LA RIFLESSIONE: RESTIAMO UMANI di Tonino Cafeo

16 aprile 2011 Commenti e appelli

Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care“. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore” il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego” (don Lorenzo Milani). M’importa, mi sta a cuore. E’ tenendo queste parole come l’ago di una bussola, sempre puntato in una sola direzione, che nascono- e muoiono- gli uomini come Vittorio Arrigoni. Dopo ciò che è successo tante e tanti che lo conoscevano appena di nome, o neanche per quello, possono leggere la sua biografia, i sui puntuali reportages dalla striscia di Gaza, piangere la scomparsa di un “eroe” del nostro tempo “sbagliato” e confuso e lamentare l’imbarbarimento senza (apparente) fine che ci tocca in sorte di vivere. Vittorio Arrigoni non l’ho conosciuto da vivo e me ne dispiace moltissimo. Faceva un lavoro simile al mio e mi sarebbe piaciuto parlagli, condividerne esperienze e saperi, imparare qualcosa. Anche polemizzarci, se fosse stato il caso. Invece siamo qui in rete per ora, ma spero presto anche in piazza, a dare vita all’ennesima commemorazione, a chiederci se ne vale ancora la pena. Accade tutte le volte che la logica implacabile della guerra prevale su ogni cosa. Quando un barcone carico di poveri cristi affonda nel canale di Sicilia o quando un alpino salta per aria lungo una trazzera Afghana. Il conflitto Israelo-palestinese poi, il più aggrovigliato dei conflitti in medio oriente, divora vite umane a getto continuo e sembra non avere più nessuna via d’uscita e nessuna logica, ammesso che questo termine si addica ad una guerra, se non quella del reciproco annientamento delle parti in causa. Queste morti- forse- per questo addolorano di più e mettono a dura prova più di altre l’angosciante ricerca di senso che ciascuno di noi si ostina a praticare anche rispetto ai momenti e alle cose peggiori. I troppi bambini palestinesi rimnasti sotto il “piombo fuso ” dei bombardamenti Israeliani a Gaza, le tante vittime delle due “Intifada” che si sono accumulate nel corso dei decenni, ma anche i bambini ebrei bruciati nelle esplosioni degli scuoloabus provocate dai kamikaze e Stefano Taché e i ragazzini uccisi davanti alla sinagoga di Roma un lontano giorno degli anni ’80, quando ero bambino anch’io. A volte ne ricordiamo nomi e cognomi, altre volte no. Però alimentano tutti una contabilità orribile e disperata in cui i conti -nonstante i colpi inferti da una parte e dall’altra- non si pareggiano mai. Rachel Corrie, Angelo Frammartino, Enzo Baldoni e oggi Vittorio Arrigoni. Loro, ciascuno a suo modo, sono morti perché sapevano che in guerra i bilanci sono sempre in passivo e che da una strada senza uscita si viene fuori solo cambiando direzione, andando in senso contrario. Ma sul serio, camminando sulle proprie scarpe e non limitandosi a lanciare invettive o preghiere su un volantino o su un blog. Meriterebbero di essere ricordati nel Parco dei Giusti, a Gerusalemme, se solo Israele sapesse uscire dal delirio militarista che lo ha allontanato anni luce dallo spirito umanista dell’ebraismo autentico, perché le loro vite hanno illuminato questo vicolo cieco in cui ci siamo cacciati ed hanno reso migliore la specie umana. “Restare umani”. Molto di più e molto meglio che dimostrare “come muore un Italiano”. TONINO CAFEO