MESSINA: Avvelenati i gatti al Centro fauna selvatica. Da un lato le intimidazioni, dall'altro gli atti extragiudiziali e il braccio di ferro politico in corso a Palermo

26 gennaio 2011 Cronaca di Messina

Sei gatti morti. Avvelenati. L’ennesimo inquietante “messaggio” lanciato a chi ha solo il torto di dedicare il proprio tempo a una causa nobile: il recupero della fauna selvatica. Proseguono le “manovre di accerchiamento” nei confronti di una struttura, e dell’associazione che l’ha avuta in gestione dall’Azienda Foreste, che rappresenta un piccolo “fiore all’occhiello” per la nostra città. E come tale, evidentemente a qualcuno dà fastidio. Quando nell’ottobre 2007, con decreto dell’assessorato regionale dell’Agricoltura, venne istituito il Centro provinciale di recupero la fauna selvatica di Messina, sembrava si fosse tagliato un traguardo atteso da decenni. Nel 2008 l’Azienda Foreste ha deciso di affidare il Centro all’Associazione Mediterranea per la Natura, presieduta da Anna Giordano, con direttore Deborah Ricciardi e responsabile sanitario Fabio Grosso. Un’associazione nata come unione di esperienze di volontari che per decenni hanno trascorso gran parte della loro esistenza impegnandosi nella lotta contro il bracconaggio e nella cura degli animali selvatici feriti gravemente, in particolare le specie protette di migratori in volo durante l’attraversamento dello Stretto. Il Centro, ricavato nelle aree demaniali del forte Puntal Ferraro, è stato un toccasana per migliaia di falchi, poiane, cicogne, civette, gheppi, allocchi, sparvieri, grillai, gabbiani reali e perfino aquile imperiali. Nulla di eccezionale, una struttura con una sala chirurgica, una nursery, un salone adibito a didattica ambientale e ricerca scientifica, voliere per la riabilitazione, ma soprattutto lo straordinario impegno di gente che si dedica a questo lavoro solo per passione. Episodi poco chiari, “avvertimenti”, minacce più o meno velate e, di conseguenza, esposti e denunce alle autorità competenti. Due anni difficili, vissuti in trincea in quell’avamposto nel cuore dei Peloritani. Poi, è arrivato (maggio 2010) l’atto extragiudiziale presentato dall’associazione venatoria “Consiglio siciliano della Caccia” che ha chiesto la revoca dell’affidamento in gestione all’associazione “Man” per presunta mancanza di requisiti. Il documento è finito sul tavolo dell’assessore regionale delle Risorse agricole del governo Lombardo, che ha accolto la richiesta. Solo l’intervento del deputato regionale messinese dell’Udc Giovanni Ardizzone è servito a riaprire la questione e a evitare l’interruzione del servizio e la conseguente chiusura del Centro. L’associazione venatoria ha rivendicato, tra l’altro, il diritto di essere considerata allo stesso livello delle associazioni ambientaliste, concorrendo dunque anche alla gestione di Centri come quello ubicato sui Colli. Senza discutere la legittimità o meno dell’atto extragiudiziale e senza mettere in dubbio l’amore per la natura, l’ambiente e il paesaggio di chi aderisce a quell’associazione, suona certamente strano il fatto che un Centro di recupero degli animali abbattuti dai fucili dei cacciatori possa essere assegnato in gestione agli stessi cacciatori. Scusate il paragone forte, ma è come se le iniziative in memoria della Shoah fossero affidate a un gruppo di adoratori del “Mein Kampf”. Per far strage della colonia di gatti che gravita attorno alla struttura di Forte Ferro, è stato impiegato un cocktail dei più micidiali veleni e topicidi. Non è stato, dunque, un episodio causale ma, come detto, l’ulteriore segnale da parte di chi probabilmente vorrebbe metter le mani sul Centro o vorrebbe vederlo chiuso. Occorre evidenziare che l’articolo 2 del decreto assessoriale dell’ottobre 2007 ha nominato come responsabile della gestione del Centro l’Azienda Foreste che, a sua volta, può affidarsi a persone di fiducia, in grado di garantire la qualità del servizio. L’Azienda Foreste finora non ha avuto nulla da ridire sull’operato della struttura diretta dalla dottoressa Ricciardi. E in questi due anni, mentre c’è chi si appostava dietro i cespugli per sparare ai rapaci, c’è chi ha passato giorni e notti per riportare alla vita la poiana tramortita, la maestosa aquila ridotta a brandelli, il falco dalle ali spezzate, la cicogna nera rossa di sangue, il piccolo assiolo finito contro un muro e centinaia di altri esemplari di specie protette e a rischio d’estinzione. LUCIO D’AMICO – GDS