MESSINA – Il drammatico racconto di Cettina Rovi, tra i superstiti della "Costa Concordia" con l'amica Vittoria Fiumara: «Mi sento una morta che cammina». È stata costretta a ricoverarsi all'ospedale di Barcellona per le contusioni e il trauma subiti

19 gennaio 2012 Cronaca di Messina

«Sono una morta che cammina», continua a ripetere Cettina Rovi, naufraga della Costa Concordia, tornata a casa sua, a Torregrotta, dopo essere stata sottoposta alle cure dell’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto, per le stato di choc, le lesioni riportate al braccio e alla gamba sinistra e per una bronchite, retaggio della sua disavventura in mare. Cettina Rovi, 63 anni, mamma di cinque figli e nonna di quattro nipoti, aveva deciso di partire con la sua amica di Villafranca Tirrena, Vittoria Fiumara, solo un paio di giorni prima che la Costa Concordia salpasse. Una decisione presa per gustare un po’ di svago da pensionata, dopo una vita di lavoro. Per molti anni ha lavorato presso il Policlinico di Messina. Nonostante non sapesse nuotare ed avesse una tremenda paura del mare, Cettina Rovi era alla sua quarta crociera. Partita da Palermo e arrivata a Civitavecchia dopo un giorno di navigazione, alle 20,30 del 14 gennaio scorso, mentre si trovava in una sala, dove alcuni artisti suonavano, si accorse che la nave ondeggiava. Un sesto senso le disse subito che qualcosa non andava, perché il mare era piatto e non si spiegava quel movimento per una nave così grande. Alle 21 salì nella sala ristorante, erano arrivati gli antipasti, quando alle 21,45 la nave cominciò a oscillare violentemente. «Subito dopo è stata la fine del mondo – racconta la Rovi – Piatti e sedie che volavano. Sono rimasta paralizzata dal panico e mi sono aggrappata ad una trave. Quindi il blackout. I camerieri filippini ci facevano segno di stare calmi, perché non capivamo la loro lingua. Poi ci hanno fatto salire su un ponte. Con gli abiti da sera e nel buio della notte si sentivano solo le nostre urla e i nostri pianti. Finalmente una voce ci avvisò di un guasto elettrico, invitando alla calma. Ci hanno dato un collare di salvataggio che non sapevamo nemmeno indossare. Imploravamo i camerieri filippini, le uniche persone che ci hanno assistito e salvato, di farci salire sulle scialuppe ma sono passate alcune ore prima che arrivasse il segnale che li autorizzava. «Il mio telefonino fortunatamente è rimasto attivo – continua tra le lacrime Concetta Rovi – ho chiamato i miei figli, perché pensavo di morire e li volevo salutare. Ho telefonato a mia figlia Lucia Calapai, che vive a Prato, e lei ha dato l’allarme attraverso le forze dell’ordine. Mi hanno chiamato anche i carabinieri di Prato dicendomi che era un guasto tecnico, di stare tranquilla, ma io sapevo che la nave stava affondando. Poi finalmente sono salita sulla scialuppa che rimbalzava sul fianco della nave, fino a quando non si è rotta una catena che ha reso difficile la discesa, in quanto pendeva da un lato. Giunti miracolosamente a terra siamo stati ricoverati prima in una chiesa e poi in dei capannoni, fino a quando, dopo numerosi spostamenti, assistiti dalla protezione civile, siamo stati imbarcati sull’aereo che ci ha portati a Catania». La signora Rovi racconta il suo naufragio seduta sul divano e non riesce a staccare lo sguardo dalla televisione che trasmette uno speciale sulla sciagura. «È come se fossi rimasta legata a queste persone e a questa vicenda. Non riesco a spostare la mente. Avevo visto il film Titanic ma mai avrei pensato di vivere quelle scene. Adesso ricordo che all’imbarco ci hanno dato un tesserino rosso una “Emergency drill card”, che dovevamo portare con noi durante l’esercitazione generale di emergenza. Ma, in realtà, non c’è stata nessuna esercitazione e nessuno di noi sapeva a cosa servisse». In realtà sul retro della tessera ci sono solo le generalità e il numero della cabina, oltre a due codici a barre. Nel naufragio Cettina Rovi ha perso tutto. Ma non è questo che la fa soffrire. Il suo dolore è per i morti e i dispersi, persone che forse erano sedute al suo stesso tavolo un paio d’ore prima del disastro, come continua a raccontarci in un evidente stato di choc, avvolta in una copertina rosa come se l’incubo del naufragio non fosse ancora finito. Mariella Di Giovanni – GDS