MESSINA, IERI I FUNERALI DELLA DONNA. LA SUA STORIA RACCONTATA ATTRAVERSO LE PAROLE DEL MARITO: «Una struttura per assistere chi è solo, da intitolare a Gaia». Alecci: più impegno a favore dei poveri

6 gennaio 2012 Cronaca di Messina

Per quel nulla che ora vale, era stata una splendida modella brasiliana alla conquista di Milano, poi una stilista, poi ancora aveva gestito, nella capitale della moda, un bel negozio d’abbigliamento. E Paolo Grasselli, il marito monzese che quella notte fatale, nel gelido deposito della Real Cittadella era ubriaco quanto lei, oltre che un pittore, è un uomo di cultura, una vita fa laureatosi in Psicologia. Gao e Paolo, anzi Gaia e Paolo (così voleva essere chiamata a Messina) sono una delle storie eccezionali, di inquietudini, sogni infranti e cadute che popolano il pianeta. Ascoltate in tv da quello schermo che ci tiene a distanza dalla vita, catturano l’attenzione fuggente. Ma se ci capitano davanti, travestite da quel che sono diventate, raschiare l’anima è possibile. Più facile per quei volontari che nulla cercano per sé se non di dare, e dando, attingono e conoscono la vita. A confortare tante volte le ubriacature, i pianti, i sorrisi di questa coppia di artisti, e a provare ora un forte senso di colpa – marchio delle anime nobili – era un gruppo di volontari che assisteva loro ed altri. Erano Nadia, Liliana, Stefania, Rita, Tindaro, Luciana, Piero, Simona, Salvatore, Pina, Mario, Noemi, Tindara, legati tra loro da un’amicizia che s’è cementata sul campo, lontano da ogni luce. Angeli nel buio delle notti alla stazione centrale di Messina, dove vive un’umanità dolente. Donne ed uomini che s’aggirano tra i binari, dormono sui sedili o a terra. «Un coro incessante – ci racconta Nadia, una di loro – di colpi di tosse e gemiti di dolore fino all’alba». Tra loro finivano Paola e Gaia e loro le provavano tutte per aiutarli: fino a qualche giorno prima la speranza di un recupero di entrambi si era tradotta in una serata in pizzeria. Adesso questo gruppo di “angeli della stazione” che è fatto di piccoli imprenditori, commercianti, da un magistrato e un avvocato, e da qualcuno che si è redento in modo meraviglioso da un passato difficile, ha un sogno: creare, possibilmente a Torregrotta, (dove buona parte di loro vivono) quella struttura di accoglienza e di assistenza di cui soprattutto la città ha bisogno. La vogliono chiamare “Gaia persona per sempre”. Per gli ultimi evangelici, per gli stremati dalle dipendenze, per i depressi come Gaia di cui, in assenza di tutti gli enti organizzati, hanno pagato ieri la messa e i fiori. Hanno un nuovo arruolato. Paolo, che ha deciso di dare addio all’alcol, come atto d’amore dovuto alla moglie perduta, e che ieri ha posto sulla bara quei fiori di tela che lei impreziosiva con veli di pietruzze e conchiglie.(a.t.)


Alecci: più impegno a favore dei poveri. «Con somme anche modeste possibili benefici sociali e umani. Caritas e volontari non possono bastare».

