MESSINA: Uccise i cugini, ergastolo per Comandé. Anche in appello il 37enne, che di recente è diventato collaborante, è stato riconosciuto colpevole dell'esecuzione

9 Luglio 2011 Cronaca di Messina

La strada giudiziaria era già ampiamente segnata dopo l’ergastolo del primo grado inflitto al “killer dagli occhi azzurri” Francesco Comandé, per il duplice omicidio dei suoi cugini, i fratelli Paolo e Carmelo Giacalone. E ieri pomeriggio alla corte d’assise d’appello presieduta dal giudice Carmelo Marino, con a latere il collega Giuseppe Costa, è bastata poco meno d’un ora per confermare quasi integralmente la sentenza di primo grado di questa tragica storia malavitosa e parentale. Anche in secondo grado quindi il 37enne Francesco Comandé, che nel frattempo è divenuto un collaboratore di giustizia, è stato condannato al carcere a vita per aver ucciso di giorno e in pieno centro i suoi cugini Paolo e Carmelo Giacalone scaricando una calibro 7,65 mentre i ragazzini uscivano dalle scuole vicine, con lo zaino sulle spalle. Nulla secondo l’accusa ha aggiunto al processo d’appello il pentimento di Comandé, visto che ieri il sostituto procuratore generale Salvatore Scaramuzza, ha detto a chiare lettere nel suo intervento di non riconoscere praticamente alcuna valenza alle recenti dichiarazioni sull’omicidio verbalizzate nei mesi scorsi dall’omicida davanti al sostituto della Dda Fabio D’Anna, anzi ha chiesto ai giudici che venisse “recuperata” l’aggravante della premeditazione che in pratica era stata “cancellata” dalla sentenza di primo grado. Oltre all’ergastolo confermato ieri la corte d’assise d’appello ha deciso altre quattro condanne minori – e qui c’è la lieve differenza rispetto al primo grado – per le quattro persone accusate di favoreggiamento personale per l’atteggiamento omertoso tenuto durante le indagini, che sono Giuseppina Bombaci, 38 anni, la convivente di Comandé; lo slavo Edo Dzemaili, 33 anni; Giampaolo Restuccia, 42 anni; e infine Nicola Rizzitano, 28 anni. In primo grado, il 17 marzo del 2010, Dzemaili e Rizzitano furono condannati a 3 anni di reclusione, la Bombaci e Restuccia a un anno. Ieri i giudici hanno confermato i 3 anni per Dzemaili e Rizzitano mentre hanno ridotto da un anno a 9 mesi la pena per la Bombaci e Restuccia, questo perché hanno concesso le attenuanti generiche. Confermate anche le statuizioni per la parte civile, rappresentata dall’avvocato Tommaso Calderone. Arringhe molto difficili quelle di ieri del collegio difensivo, portate avanti dagli avvocati Tancredi Traclò, Domenico André, Giuseppe Abbadessa, Pier Francesco Broccio e Franco Pizzuto, quest’ultimo per l’omicida che da alcuni mesi è anche un collaboratore di giustizia. Comandè ha raccontato la sua verità sulla duplice esecuzione in un lungo verbale mesi addietro, sostanzialmente indicando una causale molteplice: una partita di droga sparita non si sa come da recuperare e un’estorsione da “controllare”, con esponenti del clan di Giostra che davano troppo fastidio. Ecco il suo racconto: «… quando io sono arrivato a piazza del Popolo Umberto (Rizzitano, già condannato a 16 anni in abbreviato come complice di questa esecuzione, n.d.r.) era ancora là e vi erano pure i due fratelli Arena, Paolo e Carmelo Giacalone, mio cugino Umberto… mi sono fermato all’inizio della via S. Marta ed ho osservato Paolo e le altre persone. Faccio il giro della piazza, ho parcheggiato l’SH davanti alla Punto grigia cabrio, in uso al Giacalone… Paolo notata la mia presenza dice “è arrivato il malandrino”, invidantomi davanti a tutti a sparargli nella m. … io risposi per le rime e lui ha estratto una pistola dalla cinta dei pantaloni ed ha tentato di fare fuoco non riuscendoci. Io ho estratto la mia ed ho sentito Paolo dire “ohu, ohu, blocculu blocculu”. Ho visto Carmelo avvicinarsi verso di me per bloccarmi e a questo punto ho sparato a Carmelo, nelle braccia, cercando di fermarlo. Subito dopo ho visto Paolo avventarsi contro di me ed ho esploso contro di lui alcuni colpi d’arma da fuoco, il primo al braccio destro, il secondo alla spalla. Al secondo colpo Paolo è caduto per terra, a faccia in aria, ed io gli sparo un ulteriore colpo alla spalla sinistra per evitare che prendesse la pistola». Nuccio Anselmo – Gds

La vicenda
L’omicidiodei due fratelli, ammazzati dal loro cugino Comandé a colpi di pistola calibro 7.65 in pieno centro, avvenne poco dopo mezzogiorno dell’11 aprile 2006 a Largo Seggiola, davanti a decine di persone, a due passi da piazza del Popolo, di fronte al bar che gestivano all’epoca, “Caffetteria 2000”. Comandé, secondo la ricostruzione degli investigatori, aveva intenzione di uccidere Paolo Giacalone per vendetta, in quanto il cugino non lo aveva “tutelato” dopo una lite avvenuta in una sala bingo con un personaggio della malavita di Giostra. Carmelo Giacalone morì invece perché era diventato uno scomodo testimone. Le quattro persone accusate di favoreggiamento personale per l’atteggiamento omertoso tenuto durante le indagini sono Giuseppina Bombaci, 38 anni, la convivente di Comandè; lo slavo Edo Dzemaili, 33 anni; Giampaolo Restuccia, 42 anni; e infine Nicola Rizzitano, 28 anni. Dzemaili la mattina dell’omicidio stava lavorando alla ristrutturazione del locale dei Giacalone a largo Seggiola. Gli investigatori sono convinti che ha visto tutto, ha ascoltato la telefonata tra Paolo Giacalone e suo cugino Francesco Comandè, ma non ha detto una parola a chi lo ha interrogato. Anzi ha tentato di depistare le indagini.

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