MESSINA – TRA RICORDI, LACRIME, EMOZIONI E TENSIONI E' STATO SGOMBERATO IL CAMPO ROM DI SAN RAINERI: Dopo vent'anni cancellata la vergogna di una politica latitante. Le famiglie accompagnate a Matteotti e Bordonaro. La rivolta delle "Case Gialle". E la scuola Traina è un disastro

2 aprile 2011 Cronaca di Messina

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FOTO: ENRICO DI GIACOMO

Il bianco quasi accecante delle luci dei fari. Il blu intenso del cielo notturno. Il giallo incandescente della fiamma ossidrica che divelte il grande cancello di ferro. Questi sono alcuni dei colori di una notte che non sarà dimenticata facilmente. Non la dimenticheranno di sicuro le famiglie rom che hanno detto addio, dopo vent’anni, al villaggio “Fatima” di San Raineri. Né la dimenticherà chi, direttamente o indirettamente, ha partecipato a questa lunga, faticosa operazione. Ore 3.10 del mattino, la città dorme, il campo rom no. Il quel lembo si inizia lo sgombero. Ma non è una passeggiata. Perché giunti al dunque, in tanti alzano la voce e per più di un motivo. Per l’orario in cui si è deciso di agire col trasferimento, infelice per i tanti bambini che animano la comunità rom ma anche per chi ha interpretato questa scelta come un velo di clandestinità con cui coprire tutta l’operazione. «Non è così – si affretta a spiegare l’assessore all’Integrazione Dario Caroniti, sul posto dalla notte fino al pomeriggio insieme all’assessore Pippo Isgrò – è stata semplicemente una scelta di opportunità. Attraversare la città coi camion e i mezzi della polizia in pieno giorno non sarebbe stato molto agevole». Sicuramente no, ma le proteste non mancano. «Cosa siamo, in guerra? Ci trattate come animali? Ci sono bambini di tre mesi qui!», grida Ferizaj Isuf, che avverte sulle proprie spalle il peso di una notte, per lui, più lunga delle altre. In realtà Ferizaj è nervoso anche per l’atteggiamento di alcuni suoi “fratelli” di comunità. Un dato è infatti da subito evidente, quando inizia il trasferimento: al campo ci sono più rom di quanti ce ne sarebbero dovuti essere. Qualcuno ha allargato gli inviti. E questo ha creato malumori. «Risolveremo anche questo», dice Caroniti, la cui premura è ovviamente avviare subito le operazioni. Le forze dispiegate sono imponenti: polizia municipale, guardia costiera, vigili del fuoco, polizia, carabinieri, Croce Rossa, protezione civile. Inconfondibili con le loro divise rosse i City Angels, coordinati da Giovanni Gentile, che per il trasferimento ha messo a disposizione gratuitamente i mezzi della propria ditta di traslochi. Al suo fianco avrebbe dovuto esserci Giuseppe Zuccarello, nome in codice “Dark”, ma il terribile incidente sulla Statale 114 se l’è portato via: a lui i City Angels hanno dedicato l’operazione. Non è semplice muoversi coi furgoni all’interno del campo. In questa lunga notte non può mancare chi in tutti questi anni è sempre stato vicino ai rom di San Raineri. C’è Carmen Cordaro, dell’Arci. C’è Suor Gabriella, della Caritas. C’è anche Renato Accorinti, particolarmente polemico nei confronti dell’Amministrazione comunale, soprattutto per il fatto che in alcuni appartamenti dovranno convivere più di quindici persone. «Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto», è andato ripetendo a tutti Isgrò, «sono anni che si cerca di risolvere questo problema, se c’è da fare qualche piccolo sacrificio, facciamolo». La nottata prosegue, i primi sacchi pieni degli oggetti da trasferire vengono caricati sui camion. Ci pensano i City Angels, ma anche alcuni rom e persino lo stesso Caroniti. Sono le 4.40, viene dato il via libera al primo “corteo”. Le strade sono deserte, tre camion si incolonnano con due vetture della polizia municipale. Imboccano il viale della Libertà, la destinazione ormai non è più segreta: villaggio Matteotti, Annunziata, quattro appartamenti nelle palazzine di fronte il commissariato Nord della polizia. C’è un gran silenzio, nessuno si aspetta l’arrivo dei rom. Sono le 4.55 quando l’assessore Isgrò apre il cancello con una delle tante chiavi tirate fuori da una busta gialla. La famiglia Bahtijar, una famiglia “allargata” (cinque adulti e ben dieci bambini, avrebbero dovuto essere di meno), è la prima ad entrare nella nuova casa. Il viso della mamma di non si sa più quanti bimbi si riga di lacrime. «Grazie», sussurra a Isgrò. Che non trattiene la commozione. Qualcuno fa capolino dalle finestre, un uomo scende in strada, seguito dalla figlia in vestaglia. Scuote la testa. «Con tanti posti, proprio qui». Eccola la nuova sfida, vincere il pregiudizio, rendere concreta l’integrazione. Non sarà facile. Quando il sole è alto in cielo a Bordonaro, nei pressi della ex scuola elementare capitano Traina, si sparge la voce dell’imminente arrivo dei rom. Per i cinque nuclei familiari trasferiti qui, l’ex scuola rappresenterà una casa per una sola settimana. Nel frattempo dovranno trovarsi un’altra sistemazione, aiutati dal Comune e dalle associazioni. Ma questo, evidentemente, non è bastato. Si parla di sassaiole contro le finestre della scuola. In generale sono forti i malumori, alimentati da alcuni consiglieri di Quartiere, ed è necessaria la “mediazione” degli assessori Caroniti e Isgrò. «Non c’è stata alcuna concertazione col quartiere!», lamenta Massimiliano Minutoli della terza Circoscrizione. «Si va avanti, nessuna discussione. Sono tutte brave persone», chiosa il sindaco Buzzanca, che in mattinata fa un sopralluogo a San Raineri. «È una tappa importante per Messina – afferma – che concretizza un impegno verso la soluzione di un problema incancrenito dal tempo e che non trovava via d’uscita da decenni. È una tappa ma non un traguardo di quel cammino che abbiamo intrapreso ad inizio del nostro insediamento per il recupero del waterfront, ma soprattutto lavorando per superare il dramma del risanamento che ha angosciato intere generazioni». Una generazione è nata e cresciuta a San Raineri. Ieri pomeriggio un escavatore della ditta Demoter ne ha buttato giù ricordi ed emozioni. Non necessariamente belle o brutte. Ma legate a quella che per vent’anni è stata una casa che oggi non c’è più. Sebastiano Caspanello – GDS

