MESSINA: Mazzata al clan di Mangialupi, sette arresti. Provvedimenti restrittivi per "capo" Trovato, il catanese Minutola e l'intera famiglia Campagna

21 aprile 2011 Cronaca di Messina

Il suo ruolo si rivela sorprendentemente strategico. Tutt’altro che marginale come invece si sarebbe potuto immaginare, legittimamente. È lei il personaggio che spiazza tutti nell’ambito della nuova mazzata inferta al clan Mangialupi. Lei, moglie e madre, pronta al sacrificio. Maria Passari Campagna diventa così l’anello di congiunzione fra il carcere (e quindi il compagno) e il mondo esterno per i nuovi affari sporchi del clan; che non si possono fermare. Droga, armi, rapporti con gli “amici” delle altre cosche. Una volta che il marito e i figli sono “sgamati” dopo il famoso maxisequestro dell’arsenale nel 2010, tocca a lei prendere le redini della famiglia. E la sua è una presenza «costante», come confermano le intercettazioni. Ma quest’ultima retata, cristallizza soprattutto un’altra verità: a Messina il clan di Mangialupi è il più forte in assoluto. La sua fibra indistruttibile si alimenta di legami familiari strettissimi. Ecco il segreto di contanta potenza. Quelli di Mangialupi così colloquiano in modo disinvolto con la ‘ndrangheta. E pure i catanesi (cede un altro dogma) si accalano. Non a caso, tanto per dirne una, fra gli arrestati c’è il catanese Sebastiano Minutola che, da quelli di Mangialupi, acquistava la roba. L’operazione della Polizia “Murazzo”, dal nome della contrada dove è stato scovato il piccolo quartier generale (qui c’era persino una pressa industriale per la droga), è sfociata in sette arresti, a cominciare dal boss (già detenuto) Antonino Trovato, 54 anni. La Squadra mobile ha dato esecuzione alle ordinanze di custodia cautelare in carcere siglate dal gip Walter Ignazzitto, in parziale accoglimento della richiesta formulata dal sostituto procuratore della Dda Giuseppe Verzera. Oltre a Trovato, dicevamo, in manette è finita la signora Maria Passari, 52 anni assieme al marito Letterio Campagna, 56 anni e i figli Giovanni Fabio, Roberto e Consolato, rispettivamente di 31, 32 e 25 anni; e la “new entry” del clan Sebastiano Minutola, 40 anni. Tutti, eccetto quest’ultimo (accusato si aver effettuato una cessione di un ingente quantitativo di sostanza stupefacente nei confronti di tre soggetti catanesi non identificati) rispondono di associazione di stampo mafioso, di associazione finalizzata al traffico di ingenti quantitativi di sostanza stupefacenti, operante in Messina in un arco temporale compreso tra il dicembre 2009 ed il giugno 2010, al fine di commettere gravi delitti tra cui il commercio di droga, detenzione illegale e porto d’armi e munizioni anche da guerra, con l’aggravante per Trovato e Letterio Campagna di averla coordinata e diretta. E ci sono altri 30 indagati, tra cui molti calabresi. Le indagini, illustrate ieri, alla presenza del procuratore capo Lo Forte, affiancato dai pm Verzera e Monaco, dal questore Gugliotta e del capo della Mobile Anzalone, si ricollegano al blitz del dicembre 2010 a seguito del quale erano stati arrestati Letterio Campagna e i suoi figli, questi ultimi poi rimessi in libertà e scagionati. Ma gli agenti della Mobile continuarono a indagare con intercettazioni telefoniche e ambientali, soprattutto durante i colloqui in carcere di Campagna coi familiari (ed è qui che si definisce il ruolo chiave della Passari), scoprendo un gruppo dedito al traffico di droga e ben ramificato nel territorio. Nella retata nel casolare della famiglia Campagna a San Filippo Superiore, furono scoperti un potente arsenale nascosto in una stanza segreta, due chili di eroina e sei chili di cocaina. Armi e droga riconducibili al clan Mangialupi. Quindi piena operatività del clan, dedito al traffico di cocaina ed eroina, e dotato di una complessa struttura organizzativa capace di esercitare il controllo di una vasta porzione di territorio peloritano. Sodalizio armato fino ai denti – sottolinea lo stesso procuratore capo Guido Lo Forte, intervenuto ieri in conferenza stampa – dunque con un enorme potenziale offensivo, come dimostra il rinvenimento e il sequestro di armi e munizioni da guerra, tra cui fucili mitragliatori Kalashnikov. Nel corso delle indagini, ad aprile dell’anno scorso, ulteriore perquisizione del casolare sito di contrada Murazzo, dove sono stati rinvenuti e sequestrati 2,294 chili di cocaina, inseriti in un contenitore interrato nel cortile circostante, ove era stata ricavata una buca, poi coperta con cemento, circa a un metro sottoterra. L’organizzazione criminale ha acquisito, nel tempo, oltre alla potenza militare, anche una capacità economica che ha consentito di investire i capitali illeciti in consistenze immobiliari e societarie. L’evoluzione delle caratteristiche strutturali del clan di Mangialupi mostra come a differenza del passato, quando si registrava un’organizzazione verticistica (all’epoca con a capo Paolo Surace), oggi operino delle vere e proprie cellule a base familistica tra loro collegate visceralmente. Gli storici rapporti con la vicina ‘ndrangheta potrebbero aver influito su un processo di graduale costituzione di una formazione criminale che mutua talune caratteristiche tipiche delle ‘ndrine della provincia di Reggio Calabria. I nuclei familiari del clan Mangialupi – ha osservato ancora Lo Forte – sembrano organizzati secondo una struttura circolare in cui ciascuna “cellula” appunto opera in rapporto di cointeressenza nelle attività illecite delle altre, prestandosi mutuo soccorso e assistenza ogni qualvolta si renda necessario. Ne deriva un’organizzazione nel suo complesso difficilmente penetrabile, anche a cagione della particolare conformazione urbanistica della zona. Lo spaccio rappresenta la fondamentale fonte di acquisizione di capitali illeciti. È condotto sistematicamente attraverso una struttura ben articolata di gestione e controllo dalla fase del rifornimento sino alla commercializzazione al dettaglio. Tito Cavaleri – GDS

