MESSINA: Il giro d'usura sull'eredità del costruttore Marino, l'accusa chiede 5 condanne e 13 prescrizioni

5 aprile 2011 Cronaca di Messina

L’inchiesta fu aperta addirittura nel 1999 dall’allora sostituto procuratore Ezio Arcadi, e con gran clamore d’arresti e sequestri di beni. Si ragionava ancora in lire, l’euro non esisteva. Al centro le presunte speculazioni economiche che aveva subito il gran patrimonio immobiliare dell’imprenditore Antonino Marino. E ieri, a distanza di ben dodici anni dal primo atto, siamo ancora a raccontare del primo grado di giudizio, con le richieste dell’accusa. Per la sentenza bisognerà attendere il 31 maggio prossimo. Nel frattempo sono decedute tre persone tra gli imputati, la prescrizione ha fatto il suo gioco per altri 13, rimangono sul piatto solo cinque richieste di condanna. È questa la sintesi di quanto è successo ieri mattina davanti ai giudici della seconda sezione penale del tribunale presieduta dal giudice Mario Samperi, forse il quinto o sesto collegio che si è occupato del processo in questi anni, con tutte le conseguenti “riletture degli atti” e novazioni varie, in sostanza ogni volta ripartendo da zero. Sul banco dell’accusa ovviamente un altro magistrato, il sostituto procuratore Fabrizio Monaco, che ha dovuto prendere atto del passare del tempo nelle sue richieste conclusive. Ed ecco il dettaglio delle richieste: dichiarazione di prescrizione per l’avvocato Carlo Alessandro e per Franco Alfonso Marrazzo, Salvatore Caliri, Mariano Caliri, Benedetto Rizzo, Carmela Costa, Rosario Cacciola, Elena Nicolace, Paola Orecchio, Luciano Calabrò, Emilio Danzè, Alberto Ruggeri, Santo Farina.
Dichiarazione di non doversi procedere per morte del reo per Rosario Galdelli, Antonio Scordo e Domenico Zampogna. Cinque, considerando globalmente gli imputati, le richieste di condanna: 4 anni e 600 euro di multa per Domenico Scordo (solo per il capo d’imputazione “M”, per tutto il resto dichiarazione di prescrizione); 5 anni, 4 mesi e 800 euro (un caso d’estorsione, il capo “P”) per Pietro Costa, Silvano Campo e Domenico Bellantoni; 5 anni, 4 mesi e 800 euro di multa (un altro caso d’estorsione, il capo “Q) per Silvano Campo, Pietro Costa e Luigi Tibia. L’elenco dei 21 imputati complessivi si ha dalla riunione di due procedimenti distinti, che nelle varie fasi processuali erano stati trattati separatamente, poi tutto era stato unificato.
Ieri dopo l’intervento del pm Monaco si sono registrati anche quelli delle due parti civili: Biagia Marino rappresentata dall’avvocato Carmelo Peluso, e la Chiesa Evangelica Valdese assistita dall’avvocato Barbara Friuli. Il prossimo 31 maggio sarà invece la volta degli interventi difensivi, poi dovrebbe calare il sipario di primo grado con la sentenza.
L’inchiesta che ha dato origine al “processo degli 11 anni” fu aperta dall’allora sostituto procuratore Ezio Arcadi nel 1999, e scaturì da una serie di denunce presentate da una delle parti offese iniziali di questa vicenda, Grazia Marino, parente del costruttore Antonino Marino, il noto imprenditore che morì agli inizi degli anni Novanta. Per mesi i carabinieri del Reparto operativo compirono accertamenti tra la Sicilia e la Calabria, e tassello dopo tassello arrivarono ad una prima conclusione: la donna, dopo aver impiegato un’eredità miliardaria in alcuni investimenti sbagliati, per fare fronte ai debiti diventò prigioniera di alcuni strozzini con interessi anche del 120% annuo; e per quel meccanismo perverso del “passaggio” da cravattaro a cravattaro finì nelle mani di alcuni esponenti delle ‘ndrine calabresi della Piana di Gioia Tauro e della Locride. E quando intervennero gli “uomini di rispetto” cominciarono le minacce. La donna, terrorizzata, nel luglio del 1999 si rivolse così ai carabinieri. Il primo atto visibile dell’inchiesta avvenne nel novembre dello stesso anno, quando il sostituto procuratore Ezio Arcadi inviò una trentina di informazioni di garanzia e fece apporre i sigilli a numerosi appartamenti e lotti di terreni, oltre a disporre il sequestro di atti in diversi studi professionali cittadini di notai, avvocati e commercialisti. La vicenda giudiziaria ruotava quindi attorno alla vendita di gran parte del patrimonio immobiliare del Marino con un giro vorticoso di assegni bancari. Secondo l’accusa iniziale l’usura veniva contestata principalmente all’avvocato Alessandro il quale si sarebbe interessato per risolvere i problemi delle due donne che ereditarono, Grazia e Biagia Marino. Una prima volta corrispondendo quasi 200 milioni di lire, tra contanti e assegni, ottenendo in cambio svariati assegni, la cessione di una società, due appezzamenti di terreno (a Gravitelli e in contrada Sperone) e tre appartamenti (uno in via Garibaldi proprio nel Palazzo Marino e due in via Pietro Castelli, in un complesso sempre costruito dall’imprenditore morto). Il legale ha sempre contestato le accuse e nel corso dell’incidente probatorio sostenne di essere una “vittima” dell’intera vicenda legata all’eredità. NUCCIO ANSELMO – GDS