Gli attentati ai magistrati di RC. Un disegno diabolico per far ricadere su altri la responsabilità delle bombe. Il progettato rapimento della figlia di un boss: Il clan Lo Giudice specialista in "tragedie". Il "precedente" dello scontro con i Rosmini. In carcere l'interrogatorio di garanzia di Vincenzo Puntorieri

17 aprile 2011 Mondo News

La tragedia. Un classico della ‘ndrangheta reggina. E gli esponenti del clan Lo Giudice sembrano avere quasi una predisposizione a essere protagonisti sulla scena di vicende ordite da menti diaboliche ispirate dallo spirito che nel gergo delle cosche viene definito “tragediatore”. Una conferma arriva dagli atti dell’inchiesta della Dda di Catanzaro che giovedì mattina ha portato all’arresto dei presunti autori degli attentati contro la sede della procura generale e l’abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro e dell’intimidazione al procuratore Giuseppe Pignatone, legata al ritrovamento di un bazooka nei pressi del Cedir. L’operazione si è concretizzata nella notifica in carcere di un’ordinanza di custodia cautelare al boss pentito Nino Lo Giudice, considerato il regista della strategia delle bombe, a suo fratello Luciano, indicato quale mandante, e adi Antonio Cortese, ritenuto l’artificiere della cosca ed esecutore materiale degli attentati. In esecuzione dello stesso provvedimento emesso dal gip Filippo Leonardo, è stato arrestato Vincenzo Puntorieri, amico di Cortese e presunto partecipe alla fase esecutiva degli attentati. Dalle indagini condotte da squadra mobile della Questura e reparti speciali del comando provinciale dei Carabinieri è emerso che il clan Lo Giudice aveva fatto esplodere la prima bomba, quella del 3 gennaio 2010 in via Cimino, con l’obiettivo di far ricadere la responsabilità sulle altre cosche cittadine. Nino Lo Giudice aveva in testa il progetto di destabilizzare l’ambiente criminale e, come egli stesso ha dichiarato ai magistrati che l’hanno sentito già nella prima fase della sua collaborazione, era disposto a tutto pur di raggiungere l’obiettivo. D’altronde, dopo l’arresto del fratello Luciano e il sequestro di beni per 15 milioni alla famiglia, il boss della cosca che ha sempre rifiutato di avere un “locale” riteneva che la strada della “tragedia” era l’unica percorribile per provare ad ampliare nuovamente gli orizzonti degli affari criminali. E in quest’ottica si inquadrava un’altra iniziativa che solo una mente diabolica poteva progettare: i Lo Giudice volevano rapire la figlia di Giacomo Latella, considerato uno dei capi storici dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta attiva nella zona Sud della città, e fare ricadere la responsabilità sulle altre cosce cittadine. Nino Lo Giudice aveva messo in conto lo scoppio di un’altra guerra di mafia. Solo il caso ha voluto che il progetto non venisse realizzato. Se fosse andata diversamente, in riva allo Stretto ci sarebbe assistito a un déjà-vu. Come non ricordare, infatti, le dinamiche che portarono alla feroce contrapposizione armata tra clan passata alla storia come la seconda guerra di mafia. Nella fase in cui avevano preso fuoco le polveri dello scontro tra il cartello De Stefano-Tegano-Libri-Fontana e lo schieramento Condello-Imerti-Serraino-Rosmini, che dal 1985 al 1992 aveva provocato oltre 600 morti, c’era stata un’altra “tragedia” di ‘ndrangheta. Dagli atti del processo Olimpia e del processo nato dall’inchiesta sulle attività dell’associazione Rosmini-Lo Giudice era emerso che la famiglia condotta da Pietro Lo Giudice fosse stata al centro di un trabocchetto diabolico che, se non scoperto in tempo (per come poi avvenuto) avrebbe rischiato di creare degli effetti devastanti. Infatti, secondo quanto riferito dai vari collaboratori di giustizia, vi sarebbe stata una precisa strategia posta in essere dal boss di Cannavò, Domenico Libri e da altri, finalizzata a fare in modo che la famiglia Lo Giudice si contrapponesse alla famiglia Rosmini e si schierasse con il cartello De Stefano-Tegano-Libri-Fontana. Così, a guerra iniziata, alcuni componenti della famiglia Libri avevano iniziato a sparare contro persone vicine ai Lo Giudice facendo credere che i responsabili degli agguati fossero i componenti della famiglia Rosmini; e, al tempo stesso, a colpire persone vicine alla famiglia Rosmini facendo credere che i responsabili fossero i componenti della famiglia Lo Giudice. Così facendo, sii era innescata cuna storia che avrebbe potuto portare a effetti devastanti visto che le due famiglie erano numericamente assai consistenti. Per la serie il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, la trama diabolica era stata scoperta. E si era trattato di una scoperta del tutto causale, legata all’avvistamento di un incontro preparatorio con la partecipazione di Mico Libri. A riferire il particolare era stato il pentito Paolo Iannò. A quel punto si erano conosciuti i responsabili dell’agguato ed era stata scoperta la tragedia. Conosciuta la verità, le famiglie Rosmini e Lo Giudice avevano deciso di schierarsi con il gruppo “condelliano” conducendo così la guerra di mafia contro il cartello “destefaniano”. Con un’unica differenza: i Rosmini avevano assunto l’impegno in maniera aperta, rappresentando uno dei gruppi di fuoco del cartello, tanto da rendersi responsabili di decine di omicidi; la famiglia Lo Giudice, invece, aveva assunto un ruolo defilato, quasi nascosto, seppure fosse stata indicata come fiduciaria della cosca Condello. Intanto, ieri mattina, nel carcere di via San Pietro c’è stato l’interrogatorio di garanzia di Vincenzo Puntorieri. Per circa un’ora il ventinovenne accusato di aver avuto un ruolo nella fase esecutiva degli attentati compiuti da Antonio Cortese, su mandato dei fratelli Nino e Luciano Lo Giudice, ha risposto alle domande del gip Antonino Laganà. Puntorieri, assistito dall’avvocato Saro Errante, si è difeso rigettando le accuse. Ha sostenuto di non conoscere i fratelli Lo Giudice e di avere avuto solo rapporti di natura lavorativa con Antonio Cortese, per avergli dato una mano, in qualche circostanza, nel negozio di ortofrutta gestito da coindagato nella zona di piazza Carmine. Paolo Toscano – GDS

In sintesi
IL PROGETTO – Il clan Lo Giudice mirava a destabilizzare gli equilibri criminali in riva allo Stretto. Per questo aveva cercato di fare ricadere su altri la responsabilità della bomba contro la procura e aveva in cantiere anche il rapimento della figlia di un boss della ‘ndrangheta.
L’INTERROGATORIO – Ieri davanti al gip Laganà è comparso Vincenzo Puntorieri, il giovane arrestato giovedì con l’accusa di aver avuto un ruolo negli attentati progettati dai fratelli Lo Giudice e messi in atto da Antonio Cortese. Puntorieri ha respinto ogni accusa.