Quella finta scampagnata il giorno di Pasquetta per nascondere la droga
Era il giorno di Pasquetta dello scorso anno e c’erano perfino la nonna e gli zii Tanino e Nina nel casolare di contrada Murazze a San Filippo, come scrive il gip Walter Ignazitto nella sua ordinanza di custodia cautelare. Una famiglia normale con una tovaglia a quadri stesa sull’erba, la pasta al forno e le uova sode da divorare con la “cuddura” come gran finale? Solo apparentemente. Ecco uno dei più “gustosi”, tanto per rimanere in tema, retroscena dell’indagine, che viene raccontato sempre dal gip nel suo provvedimento. Attraverso le captazioni ambientali effettuate al carcere di Gazzi quanto Letterio Campagna nel corso dei tradizionali colloqui impartiva ordini a moglie e figli su armi e droga da custodire e smistare, gli investigatori della Squadra Mobile lo scorso anno svelarono un singolare piano. Pochi giorni prima del lunedì dell’Angelo, Campagna aveva consigliato di fare una “calata” in contrada Murazze per controllare e sistemare tutto il 5 aprile: «… nell’occasione – scrive il gip –, si era portato in loco l’intero nucleo familiare: la Passari con i figli conviventi Daniele e Fabio, Roberto Campagna con la moglie Cosima e i figli, la nonna e gli zii “Tanino” e “Nina”». In realtà, dietro il paravento di una tranquilla giornata all’aria aperta di tutta la settima generazione dei Campagna, con il paravento di vecchietti e ragazzini che giocavano e mangiavano, quel giorno venne realizzata una sapiente «operazione di occultamento della sostanza stupefacente in contrada Murazzo» della parte di droga che nel corso del primo ingente sequestro non era stata rinvenuta dai poliziotti. Ma pochi giorni dopo quella Pasquetta “strategica” gli uomini della Mobile trovarono tutto: «… la lettura del verbale di sequestro – scrive il gip Ignazitto –, consente di cogliere la perfetta corrispondenza delle modalità di conservazione della droga con quelle che il capofamiglia aveva consigliato ai congiunti qualche giorno prima: la droga era contenuta in bocce di vetro, a loro volta conservate in un bidone e quindi rivestite con sacchi di cellophane. All’interno della tanica, si noti, era pure stato inserito del riso, così come concordato in occasione del dialogo tra Letterio Campagna e Consolato Daniele Campagna». Scrive infatti il gip sui colloqui captati in carcere: «… a fronte delle labiali professioni d’innocenza, però, tutti i membri del nucleo familiare – allorché abbassando il tono della voce, pensavano di non essere captati da eventuali intercettazioni ambientali -, mostravano un diretto coinvolgimento nella detenzione della sostanza stupefacente; si lasciavano andare a considerazioni univocamente indicative della piena complicità nella condotta delittuosa del capofamiglia, Letterio».(n.a.)