«Ci sono persone che non meritano di stare in questa sala, che hanno accumulato tanto denaro e continuano a operare senza coerenza». Hanno colpito a fondo le parole pronunciate dal prefetto Francesco Alecci durante la presentazione della nuova casa d’accoglienza femminile ai Rogazionisti di Cristo Re. Un messaggio, quello del massimo rappresentante dello Stato, che ha sferzato le coscienze, in primo luogo forse quelle di chi trascorre buona parte della vita ad accumulare utili e potere, ma non riesce ad allungare lo sguardo e le braccia verso chi soffre. Verso qualcuno dei tanti – centinaia e centinaia – che camminano lungo un filo col baratro sotto. Cos’è stato davvero questo messaggio nel giorno del ritrovamento della donna brasiliana morta di alcol e stenti dentro alla Real Cittadella? Il frutto dell’indignazione, dell’emozione di chi presiede i più delicati vertici su emergenze sociali e ordine pubblico, oppure la scudisciata istintiva di un cristiano a una società in cui l’esercito dei poveri s’ingrossa mese dopo mese, ma che resta fredda e cinica? Forse qualcosa di più profondo. Vano cercare destinatari in carne e ossa: le persone di cui parla Alecci sono coloro che a Messina, al timone del potere e della responsabilità, hanno talora dimenticato quanto prezioso può essere il loro ruolo. «Ho svolto alcune riflessioni innanzitutto da cittadino ma anche da prefetto di Messina ormai da 4 anni e mezzo – premette – obbedendo a un dovere di sincerità, non riuscendo a tenere disgiunto il cittadino dall’istituzione che rappresento, e dall’occasione che ci ha fatto convergere nell’incontro di Cristo Re, per l’inaugurazione di una nuova realtà di accoglienza a cura dei Rogazionisti, a coronamento del loro cammino».
– Ma qual è, in base alla sua esperienza di prefetto, il maggiore problema di Messina in relazione all’emergenza delle nuove povertà?
«Rispondo, anche se non è mia intenzione esondare dai compiti che sono propri di un prefetto, e ancor meno sembrare un fustigatore. Mi rivolgo a tutti. Da prefetto avrei preferito una città in cui più equilibrato sia il sostegno ai poveri e ai bisognosi nel rapporto tra le istituzioni pubbliche da un lato, la Chiesa, il volontariato e le realtà associative dall’altro. Io credo fermamente nella democrazia e negli apparati istituzionali nazionali, regionali e locali, ma osservo che in una città di 250.000 abitanti, la tredicesima d’Italia per dimensioni, su questi drammi ci sarebbe bisogno di una risposta più articolata e incidente».
– Con le case d’accoglienza Caritas sempre piene, è avvertita l’urgenza di un dormitorio pubblico. Si parla degli immobili chiusi, di proprietà degli enti locali ma anche della Chiesa. Qual è, per lei, la via da seguire?
«Occorrono nuove aperture, in termini di sensibilità. L’azione politica, ad esempio, non può essere schiacciata dalla rigidità dell’azione amministrativa. Non mi si venga a parlare di carenza di fondi, ovvero della scusa dei bilanci: spesso, in questo campo, l’entità dei costi è minima rispetto ai benefici sociali ed umani che si possono dare. Né si può glissare pensando che queste materie non siano di competenza propria. La burocrazia si alimenta del rispetto delle regole ma solo per il fine di garantire un trattamento uguale a tutti. Ci vogliono gerarchie di fondi e diversificazioni di compiti. E la tredicesima città d’Italia, ripeto, non può poggiarsi interamente sulla Caritas, i Migrantes, i volontari e le realtà associative».
– Il suo è un messaggio per una profonda assunzione di responsabilità…
«Ripeto, non voglio che le mie parole siano inquadrate in un contesto di polemica. Quando parlavo di alcuni ricchi, ad esempio, accennavo ad un’esigenza di maggiore giustizia sociale in una società in cui a fronte di tanti drammi ci sono, per converso, alcune ricchezze che appaiono ben poco come il meritato frutto di lavoro, se non addirittura parassitarie. ALESSANDRO TUMINO – GDS

E l’edificio del Tirone è diventato un “centro”.
Nello scacchiere delle nuove povertà di Messina c’è ormai un edificio simbolo, una “occupazione” che più di altre è diventata emblematica del moltiplicarsi dei bisognosi di ogni nazionalità. La vecchia palazzina del Terzo Ordine francescano, sulla scalinata del Tirone, nella centrale via S. Maria degli Angeli, ospita su tre piani una quindicina di persone senza tetto e lavoro, ma tra di loro legate da solidarietà ed amicizia: in condizioni mon facili, polacchi, romeni, moldavi, ucraini, somali, e qualche messinese. Le stanze fredde e scrostate, in cui sopravvivono le finestre, sono arredate con quello stesso amor proprio con il quale Gao aveva liberato dai rifiuti e arredato un deposito della Real Cittadella. Dopo il reportage della “Gazzetta” su questa sorta di comunità multietnica di poveri, nessuno ha battuto un colpo. (a.t.)