E' MORTO IL CRITICO D'ARTE LUCIO BARBERA: Spontaneo appassionato dell'arte. 'Nei suoi innumerevoli saggi critici emergeva la lucida sapienza dell'autentico esperto'

30 gennaio 2011 Cronaca di Messina

Appena due giorni fa mi parlavano della mostra a Messina di un pittore che per me è uno sconosciuto. Alla mia espressione perplessa l’interlocutore tagliò ogni possibilità di discussione: «Il suo nome lo ha suggerito Lucio Barbera!». Un modo – visto che di mostra d’arte si parlava – di aprire e chiudere il discorso nello stesso tempo. Sì, perché l’autorevolezza di Lucio Barbera, conquistata in decenni di attività sul campo, da “critico militante” come si dice, è tale da non ammettere discussioni. Se un artista era ritenuto interessante dal “professore” era certamente degno di attenzione. Adesso che Barbera ci ha lasciato, a 69 anni appena compiuti (era nato il 19 gennaio 1942), si può dire che basta questo banale episodio per capire come Lucio, fra i miei più vicini “compagni di banco” (come dicevamo scherzando) in decenni trascorsi insieme nella redazione di “Gazzetta del Sud”, non aveva trasformato la sua passione per l’arte in una professione routinaria, ma l’aveva coltivata e mantenuta come gioia di conoscere e riconoscere, di scoprire e di confermare. «Mi diverto tantissimo a fare il critico», mi aveva detto, da allegro pensionato del giornale, l’ultima volta che l’ho visto in un’occasione ufficiale, all’inaugurazione della mostra che la Fondazione Mazzullo di Taormina ha dedicato al Gruppo di Scicli. Ed era vero, soprattutto perché per lui non aveva importanza che il pittore che incrociava fosse celebre e affermato o assolutamente sconosciuto. Se riconosceva l’arte, se vedeva la qualità, la sua adesione era completa e disinteressata (qualità questa rarissima in quello strano mondo che è l’arte contemporanea), partecipava e appoggiava una carriera, l’accompagnava con la sua rara capacità di abbinare una conoscenza tecnica di prim’ordine all’intuizione del mondo interiore, della interazione tra artista e “pubblico”. E allora, nelle sue presentazioni in catalogo, nelle sue recensioni, nei suoi interventi quasi “nascondeva” la lucida sapienza dell’autentico esperto dietro una rara e accattivante visionarietà, che gli consentiva, attraverso un linguaggio spesso immaginifico, di andare oltre quello che vedevano tutti e di farlo poi vedere a tutti.In questo – e non solo in questo, per la verità – era degno allievo di Salvatore Pugliatti, giurista e umanista, la cui strada aveva seguito non solo all’Università negli studi di Diritto civile, ma proprio nella capacità di guardare all’arte figurativa e alla letteratura come l’inizio vero di ogni attività dell’uomo, qualcosa che, venendo prima della legge, poteva determinarla in meglio. In questo si innestava la passione per il giornalismo in se stesso, anche quello difficile e meno noto che si vive in redazione. Il lavoro silenzioso e necessario che ogni giorno fa nascere il giornale assemblando le notizie che arrivano da tutto il mondo. Diventato giornalista professionista nel gennaio 1969, Barbera aveva cominciato alla “Tribuna del Mezzogiorno”, lavorando allo sport; poi, finita quell’esperienza, era approdato alla “Gazzetta”, per anni impegnato nella redazione “Calabria”, poi nella redazione Interni ed esteri, dove è rimasto fino al momento di andare in pensione. Qui, nel terreno fertile di un editore, un giornale e di colleghi che apprezzavano le sue qualità, aveva cominciato la sua attività di critico, sia letterario sia d’arte, anche se quest’ultima era poi divenuta la sua attività preponderante. E non si possono dimenticare i tanti anni in cui ha curato la settimanale pagina “letteraria”, diventata poi “dei libri”, luogo privilegiato di vedetta e di segnalazione di ciò che accadeva di nuovo in campo editoriale. Tra l’altro, curò anche con dedizione e intelligenza il volume su Uberto Bonino “Politico anomalo”, che raccoglieva gli atti dell’attività parlamentare del fondatore della “Gazzetta”. Ma la sua attività andava oltre i confini, angusti e infiniti nello stesso tempo, di un giornale quotidiano. Era stato infaticabile anche come organizzatore, specie al tempo delle grandi mostre organizzate dall’allora assessore regionale ai Beni Culturali, Luciano Ordile. Basti pensare a quella su Antonello del 1981, ma anche all’altra sul “Quattrocento in Sicilia” e così via. E scriveva presentazioni che sono veri e propri saggi di qualità letteraria (una curiosità: è stato il primo in assoluto a scrivere un libro sui Bronzi di Riace). E lo ha fatto sino all’ultimo, triste sorridente e determinato nel resistere al male che l’aveva colpito. In nome di una Cultura, quella con la C maiuscola, in cui credeva e per la quale aveva sempre lavorato e combattuto, anche in aspre polemiche. «Un articolo, un saggio non si pesano», diceva sempre quando lo spazio che una pubblicazione gli concedeva diventava tiranno. E anche se nella pratica le misure prevalgono, lui era rimasto un idealista del messaggio culturale. E anche questo è un insegnamento che ci lascia al termine – prematuro – di una vita che meritava di essere vissuta. Vincenzo Bonaventura