COSENZA: Il calciatore "suicida", interrogato Padovano. Il centravanti, condannato per droga nel 2011, divideva la stanza con il compagno di squadra rossoblù DONATO BERGAMINI

20 gennaio 2012 Mondo News

Il calciatore “suicidato” aveva il corpo d’atleta e gli occhi da bambino. Quella sua aria da bravo ragazzo, l’ostentata timidezza e le tante prodezze compiute in campo ne avevano fatto un idolo delle teenagers. Donato Bergamini era il più forte e amato centrocampista del Cosenza calcio. Giocava con autorevolezza, dribblava gli avversari con facilità e sfoderava una tecnica da fuoriclasse. La serie B gli stava stretta. Nessuno, fino alla sera di sabato 18 novembre 1989, avrebbe mai pensato che coltivasse il desiderio di farla finita. Di togliersi la vita. Nessuno, tra i tifosi, ha mai creduto che si fosse lanciato volontariamente sotto un camion che stava percorrendo la Statale 106 ionica. Neppure la Procura di Castrovillari crede più alla tesi del suicidio. Il procuratore Franco Giacomantonio – magistrato poco aduso a telecamere e taccuini – ha riaperto l’inchiesta sulla morte del calciatore ipotizzando che possa essersi trattato di un omicidio. E così ha riascoltato, nella veste di persone informate sui fatti, prima la ragazza che si trovava in compagnia di Bergamini la sera della tragedia e, ieri, l’ex attaccante Michele Padovano. Denis, infatti, divideva all’epoca la stanza con il prolifico centravanti e lo considerava un suo fidato amico. A Padovano, pertanto, i magistrati inquirenti della città del Pollino, hanno chiesto di ricostruire le ultime settimane di vita del centrocampista rossoblù. Hanno voluto sapere chi frequentasse, se temesse per la propria incolumità e se, ancora, avesse problemi con personaggi equivoci. I contenuti della deposizione resa dall’ex calciatore sono coperti dal rigido segreto istruttorio. L’ex attaccante fu ripetutamente sentito da polizia e carabinieri anche nelle settimane immediatamente successive alla morte di Bergamini, ma non seppe fornire, in quelle occasioni, elementi utili alle indagini. Da molte parti s’è sempre sostenuto che conoscesse particolari forse inconfessabili sulla vita privata del “calciatore suicidato” ma la circostanza non ha mai trovato concreta conferma. Michele Padovano, detto “il bello”, lasciato il calcio, ha fatto una brutta fine. Dopo aver fatto impazzire le difese di mezza Italia e mandato in brodo di giuggiole ammiratrici di tutte le età ha infatti chiuso la sua “carriera” da campione e sciupafemmine nel peggiore dei modi: incassando una condanna a otto anni e otto mesi di reclusione. I magistrati di Torino lo hanno nei mesi scorsi ritenuto corresponsabile di un colossale traffico di sostanze stupefacenti provenienti dall’Africa, fatte passare per la Spagna e vendute nel Belpaese. Che Michele “il bello” amasse la vita spericolata l’avevano sempre saputo i suoi allenatori e pure i compagni di squadra. Genio e sregolatezza, partite memorabili e giornate da dimenticare, ritiri blindati e, dopo l’incontro domenicale, sortite impensabili. Un tiro micidiale e un senso della posizione e del gol impareggiabili, Michele Padovano è stato nel Cosenza guidato da Gianni Di Marzio il protagonista di una storica promozione in serie B attesa per vent’anni. Dopo i quattro anni trascorsi a Cosenza, l’attaccante fece il suo esordio in seria A con il Pisa, nel 1990, sotto i cui colori segnò undici reti. Poi passò prima al Napoli, poi al Genoa e, infine, alla Reggiana. Nella città emiliana il suo apporto (dieci gol) si rivelò determinante per ottenere la salvezza. Padovano, però, raggiunse l’apice della carriera giocando nella Juventus, allenata da Marcello Lippi, dove giocò dal ’95 al ’97 vincendo lo Scudetto, la Champions league e la Coppa intercontinentale. Le capacità mostrate con la “Vecchia signora” gli valsero la convocazione in Nazionale. Poi il mesto declino: con la militanza nel Crystal Palace (Inghilterra) e nel Metz. Uscito dal calcio, Michele “il bello” ha frequentato cattive compagnie. I giudici di Torino, infatti, hanno ritenuto che si fosse messo a trafficare in droga con il compagno d’infanzia, Luca Mosole, cui sono stati inflitti 15 anni. L’hanno incastrato le intercettazioni e il linguaggio criptico utilizzato nelle conversazioni. Per il pm Antonio Rinaudo, Padovano era il finanziatore (con 100.000 euro) delle operazioni d’importazione di stupefacente dal Marocco. Ma questa è un’altra storia… Arcangelo Badolati – GDS

In sintesi
L’ex attaccantedella Juventus, Michele Padovano, è stato sentito nella veste di persona informata sui fatti dai magistrati della Procura di Castrovillari che indagano sulla morte del calciatore Denis Bergamini, avvenuta il 18 novembre 1989 sulla Statale 106 ionica. Il procuratore Franco Giacomantonio che coordina l’inchiesta ha convocato Padovano perché era il copmpagna di stanza e il più fidato amico i Bergamini. L’ex centravanti che nel 1989 militava nel Cosenza Calcio, è stato recentemente condannato per traffico di droga dal Tribunale di Torino. Non si conoscono i contenuti dell’audizione sostenuta ieri a Palazzo di giustizia. Padovano era già stato sentito nelle settimane successive alla morte del calciatore ma non era stato all’epoca in grado di fornire elementi utili alle indagini. L’inchiesta sul decesso di Denis Bergamini è stata riaperta sulla base di un articolata memoria difensiva prodotta dall’avvocato Eugenio Gallerani, legale dei familiari del claciatore che non hanno mai creduto alla tesi del suicidio