà Sant’Andrea che delle due autovetture Fiat Punto e Smart in sequestro». NUCCIO ANSELMO – GDS