I taorminese Maurizio Cipolla e i catanesi Giuseppe Timpanaro e Pasqualino Conti Ferraro: Beni sequestrati a tre imprenditori di Taormina e Catania

17 aprile 2011 Cronaca di Messina

Case edificate sulla droga e Porsche… pure. Questo ipotizza la Guardia di finanza e questo conferma il tribunale che ha disposto il sequestro dei beni. Valore stimato: tre milioni di euro e di proprietà del taorminese Maurizio Cipolla e dei catanesi Giuseppe Timpanaro e Pasqualino Conti Ferraro, accomunati nella stessa operazione antidroga condotta dalle Fiamme gialle di Catania (blitz “Grease”, gennaio 2010) con cui è stato smantellato un ingente traffico di sostanze stupefacenti coordinato e diretto da affiliati alla cosca mafiosa capeggiata da Antonino Cintorino che imperversa nella fascia più a nord della Provincia di Catania, tra Calatabiano e comuni limitrofi, con ramificazioni anche nella provincia di Messina. Le indagini patrimoniali eseguite dai militari del Nucleo di polizia tributaria delle Fiamme Gialle hanno permesso di ricostruire l’intero patrimonio degli indagati e dei propri familiari nonché tutti i passaggi di proprietà effettuati negli ultimi anni dei beni finiti sotto sequestro. l temine di tali accertamenti, i finanzieri, su disposizione del Tribunale di Catania hanno apposto i sigilli ad appartamenti di lusso, rapporti bancari, società ed automezzi, tra i quali una fiammante Porsche Carrera 911, beni questi tutti riconducibili direttamente o indirettamente agli indagati. Le attività investigative hanno consentito di accertare come le disponibilità dei beni sequestrati non trovava rispondenza nelle relative dichiarazioni dei redditi presentate agli indagati e, di conseguenza, acquisiti con proventi derivanti da illecite attività. Ed infatti, è stato acclarato come i redditi dichiarati ai fini delle imposte dirette, risultavano appena sufficienti al sostentamento familiare. Sulla base delle valutazioni della Finanza, il Tribunale ha convenuto sull’opportunità di disporre il sequestro dei beni, azione fondamentale per sottrarre ai sodalizi criminali, il fine stesso della propria attività “lavorativa”. Domenico Calabrò – Gds