MESSINA, CULTURE: Giacomo Scibona, un archeologo e la sua città. È necessario pubblicare il grande patrimonio di studi che ci ha lasciato nel corso della sua attività

Ha scavato per anni tra le macerie della città senza memoria. Poi è andato via in silenzio. Il suo silenzio di sempre. Il 16 gennaio di due anni fa l’archeologo messinese Giacomo Scibona è scomparso nel pieno della sua continua e frenetica attività per ridare una storia alla sua terra. Ed oggi, solo a poco tempo dalla sua morte, scopriamo il grande valore della sua opera cinquantennale, tenuta quasi per intero nascosta per la sua indole, troppo schiva e troppo modesta. Per capire la dimensione culturale di un uomo dall’ingegno multiforme basti pensare che sapeva leggere e interpretare il sumerico o il copto, suonava benissimo il pianoforte, s’occupava di letteratura persiana, filosofia, di musica classica e operistica. Oggi, guardando tra le sue carte, che custodisce gelosamente la moglie Cettina Giuffrè, è veramente impressionante scoprire la quantità di ricerche, ricognizioni e studi effettuati da Scibona che non è mai stata pubblicata, per il troppo rigore e l’estremo perfezionismo che guidavano ogni suo lavoro. Un tesoro che non dev’essere assolutamente dimenticato ma reso fruibile a tutto il mondo scientifico. Giacomo Scibona dagli anni ’60 in poi ha tutelato la storia di questa città, vigilando in maniera costante e appassionata sui lavori edili del centro urbano e della periferia e recuperando tutte le testimonianze relative all’archeologia di Messina nei documenti scritti, dal ‘500 in poi. In questo modo ha consentito la redazione della carta archeologica che la collega Giovanna Maria Bacci ha curato con grande passione nel 2003, un documento fondamentale che ha indicato insieme ai lavori condotti dal Servizio archeologico della Soprintendenza, tutte le segnalazioni e gli scavi intestati al lavoro pluridecennale di Scibona. Proprio dalla carta archeologica si può capire l’importanza della sua opera di tutela e il contributo fondamentale delle sue ricerche per la ricostruzione della topografia della città antica, medievale e moderna. Scibona fu il primo ad individuare l’esistenza di frequentazioni di età preistorica della città. Nell’ambito della problematica ancora aperta che riguarda la definizione dell’estensione della città classica, i suoi interventi più importanti riguardano molte aree. Per esempio l’abitato, con indagini condotte nella zona falcata (la banchina Egeo e la stazione di degassifica) e nell’attuale centro urbano dove, oltre a numerosissimi recuperi e segnalazioni, gli dobbiamo l’esecuzione degli importantissimi scavi stratigrafici dell’isolato 224 e dell’isolato T, e i saggi nell’area della stazione ferroviaria, ai binari 8 e 9. Oppure la necropoli greco-romana ad ovest, quella degli Orti della Maddalena, oppure lo scavo dell’isolato 73 di via Battisti, o la necropoli di viale Boccetta. Ma il contributo eccezionale per la ricostruzione dell’intera storia della città é stato lo scavo nel cortile di Palazzo Zanca, iniziato a partire dagli anni 70: qui Scibona ha portato alla luce uno spaccato della città dall’età romana agli anni anteriori al terremoto del 1908, restituendo dati importantissimi per la definizione dell’impianto urbano dall’età medievale in poi e individuando resti di edifici monumentali di età romana. Per la comprensione delle fasi medievali e post-medievali, notevole è anche lo scavo stratigrafico della chiesa di San Tommaso in via Romagnosi. La sua azione di tutela e di salvaguardia ha riguardato anche la non semplice attività di denuncia della distruzione avvenuta per esempio nel cantiere di Pistunina dove trovò le “tracce” della meravigliosa villa di Santa Melania Iuniore, negli anni ’90. Il suo lavoro ha posto le basi dell’identità della città antica dall’età arcaica a quella romana e fino all’epoca bizantino-medievale e post-medievale, disegnando idealmente i vari comparti della topografia urbana, l’abitato arcaico, la necropoli, tratti della cinta muraria, l’area monumentale romana, l’abitato medievale. Tutta una serie di tasselli fondamentali che la sua eredità scientifica, costituita alla Soprintendenza dall’archeologa Gabirella Tigano, ha continuato ad approfondire, con nuovi scavi e scoperte. Per valorizzare un patrimonio che oggi dev’essere conosciuto dalla città. L’attività di Scibona fu grande anche nella didattica, nella nostra Università, dove formò nel corso di decenni più di due generazioni di archeologi, trasmettendo oltre che contenuti e tecniche della disciplina archeologica anche i valori etici di quella che definiva una vera e propria “missione”. La moglie Cettina Giuffrè, che gli è stata accanto durante le «immani imprese degli scavi urbani» o durante la «drammatica difesa di monumenti» per i quali «bisognava scontrarsi con etiche opposte e poteri autorevoli», ci racconta «che non esiste alcuna opera scientifica, libro o saggio che attesti meglio il valore dell’opera di quest’uomo, della sofferente coerenza ed onestà culturale con cui egli ha preservato i monumenti di questa città martoriata dalle forze immani della natura e da quelle ancor più dissennate della speculazione degli uomini». All’indomani della sua morte, proprio per la salvaguardia dei dati più preziosi delle radici di Messina e dei vari centri della provincia che furono oggetto di ricerche e amorevoli studi da parte di Scibona, è necessario curare una pubblicazione sistematica e coordinata dei suoi lavori. Cominciando da Alesa, dove c’è un Antiquarium che gli è stato intitolato e del quale si aspetta, si spera in tempi brevi, la cerimonia inaugurale. Nuccio Anselmo – GDS