MESSINA E IL SUO CENTRO-PERIFERIA: Da Florina a Gao, vite spezzate nella città del degrado

4 gennaio 2012 Cronaca di Messina

Florina aveva poco meno di due anni, Gao poco più di cinquanta. Florina era romena, Gao brasiliana. Florina era una bimbetta che correva per le vie di Maregrosso, incurante dei pericoli come può esserlo chi si sta appena affacciando al balcone della vita. Gao era una donna che aveva vissuto mille esistenze e andava oltre il proprio disagio, grazie all’amore per la pittura e per la bellezza. Florina è morta nel settembre 2007, schiacciata da un vecchio cancello arrugginito in via Adrano, Gao all’alba del 2012 e il suo corpo è stato trovato in una pozza di fango, lungo la strada che porta alla Real Cittadella, all’ombra dell’inceneritore di San Raineri. Entrambe avevano un sorriso dolcissimo. E la loro morte è lezione di vita per tutti noi. Perché si deve sempre toccare il fondo prima di poter risalire? La morte di Florina, ahimé, è servita a dare una scossa a questa città che a volte sembra una bella addormentata nel bosco e a volte la strega malefica. Solo in quel momento, nonostante le precedenti martellanti campagne di stampa (questo giornale è stato accusato da certi ambienti cittadini di aver la “paranoia del waterfront”, come se dietro la battaglia della riqualificazione del territorio si nascondessero chissà quali occulti interessi…), qualcuno si è accorto che Messina non finisce tra la Stazione e via La Farina, che oltre il Cavalcavia c’è il cuore della città. Un cuore gravemente ammalato, a cui hanno tolto l’ossigeno, gli hanno ingrigito l’azzurro, gli hanno tolto gli spazi vitali, lo hanno imprigionato in una gabbia di veleni, lo hanno adibito a cavia per esperimenti criminali (uno per tutti: lo smaltimento dei rifiuti tossici provenienti dai poli petroliferi di Priolo e di Taranto nella stazione di degassifica ex Smeb), di fatto lo hanno ucciso mantenendolo in vita solo artificialmente, soltanto per farne uno slogan in tempi di campagna elettorale. Non è un caso che dopo la tragedia che colpì una delle tante famiglie nomadi romene, che avevano scelto le baracche e i capannoni di via Adrano come luogo di ricovero, le operazioni di bonifica di Maregrosso hanno cominciato a prendere corpo. Quello che è stato fatto finora lo abbiamo ampiamente documentato, ciò che resta da fare è sotto gli occhi di tutti, ma in ogni caso quello spicchio di territorio in riva allo Stretto ha cambiato e sta cambiando finalmente volto, perché ci si è resi conto che era un delitto tenerlo nelle condizioni in cui lo si è lasciato per decenni. A Florina è stata dedicata una targa, collocata proprio nel luogo del tragico incidente. Ma in sua memoria dovrà essere condotta fino in fondo la battaglia per il recupero del litorale, perché i bambini come la piccola zingarella possano finalmente godere di quel luogo unico, di quella spiaggia e quel mare distanti cinque minuti a piedi da piazza Cairoli. E lo stesso, purtroppo, vale oggi per Gao. È morta per i suoi tormenti esistenziali, la brasiliana che sapeva catturare nelle sue tele e nei suoi intarsi l’energia della vita, ma anche perché ha vissuto lì dove non avrebbe mai dovuto, lì dove nessuno avrebbe dovuto consentire che vivesse. Alessandro Tumino l’aveva incontrata il 26 ottobre scorso, il giorno dopo la Gazzetta aveva fatto sapere a tutti, ai messinesi e ai responsabili delle istituzioni e degli enti locali, in quali condizioni estreme fossero gli abitanti della spelonca ricavata tra le antiche mure della gloriosa Real Cittadella, Maria Das Gracas e il marito Paolo, oltre agli stranieri di passaggio, alcuni dei quali sistematisi perfino all’interno dell’inceneritore. La grotta era stata trasformata da Gao in un atelier d’arte ma il contesto di degrado era tale da imporre provvedimenti immediati, a tutela della salute dei “residenti”, oltre che del decoro di una delle zone più belle, e più violentate, dell’intera Sicilia. Sono trascorsi oltre due mesi e Maria Das Gracas, alias Gao, è morta come morivano gli “ultimi” a Calcutta, raccolti dalla strada da santa Maria Teresa e dalle sue ancelle della Carità, come muoiono oggi le donne, i vecchi, i bambini nei tanti angoli di Terzo e Quarto mondo che sono dovunque, in Asia e in Africa così come a casa nostra. Forse Gao, come molti “artisti di strada”, non voleva neppure essere aiutata, ma il nodo del problema non è questo. La verità è che la Real Cittadella non può essere l’orrendo dormitorio-obitorio le cui immagini oggi fanno il giro di tutt’Italia, la Falce non può continuare a essere il simbolo della sconfitta di intere generazioni di messinesi incapaci di prendere in mano il proprio destino, la piovra della malapolitica e della malaburocrazia non può impedire la realizzazione di un sogno concreto, per il quale in tanti sono pronti a spendersi, se solo si riuscissero ad assecondare i desideri e i progetti della parte sana di questa città. Se la morte di Gao, come quella di Florina, aiuterà ad accelerare i piani di risanamento e di “rigenerazione” urbana, allora si potrà dire che il “sacrificio” di quella brasiliana un po’ “naif” (ma più “messinese” di tanti, troppi messinesi…) non sarà stato vano. Ma ci vogliono i fatti, le parole ormai non bastano più.(l.d.)