I numeri
19 – Gli anni del Campo
Dal settembre 1992 all’1 aprile 2011: tanto è durato il campo Fatima a San Raineri. Diciannove lunghi anni durante i quali si sono succedute decine e decine di famiglie provenienti dalla Serbia, dal Kosovo o dal Montenegro.

650 – Il numero massimo
Vi sono stati periodi di incredibile sovraffollamento. In un accampamento, che avrebbe dovuto essere provvisorio ed ospitare al massimo 71 roulotte, hanno vissuto anche 650 persone. Il picco è stato raggiunto alla metà degli anni Novanta.

80 – Le persone trasferite
A San Raineri fino a ieri erano rimaste solo una dozzina di famiglie, circa 80 persone, che sono state trasferite in parti eguali nelle case di villaggio Matteotti, all’Annunziata, e nella scuola Capitan Traina delle Case Gialle di Bordonaro (in attesa della soluzione definitiva: vi sono due appartamenti già individuati dal Comune).

2 mesi – Il più piccolo dei rom
Tra i tanti bambini che hanno vissuto i momenti, anche drammatici, del trasloco, il più piccolo è il rom nato appena due mesi fa e sistemato ieri nella sua culletta in un’aula della scuola Traina. Le nuove generazioni sono tutte messinesi, i ragazzi hanno adempiuto agli obblighi scolastici, molti alunni vanno alla Cannizzaro.

