PROCESSO DE MAURO: Stritolato dai casi Borghese e Mattei. La regia fu dei poteri forti mentre l'esecuzione fu affidata a Cosa nostra. Al termine della requisitoria il pm ha chiesto l'ergastolo per Riina

23 aprile 2011 Mondo News

PALERMO – Mauro De Mauro fu stritolato da due piste «convergenti»: il caso Mattei e il tentato golpe Borghese. La regia era dei poteri forti ma fu la mafia a rapire e uccidere il giornalista il 16 settembre 1970. Per questo il pm Antonio Ingroia ha chiesto ora l’ergastolo per Totò Riina, unico sopravvissuto del triumvirato che a quel tempo governava Cosa nostra. La «complessità dei moventi» è stata messa dall’accusa in relazione diretta con la figura di De Mauro, un «pioniere del giornalismo d’inchiesta» ma anche un cronista «scomodo, coraggioso e curioso della verità». Ingroia, che ha concluso ieri la sua requisitoria, ha ripercorso le tappe dell’inchiesta che da oltre 40 anni cerca la verità ma è frenata da molte operazioni di depistaggio. L’accusa ha puntato il dito soprattutto sui carabinieri che avrebbero coltivato inesistenti «piste alternative» come quella sul traffico della droga. Alla fine l’inchiesta, più volte chiusa e riaperta, si è concentrata su due moventi principali. Negli ultimi tempi, ha ricordato il Pm, il giornalista era impegnato nella ricostruzione delle ultime ore di vita del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, prima che il suo aereo precipitasse la sera del 26 ottobre 1962 a Bascapè. Fu un sabotaggio riconducibile a un «complotto» che avrebbe unito uomini del potere politico-economico e ambienti di Cosa nostra. De Mauro potrebbe essere stato eliminato «per evitare lo svelamento della trama». Ne avevano interesse sia la mafia sia gli ambienti dell’economia e della finanza italiana. La tesi si fonda sui risultati dell’inchiesta della magistratura di Pavia e sulle rivelazioni del pentito Francesco Di Carlo. L’altro movente «convergente» è quello del golpe Borghese. De Mauro avrebbe avuto conoscenza sin dalle fasi preparatorie di un progetto eversivo nel quale erano coinvolti uomini dei servizi di sicurezza, ambienti neofascisti e gruppi mafiosi. Il cronista sarebbe stato informato da fonti «interne» al giro neofascista, con il quale aveva mantenuto legami grazie ai suoi trascorsi giovanili nella Repubblica di Salò e nella X Mas di Junio Valerio Borghese. Avrebbe anche raccolto le confidenze del boss Emanuele D’Agostino che incontrava al circolo della stampa. D’Agostino, pure vittima della «lupara bianca», avrebbe partecipato alle fasi operative del sequestro e dell’uccisione del cronista. Un fondamentale contributo di conoscenza è venuto da Rosario Naimo, l’ultimo pentito di Cosa nostra. l processo riprenderà il 6 maggio con gli interventi delle parti civili: la famiglia De Mauro e l’Ordine dei giornalisti di Sicilia.