LITE IN SALA PARTO A MESSINA, CHIUSE LE INDAGINI: Di concorso in abuso d'ufficio sono accusati l'ex primario della Clinica di Ostetricia e Ginecologia del nosocomio Domenico Granese e l'allora assegnista di ricerca Antonino De Vivo

5 gennaio 2012 Cronaca di Messina

La Procura, nell’ambito dell’inchiesta sulla lite tra medici in sala parto al Policlinico del 28 agosto 2010, ha chiuso le indagini nei confronti dell’ex primario del reparto di Ginecologia del Policlinico, Domenico Granese, e del ginecologo Antonino De Vivo. Sono entrambi accusati di abuso d’ufficio. Secondo l’accusa De Vivo essendo un assegnista a contratto non poteva entrare in sala parto e non poteva assistere le puerpere, o operarle. Proprio a causa della sua presenza nacque una lite tra De Vivo e il collega Vincenzo Benedetto. Questo avrebbe ritardato il parto provocando danni alla puerpera, alla quale è stato asportato l’utero, e al bambino che al momento della nascita riportò lesioni celebrali. Il prof. Granese è indagato perché in quanto primario dell’epoca non avrebbe dovuto consentire l’accesso di De Vivo in sala parto. Dalle indagini sembra invece che De Vivo in altri casi sia entrato da solo in sala operatoria. Prosegue intanto l’altro troncone dell’inchiesta per accertare le responsabilità del ritardo dell’intervento che causò danni alla puerpera e al bambino e accertare se questo sia addebitabile alla lite avvenuta poco prima in sala parto. È questo infatti solo un troncone dell’inchiesta, perché per quello principale legato alle conseguenze del parto nel novembre scorso la Procura aveva richiesto al gip l’archiviazione per tre delle sei persone indagate con l’ipotesi di reato di lesioni colpose e omissione d’atti d’ufficio. E si trattava dell’ex primario del reparto, il prof. Domenico Granese, e dei medici Alfredo Mancuso e Vittorio Palamara. L’istanza seguiva in pratica le conclusioni cui era giunto il pool di esperti nominato dalla Procura peloritana, che aveva disposto una prima e una seconda perizia con l’obiettivo di individuare eventuali responsabilità del personale sanitario. Sotto la lente della magistratura c’era anche la decisione di sottoporre la signora Laura Salpietro a parto cesareo e i motivi che avevano originato le lesioni riportate dal figlio al momento della nascita. Secondo i consulenti, unico rimedio all’emorragia subita dalla puerpera sarebbe stata l’asportazione dell’utero. Inoltre, si sarebbe reso necessario evitare il parto naturale per via del manifestarsi di una sofferenza fetale. Proprio questi riscontri avevano portato la Procura alla richiesta di archiviazione per tre degli indagati iniziali. Dopo la denuncia presentata dal Matteo Molonia, marito della signora Salpietro, erano stati indagati in prima battuta i medici responsabili della lite, il ginecologo Vincenzo Benedetto, che quel giorno prestava il turno di guardia, e il dottor Antonio De Vivo, titolare di un assegno di ricerca. Nel registro degli indagati, oltre a Granese, Mancuso, Palamara e ai due “litiganti”, era stata poi iscritta anche l’ostetrica Franca Grisafi. Il nuovo fascicolo aperto successivamente e che è giunto a conclusione in questi giorni era indirizzato invece solo sulla presenza del vincitore dell’assegno di ricerca nei locali di Ostetricia e ginecologia. La lite scoppiò il 26 agosto 2010, quando il dottor Benedetto si accorse che De Vivo, pur non avendo i requisiti, si stava accingendo ad accudire la signora Salpietro durante il parto. Il ginecologo, in quel frangente, era il responsabile del reparto, in quanto medico di guardia. Peraltro, non era stato avvertito della presenza del collega. Quando Benedetto invitò De Vivo a lasciare la sala parto esplose un acceso diverbio. (n.a.)

«Il professore Benedetto non pose in essere alcun atto».
Ci scrivono gli avvocati Ettore Cappuccio e Fabio De Arcangelis: «Con riferimento all’articolo “La lite tra medici al Policlinico nel 2010 – Abuso per l’ex primario e l’assegnista”, precisiamo che: Il 26 agosto 2010, quando stava per completare il suo turno di guardia medica, il prof. Vincenzo Benedetto, giunto dinanzi all’ingresso della prima sala travaglio, vide una paziente in pieno travaglio e, attraverso l’ascolto del sonar del cardiotocografo, rilevò che il battito cardiaco fetale presentava caratteristiche di marcata bradicardia. Senza alcun indugio, il sanitario si recò nella sala riunioni e, via telefono, richiese l’intervento dell’anestesista. Dopo l’arrivo del dott. De Vivo nella sala riunioni, il prof. Benedetto si limitò a chiedergli informazioni in merito alle cure da lui prestate alla paziente. Nel corso di questo colloquio, che fu di brevissima durata ed avvenne esclusivamente all’interno della sala riunioni del reparto di ginecologia, il prof. Benedetto non pose in essere alcun atto di violenza fisica o verbale e fu invece mero soggetto passivo di espressioni volgari ed irriguardose e di gesti aggressivi». da Gds del 13-01-12