L’emozione dei tanti bimbi del villaggio: «Finalmente avremo una casa nuova»
Un bimbo s’affaccia dalla sua baracca, osserva cosa accade, curioso. Poi torna a guardare la tv. Forse non sa che quando la spegnerà sarà l’ultima volta che compierà quel meccanico gesto al campo rom dov’è nato. Da oggi avrà una nuova casa. Temporanea, per diciotto mesi. Nel frattempo papà e i suoi “fratelli” parteciperanno al progetto dell’autocostruzione grazie al quale il Comune ha trovato la via per chiudere definitivamente il capitolo San Raineri. «Niente foto, non fateci foto!», urla un’altra ragazzina, avrà forse dodici anni ma i suoi atteggiamenti sono quelli di una donna. Ai suoi piedi i sacchi pieni delle cose da trasferire all’Annunziata e un grande specchio. Sono tanti i cagnolini che gironzolano tra le forze dell’ordine e i volontari. Anche per loro il villaggio “Fatima” è stata una casa per tanti anni. Il loro futuro, però, non è fissato in nessuna delibera municipale, in nessuna ordinanza del sindaco. Nomadi sono nati, nomadi continueranno a vivere. La piccola Sabrina ha sei anni, si avvicina a noi. «Che bella che sei», dice ad una collega. Sabrina è piccola ma mostra una maturità che rende d’oca la pelle. «Restare qua? Nooo! Qua ci sono i topi!». Già, adesso ci sarà casa nuova e gli occhi di Sabrina sono pieni di quella eccitazione che solo le grandi novità, i cambiamenti tutti da scoprire sanno regalare ai bambini. «Domani niente scuola – dice – devo sistemarmi la vetrina, tutte le mie cose e poi quelle dei miei fratellini». Quanti siete? «Sette, cinque più due», ci fa segno con le dita delle mani. Poi si volta e scappa. Deve raccogliere le ultime cose. Nella casa dei Bahtijar ci sono le luci accese, i materassi accatastati. Tutto è pronto, loro saranno i primi ad andare via. I bambini dormono coperti alla meno peggio, pronti ad alzarsi. Aprono gli occhi assonnati, è ora. Salgono in macchina. Si voltano. Salutano con lo sguardo la baracca dove sono cresciuti. All’arrivo all’Annunziata sono in tanti, forse troppi. Ma la nuova casa «è troppo bella!». Una bimba si sdraia a terra, allargando le braccia e fissando il tetto sotto cui passerà il prossimo anno e mezzo. Accanto a lei il fratellino, a cui il sonno sembra essere passato del tutto, non vuole mollare il ciuccio sempre in bocca. Le cinque del mattino? E chi se ne importa. I City Angels stanno scaricando i camion, quando uno dei tanti “ometti” della famiglia si avvicina. Tira per la manica uno dei volontari. Sembra angosciato: «Scusate, avete visto la mia Playstation?». (s.c.)

