MESSINA – Si tratta di persone che la Sanità regionale non ha mai censito. Quindi individui che per il Sistema sanitario non sono mai nati: TRENTAMILA 'FANTASMI' PER LA SANITA' LOCALE. Giuffrida: «Avvierò subito un'indagine, qualcosa non funziona». Se ne occupa anche l'Ordine dei medici

8 Luglio 2011 Cronaca di Messina

Li chiamano “morti viventi” e in provincia di Messina sono un esercito: oltre trentamila. Ovvero il 5% della popolazione complessiva. C’è da non crederci, ma è così. Un paradosso, un’incredibile falla. Molti di loro per il Sistema sanitario regionale non esistono, anche se in realtà se ne vanno in giro tranquillamente e non sono zombie. In sintesi si tratta di persone che la Sanità regionale non ha mai censito: quindi individui che per il Sistema sanitario non sono mai nati. Ma c’è anche un altro fronte della stessa vicenda: si tratta dei tanti defunti che non sono mai stati dichiarati tali e che quindi risultano ancora in vita e rappresentano inevitabilmente una spesa non corrispondente alla prestazione. I dati sono forniti dalla Fimmg e su base regionale mettono i brividi: in Sicilia, infatti, sono ben 658.168 gli individui non censiti. Ma come è possibile? Innanzitutto per la mancata consegna della tessera sanitaria; o ancora per il ritardo nella comunicazione delle persone morte da parte dei Comuni all’Asp e da questa all’anagrafe tributaria. E ancora per i ritardi nei processi di trasferimento in digitale dei dati. Un meccanismo perverso che ha ovviamente dei costi. Il Ministero della Salute assegna, infatti, 1.700 euro per ogni assistito. Alla Sicilia ne spettano 1.450 per la questione del saldo negativo. Facile comprendere come i non registrati per il Sistema sanitario regionale rappresentano quote ovviamente non assegnate che vanno accantonate nel Fondo sanitario. I morti non comunicati, invece, rappresentano una spesa non corrispondente alla prestazione. A questo numero bisogna aggiungere tutti coloro che vengono registrati al primo accesso alle cure, ad esempio molti migranti, che dopo aver usufruito delle cure obbligatorie del Sistema sanitario, fanno perdere le loro tracce. Secondo i dati Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziali) sarebbero il 3% a sfuggire al Servizio sanitario nazionale. Stupito il direttore generale dell’Asp, Salvatore Giuffrida. «Certamente 30mila individui non censiti o mai dichirati defunti sono un dato clamoroso, al limite del paradosso. È chiaro che avvierò subito un’indagine, ma bisogna assolutamente trovare dei rimedi. Parlo di strumenti che ci consentano di metterci allo stesso livello delle Regioni all’avanguardia sotto questo profilo». Della vicenda si è occupato anche l’Ordine dei Medici di Messina, presieduto da Giacomo Caudo, nel corso dell’ultimo anno. Dodici mesi che hanno visto l’ordine impegnato su diversi piani, dal confronto sul programma di riorganizzazione del Sistema Sanitario Regionale, all’inaugurazione di iniziative e percorsi formativi indirizzati alla valorizzazione delle risorse professionali dei medici e al loro futuro inserimento lavorativo, all’attività di promozione dell’immagine ordinistica e delle competenze dei suoi iscritti nello scenario nazionale. Un ventaglio di azioni, che ha avuto come leitmotiv l’individuazione di tutte quelle migliori pratiche che potessero rafforzare il ruolo professionale del medico. Motivo per il quale l’Ordine, in questo ultimo anno, ha guardato con grande attenzione ai programmi di rinnovamento e alle azioni di sostegno al sistema sanitario, facendo sempre attenzione a coniugare, con intelligenza e buon senso, il bisogno di razionalizzazione con l’identità etica e medica dei suoi iscritti. «Oggi – commenta il presidente Giacomo Caudo – la professione del medico attraversa un momento di criticità. Prova ne è il tentativo, fallito, dell’abrogazione delle restrizioni sull’accesso ed esercizio della professione e la proposta di Legge, collegata alla manovra finanziaria, sulla liberalizzazione delle professioni. Una scelta, che, ovviamente non può che essere rifiutata, non tanto per motivi di carattere corporativo o per questioni legate alla difesa di posizioni di privilegio. Infatti, non si nega che, nel panorama professionale, nel corso degli anni non siano stati numerosi e sostanziali i mutamenti intervenuti, anche dietro la spinta di una domanda sanitaria più eterogenea e complessa e di una più matura consapevolezza dei cittadini, e che, certamente, si rende necessaria una riorganizzazione legislativa, tale da ridefinire le attribuzioni degli ordini, ma è una riforma che deve essere indirizzata a rinforzare la loro funzione, allo scopo di far coincidere le finalità legittime della professione medica con quelle generali della comunità, che deve essere comunque tutelata e orientata. Accanto alle tradizionali figure professionali sanitarie, nel tempo, ad esempio, se ne sono affiancate molte altre, il cui percorso formativo non sempre è regolare e che rischiano, senza una regolamentazione precisa e senza il controllo ordinistico, di provocare una sensibile erosione delle competenze storicamente attribuite ai medici e di danneggiare il cittadino e il suo diritto alla salute. La sanità di tutti i giorni – continua Caudo – quella sentita e voluta dalla gente e vigilata dalla magistratura, non può ammettere sconfinamenti». Caudo chiude con un commento sulla riorganizzazione su base regionale del servizio sanitario che «nel più ampio contesto del sistema federalistico, rappresenta una risposta adeguata. Si può affermare che la Regione siciliana, sottoposta ad un severo piano di rientro, ha tenuto un comportamento virtuoso evitando il Commissariamento, ma non si nega che in questo processo diversi aspetti devono ancora essere messi a punto per realizzare sinergie più fattive e concrete, dando seguito con celerità a quanto previsto dal Piano». MAURO CUCE’ – GDS

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