La rivolta delle “Case Gialle”. E la scuola Traina è un disastro
Come rovinare tutto. Come mandare in fumo gli sforzi fatti per mesi e mesi, alla ricerca di una soluzione che contemperasse le esigenze di sicurezza e di protezione civile con i piani di riqualificazione urbana, i diritti delle persone coinvolte con il rispetto delle regole. La sommossa popolare di una parte degli abitanti delle Case Gialle di Bordonaro e l’incredibile autogol dell’amministrazione comunale hanno macchiato in serata quanto di buono era stato fatto, nel tentativo di risolvere un problema che nessun altro amministratore (va detto a merito della giunta Buzzanca) aveva finora potuto o voluto risolvere. Cominciamo dalla reazione della gente del quartiere. Appena si è sparsa la voce del trasferimento di cinque famiglie rom nei locali della vecchia scuola Capitan Traina, è scoppiata la “rivolta”. Il tam-tam è passato di sms in sms, un esercito di donne, giovani, bambini ha marciato alla volta del plesso scolastico, con le urla come tamburi di guerra, i sassi come armi e la voglia di riaffermare la supremazia sul proprio “pezzettino” di territorio. «Gli zingari non li vogliamo, se li porti il sindaco a casa sua», è la versione messinese del bossiano “fora dai ball”. C’è chi si incatena ai cancelli arrugginiti della scuola, chi gesticola e impreca, chi se la prende con gli assessori Isgrò e Caroniti, chi s’avvicina pericolosamente allo stesso Buzzanca giunto in sopralluogo nel tardo pomeriggio, chi litiga furiosamente con una donna rom, che aveva osato dire “siamo esseri umani, non animali”. Il sindaco, attorniato da un cordone di vigili urbani e forze dell’ordine, ribadisce con forza che non ci sarà mai alcun dietro-front e che le case date ai nomadi integratisi nella nostra città non sono tolte ai baraccati o alle famiglie messinesi che vivono situazioni di grave emergenza abitativa. «Non c’è nessun delinquente tra queste persone», alza la voce anche Buzzanca. E meriterebbe applausi. Ma è proprio per questo che diventa clamoroso l’autogol dell’amministrazione comunale. Avviene quando finalmente si riesce ad aprire il portone della scuola e si consente alle cinque famiglie ospiti di cominciare a portare le proprie cose e a sistemarsi per la notte. Siamo tra i primi a entrare e davanti a noi si presenta uno spettacolo desolante: aule diventate depositi, polvere, rifiuti ammassati nei corridoi, materiale didattico sparso un po’ dovunque, aule senza energia elettrica, un cucinino con i resti di cibo avariato, che è lì da chissà quanto tempo. A quel punto scatta la rabbia e la disperazione delle famiglie rom: «Abbiamo accettato di andar via dal nostro campo, ma meglio dormire sulle panchine alla stazione che non in questo posto». L’assessore Dario Caroniti, esausto dalla maratona cominciata nella notte, si fa rosso paonazzo in viso: «Ci siamo fidati del custode, ci avevano detto che era tutto in ordine». Nessuno ha ritenuto di dover fare un sopralluogo prima di riaprire l’edificio. L’assessore Pippo Isgrò è una furia, un vulcano che tracima: «Non si fa così – si rivolge al collega di giunta –, perché mi hai detto che era tutto “ok”, avremmo mandato gli operai e una ditta di pulizia, non si possono fare figure del genere, è una porcilaia!». Lunghi momenti di tensione, telefonate concitate al sindaco, a MessinAmbiente, ai tecnici dell’Amam e dell’Enel, quindi la decisione di cominciare a ripulire le aule e per renderle un po’ meno invivibili di quel che sono. C’è chi chiede le dimissioni dell’assessore Caroniti, poi in tarda serata il clima si rasserena. Arrivano i pasti caldi della Protezione civile, i bimbi stremati s’addormentano sulle brandine, tra una lavagna e un vecchio tavolo di ping-pong. Buzzanca getta acqua sul fuoco. «Non me la sento neppure di rimproverare chi ci ha messo il cuore in questa operazione, è stato uno spiacevole inconveniente, ma vi abbiamo posto rimedio. E poi quella della “Traina” è una soluzione assolutamente transitoria, le famiglie andranno nelle abitazioni già individuate. Io non credo che questo episodio debba far passare in secondo piano l’importanza storica di questa giornata. Quando abbiamo chiuso il lucchetto dell’area di San Raineri sbaraccata, quando abbiamo toccato con mano finalmente il mare che è lì a due passi, ci siamo resi conto d’aver raggiunto l’obiettivo prefissato fin dal primo giorno del nostro mandato. Non era semplice, tant’è vero che prima di noi nessuno c’era riuscito. Non è semplice sistemare ottanta persone, vincere i pregiudizi e le resistenze degli abitanti dei quartieri, individuare le soluzioni più giuste ed eque per tutti, recuperare un’altra preziosa porzione di waterfront. Noi l’abbiamo fatto». Meriti che è giusto rivendicare, anche se la giornata campale si chiude con un retrogusto amaro. LUCIO D’AMICO